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di Lucia Cattani

Una sera piuttosto fredda, nonostante si tratti ormai del 14 maggio, accoglie una piccola folla di curiosi, appassionati, seguaci impazienti di assistere al secondo appuntamento del festival Licenze Poetiche: dopo le emozioni del precedente incontro con Dolci, è la serata dedicata a tre “giovani” poeti molto conosciuti ed apprezzati anche a livello nazionale. La Galleria degli Antichi Forni di Macerata ospita Francesco Accattoli, Franca Mancinelli e Luigi Socci. Si tratta di un incontro dedicato alla poesia delle Marche, in attesa del successivo appuntamento con John Taggart.

Alessandro Seri, curatore di Licenze Poetiche, presenta gli autori con un’introduzione amichevole ed esaustiva, uno dopo l’altro, con le rispettive opere: “Lunga un anno” di Accattoli, “Pasta Madre” della Mancinelli e “il rovescio del dolore” di Luigi Socci sono considerate esplicative di questo 2013, con le problematiche sociali e culturali. Le antologie sono dominate da stili differenti, toni diversi ma dallo stesso sentore dell’attuale, forse anche dovuto alla datata amicizia che lega i tre poeti.
Il primo autore a presentarsi è Francesco Accattoli, il cui lavoro è presentato da Seri come “quadro sentimentale molto equilibrato, dai versi curati” in cui il poeta sembra far virare il suo noto e positivo impegno in poesie dal risvolto sociale nei confronti del sentimento, ma senza commettere errori, mantenendo l’ombrosità delle sue liriche e allo stesso tempo operando una positiva svolta stilistica. In “Lunga un anno” ci sono una contaminazione sorprendente delle arti, le poesie affiancate alle suggestive illustrazioni di Linda Carrara, e non solo: Accattoli spiega il legame stretto della sua opera con la fotografia, anzi una particolare e famosissima fotografia che è il fattore scatenante dietro il titolo dell’antologia. Si tratta di un’opera molto particolare, realizzata con una camera rudimentale da un artista che l’ha lasciata per un anno intero in modo di catturare un intero anno di vita, nel porto di Toronto: quella foto ha in sé la luce di un anno, con un solo gesto il fotografo è quindi riuscito a condensare in una sola foto 365 giorni di immagini, di vita. Così Accattoli vuole  condensare le emozioni, le sensazioni e la multiforme arte in questo libro in formato di fondina, una sorta di cartellina che contiene fogli sfusi di illustrazioni e poesie. Il numero delle copie edite è esiguo: non più di un centinaio, tutte marcate dagli autori. Poesie scomponibili e ricomponibili come le arti, come i sentimenti, come le stagioni della vita: l’idea è quella di una poesia malleabile, mutevole, mobile, concreta che può addirittura diventare oggetto di arredamento. Come è stato accennato, la voce di Accattoli vira sul sentimentale dopo quella di risvolto civile delle precedenti pubblicazioni, una sorta di dazio pagato alla tradizione italiana della lirica d’amore che pur non perde la sua raffinatezza, lo sperimentalismo misurato che diventa totale e inedito. Alcune liriche sono scritte seguendo il dialetto della strada, semplice, non colto di Osimo. Per Accattoli l’amore è “un millepiedi nell’intercapedine”, le parole sono pronunciate da un uomo invisibile che osserva amaramente il perdere consistenza dei sentimenti, espresso in “Scialimo” che appunto in osimano rappresenta l’atto di evaporare, di disperdersi, di perdere consistenza. Nella scrittura si condensa l’essenziale della nostra vita, come nell’affascinante foto del porto di Toronto.
Dopo l’appassionante “Malacruna” arriva il libro della maturità di Franca Mancinelli: “Pasta Madre”, una raccolta colma di sorprese, invenzioni e dallo stile pacato, diretto e forte che caratterizza la poetessa. La Mancinelli crea un equilibrio ottenuto con maestria che si distanzia dal gioioso, estivo Malacruna: da Pasta Madre si evince un’inedita vicinanza al concetto di terra e tradizione, uniti ad una nuova ombrosità. Malacruna è un viaggio partito dal volere dell’autrice di ricucire servendosi delle parole di una ferita; Pasta Madre è una lirica più matura, più consapevole e densa che si forma sull’immagine della “pasta madre” che dà vita ed è allo stesso tempo fragilissima, una lirica che cresce sull’ascolto dell’altro. Il libro vuole essere un interrogativo sulla maternità biologica ma anche sul concetto di scrittura come madre: come nella gestazione sono presenti nell’opera molte metamorfosi, un contatto stretto con la quotidianità, sul rinnovato interrogarsi sui gesti più semplici. Franca Mancinelli ha cercato lo stesso spirito di resistenza degli animali presente in natura: come il susseguirsi di diverse stagioni il libro è impostato in sette sezioni divise poeticamente da pagine bianche, intese come pause, respiri, attese, silenzi.
Dopo le letture suggestive della Mancinelli arriva il meno giovane dei tre poeti: Luigi Socci, ormai vero e proprio punto di riferimento per la poesia marchigiana. Seri lo introduce con una frase esaustiva, che ben illustra la storia di Socci: “rappresenta il percorso ideale che dovrebbe seguire un poeta: lavorare, lavorare, lavorare e attendere il momento adatto per la pubblicazione del proprio libro”. “Il rovescio del dolore” illustra molto bene la capacità di Socci di essere biunivoco. Il poeta riesce infatti a coniugare ironia e divertimento con quel rovescio che parla di tristezze e profondità. Seppure il titolo dovrebbe rimandare alla gioia quella parola Dolore è così imponente e forte che non si ha mai la sensazione di aver a che fare con la gioia: rappresenta mirabilmente quella biunivocità del contemporaneo, una difficoltà condivisa da tutti gli autori. Lo scopo è proprio quello di estraniarsi dal “rovescio del dolore” per comprendere le reali dinamiche. Quest’ultimo libro è stato lungamente atteso, spiega Socci: le poesie più recenti della raccolta hanno sette o otto anni, alcune ne hanno addirittura una ventina. Il linguaggio di Socci è quello accattivante di sempre: presenta poesie d’amore dissimulate, alcune singolari sorti di iettature come “in attesa dell’onda anomala delle 15.30” che avrebbe portato curiosi allagamenti nei vari luoghi di lettura del tale testo. I versi, seppur inebriati da una forte ironia e giocosità, non nascondono una poesia ricercata e sofisticata che rende l’autore un vero e proprio punto di riferimento per la poesia marchigiana, e non solo, contemporanea.
La serata è stata un vero tributo alla parola poetica, che ha visto presente la grande personalità di John Taggart. I tre poeti sono stati in grado di lasciar intravedere la grande forza delle proprie voci, di rassicurarci ancora una volta sul fatto che la poesia “non si è fermata a Rimbaud”. Per fortuna!

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