leoperdi

di Michele Mobili

Si è inaugurata il 17/5 presso il castello della Rancia di Tolentino la mostra fotografica di Stefano Leoperdi sul popolo Saharawi, una etnia senza terra costretta, fin dal 1975, ad abitare una delle zone più remote ed inospitali dell’africa: il Sahara occidentale. La storia del popolo Saharawi è sconosciuta ai più, è una storia di diaspora, di invasione del territorio originario, di stragi e di esilio.
Alla fine dominazione spagnola nel 1975 il territorio degli Saharawi venne spartito tra Marocco e Mauritania, e gli Saharawi vennero costretti ad un esilio nel Sahara algerino. Inoltre il Marocco costruì un muro di 2700km, ben protetto da qualche milione di mine (chi dice 5, chi 10 milioni) al fine di lascare ben delimitata la linea di confine. Tralasciando i particolari di quasi quarant’anni di esilio troviamo, nelle foto di Leoperdi, alcuni tracce di paesaggio, un richiamo alla guerra ed ai suoi strumenti, una bandiera colorata, unico momento di colore dell’intera mostra altrimenti rigorosamente declinata in bianco e nero, che sventola superba su un carro armato, circondata da diverse figure che posano davanti al monumento alla forza ed alla sopraffazione. Poi, continuando nel percorso, si vedono altri particolari, proiettili, bocche da fuoco, a dare l’esatta misura di quanto quel paesaggio che si vede non è una scelta, ma è stato frutto di una imposizione, di guerra e sangue. E seguono i volti, gli sguardi, di uomini e donne, bambini, anziani. Molti rivolti direttamente all’obiettivo, a guardare il nostro universo dietro al vetro, a guardare Noi che li guardiamo a volte incapaci di sostenere pienamente gli sguardi. Altri rivolti altrove, a quel mondo che scrive scuro nelle rughe, e bagna lacrime di chi è ancora troppo giovane per mostrare segni nella pelle. Non si vede il mondo che abitano, se ne vede il riflesso. Un mondo riflesso, raccontato da decine di sguardi muti. La sequenza è vorticosa: la mostra si dipana in uno spazio di penombra e di illuminazione esatta per ogni immagine, che si avvolge su se stesso come una chiocciola, e porta il visitatore, di viso in viso, verso la luce dell’entrata / uscita. Forse una buona metafora, per una situazione etnica, politica e territoriale che non trova via d’uscita, se non nel ripensamento della situazione che l’ha generata, nel ripercorrere all’inverso decenni, chilometri, terre, affanni, soprusi, dolori. la Mostra finisce troppo presto, l’occhio cerca intorno per vedere ancora. Rimangono, tornati alla piena luce dell’esterno, alcune sensazioni nettissime: il popolo Saharawi non è in guerra, è un popolo pacifico che attende di poter auto determinarsi, come decine di altri popoli nel resto del mondo. I volti ritratti riflettono il presente, quotidiano durissimo, ma non raccontano odio, forse speranza tacita, forse attesa. Una foto resta ancora impressa: una mosca, posata sul naso di un bambino: un punto da scacciare, piccolo e molesto, un popolo che cerca terra e pace, che non ha peso né fama, scacciato da altri, che cerca una vita possibile. Vi raccomandiamo questo viaggio nei volti di un angolo di mondo, non troppo lontano per chi voglia ascoltarne il racconto.