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di Arianna Guzzini

Venerdì sera di un 16 maggio, dopo l’ennesimo slalom fra quella cinquantina di auto in Piazza Libertà, che ormai per il tuo di parcheggio ci rinunci già a priori,si oltrepassa ancora una volta il portone per il Lauro Rossi. Chiuso l’accesso per teatro vero e proprio, l’evento stazionava nel foyer fra un divano, un paio di casse e qualche sedia in plastica per chi volesse assistere. Protagonista non sarebbe stata l’azione drammatica, ma la parola scansata dai volgarismi della prosa e accolta nel Festival di Licenze Poetiche

. Fra le note del poliedrico chitarrista Walter Pignotti, Marco di Pasquale indaga, domanda alla ricerca di una qualche precisazione o confessione, presentandoci i libri di due giovani poeti marchigiani, che hanno deciso entrambi di vivere a Roma:  Michele Ortore con il suo Buonanotte occhi Di Elsa e Davide Nota, Il non potere.                                             In Ortore predomina una cifra che rimanda ad una sorta di classicismo innestato nel contemporaneo,  ai correlativi di Montale o al gioco di connessioni attraverso le rime o ad un moderno immaginario favolistico come in Rodari, ma anche ad un senso di nostalgia romantico nella ricerca assidua di una tecnica metrica e poetica che sia in grado di far assurgere l’io poetante a quel ruolo di mediatore da cui il sapere specialistico vorrebbe sradicarlo. Il verso ricerca e richiama collegamenti intrinseci e celati fra oggetti o ritratti, dando vita ad una lettura che oltrepassa la soglia del senso logico-linguistico, per svelarsi entro i veli scoperti dell’esperienza che è storica, nel momento in cui fa riferimento ad una collettività di poleis ormai disgregata e corrotta, capace di sbriciolare ogni aspettativa in positivo, ma anche di un tipo di esperienza più soggettiva, che rimanda alla nostalgia delle cose perdute e al tentativo di poterle recuperare ancora. In ogni testo serpeggia il limite tra una tecnica poetica leggiadra e l’affiorare spontaneo di lati emozionali che sembravano dispersi nei meandri di una memoria vuota e proprio perciò  pulsante, primordiale e pregna di luoghi e tempi della storia anche contemporanei, capaci di riemergere solamente se riscoperti attraverso impensabili riconnessioni. In ciò consiste l’azione mediatrice del poeta, ossia nel ricollegare quello che era stato slegato, nel ritrovare, prendendone in prestito il linguaggio, anche il lato positivo di una scienza che ha parcellizzato saperi e coscienze. Con il termine Buonanotte, precisa Ortore, non si vuole suggerire una fine come taglio netto, ma piuttosto l’appressarsi di una nuova alba, l’apertura verso una speranza.

Anche ne Il non potere di Nota si riscontra la funzione di mediatore del poeta, ma la sua opera organica di canzoniere assume connotazioni completamente differenti per cifra stilistica e posizioni concettuali. Un’opera che sancisce la fine di un ciclo, quello della giovinezza, che getta un ponte fra il poetico ed il non poetico assumendo il verso come puro metodo ritmico-musicale per poter trattare una moltitudine di tematiche differenti al limite tra l’oggettivo ed il soggettivo. Si riconosce una metrica manierista e barocca, dove l’io del poeta appunta le sfumature della realtà alla maniera trasversale di borderline baudelairiano contemporaneo, in equilibrio in un eterno presente a cui le leggi di passato e futuro sono state soppresse. Nota si discosta dall’appellativo di poeta civile ed è questo un ruolo in cui non si riconosce. La sua è piuttosto una tendenza verso una posizione di privilegiato straniamento, che non risulta mai praticabile poiché impossibile è il non coinvolgimento alla disfatta storica. Il non potere come condizione di un’intera civiltà, che si attua in ogni direzione, sia nell’impossibilità di agire o di reagire, sia in quella di porsi al di fuori. Una sorta di dilaniamento in limbo nell’osservare da vittime e carnefici una disgregazione civile e umana, privi di armamenti d’indignazione o reazione o di più semplice coraggio. Si è dinanzi ad una poesia che non è tanto cieca protesta, ma piuttosto una ribellione all’esistenza e all’esistente come presa di coscienza dell’innocente colpevolezza propria e collettiva. Una tragicommedia italiana, di ritratti dolorosi o al contrario dolorosamente banali ed idioti, tutti accomunati però dall’assenza di veri e propri corpi, di carne e forme, tutti accomunabili nell’ammasso di una comune coscienza di popolo medio-borghese.

 

dipinto: Mercurio e Argo, Diego Velazquez

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