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di Alessandro Seri

Passano una dopo l’altra due Maserati A6 degli anni cinquanta, rosse e rumorose mentre in piedi davanti alla chiesa dell’Immacolata di corso Cavour aspetto che escano i bambini in ritiro per la prima comunione. Il rombo del motore delle auto scuote nel profondo e gli spettatori casuali che si assiepano, non molti a dire il vero, lungo la strada muovono la testa seguendo più che la figura il suono, il rumore, la musica in certi casi. Come tutti, anch’io seguo ma lo faccio con distacco apparente, dentro in realtà gioisco come un bambino al passare delle vecchie elegantissime scocche.

Sfrecciano le frecce d’argento della Mercedes e le annuso come si fa con le cose belle, l’odore della benzina, l’odore di antico come quando si vede in tivvù Amarcord di Fellini, quando le auto della Millemiglia uscivano dalla nebbia notturna con al posto dei fanali due occhi rossi da drago affamato. Avrei voluto viverla anche io quella corsa e non essere costretto in questi tempo di noia sul divano la domenica pomeriggio quando corrono le formula 1.

Mi dicono che, nascosti da occhialoni anteguerra e caschi in cuoio, dentro le macchine, ci sono anche degli attori noti come il bravissimo Jeremy Irons o Adrien Brody, indimenticabile interprete de Il pianista di Polansky; c’è il cantante degli Ac/Dc, Brian Johnson, c’è l’ex pilota ferrari Jacky Ickx e l’altro pilota Martin Brundle. Oltre ai nomi noti ci sono tanti altri snob sconosciuti, probabilmente ricchissimi tanto da potersi permettere auto speciali come queste. Ad un certo punto dal fondo di corso Cavour si intravede una Jaguar D type, il suo tradizionale color verdone, anticipato dal rombo compatto, preannuncia qualche istante di beatitudine motoristica, in teoria dovrebbe essere l’auto guidata proprio da Brundle ma al suo fianco c’è una nuvola di giallo, sembra un fumetto. Ho un tuffo al cuore, una reminiscenza adolescente, evocativa, il casco più visibile e conosciuto mai disegnato, un giallo evidente, forte, attraversato da tre strisce orizzontali verdi e blu. Sono le tre strisce a rimettermi con l’anima in pace, non è il casco di Ayrton Senna che di strisce ne aveva solo due ma quello in suo omaggio del nipote Bruno, anche lui in formula uno con opposti risultati rispetto allo zio.

Sorrido a me stesso mentre subito dopo passano moto e auto della polizia, poi una fila di Ferrari dell’organizzazione e di tanto in tanto qualche auto d’epoca degli anni ’30, gioielli quasi incomprensibili per molti. Sulla strada sembra iniziare una lotta tra il contemporaneo che necessità dell’asfalto per la quotidiana esistenza e il passato che rivendica con altrettanta potenza un’attenzione non scontata. L’automobile è stata il simbolo positivo del ventesimo secolo, è stata tra le idee di velocità capaci di creare una mitologia assestante. Anche in alcuni preziosi garages della provincia maceratese si nascondono tesori a quattro ruote, celati agli sguardi indiscreti proprio come collezioni d’arte, in uno di questi ci ho passato parte dell’infanzia e dell’adolescenza osservando da lontano e con estremo rispetto le curve delle carrozzerie, i cilindri, gli alberi di trasmissione, le gomme e i differenziali. La Millemiglia seppur anacronistica passerella per gente che se la tira proveniente da ogni parte del mondo, a volte per caso, lascia rielaborare un po’ di onirica beltà, permette di pensare a Tazio Nuvolari che guidava senza il volante distrutto usando il piantone per girare o anche con una mano sola perchè l’altra si era rotta insieme al braccio ed era fasciata al busto. Un tempo epica della modernità ora trasformata in una corsa non corsa, che serve solo a tirar su qualche soldo, ad accendere qualche nuvola di storia, sicuramente una nuvola scura, con l’odore di guarnizioni bruciate e lo stridio delle gomme, un sogno che s’infrange dopo pochi chilometri dal mio punto di osservazione, appena fuori Macerata, lungo la statale, quando la Jaguar guidata dal Senna minore si ritrova a dover superare un trattore.

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