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matrix

di Andrea Ferroni

In questa rubrica mensile, passando attraverso le domande che ci facciamo e i problemi che viviamo, mi metto in dialogo con qualcuno per ricercare insieme un senso nell’esistenza quotidiana. Come a volte fa il consulente filosofico, vorrei tentare di prendere spunto dagli interrogativi che nascono dalla lettura di testi o da incontri e conversazioni fortuite affinché diventino questioni aperte che interrogano ognuno di noi. Nel proporre una risposta non intendo certo dare sentenze definitive: offro il mio contributo ad una riflessione comune.

La domanda di maggio:

Leggo una favola alle bimbe, tratta da un libro di Ermanno Bencivenga. La favola dice più o meno questo: in un paese lontano, molto tempo fa, i bambini mangiavano tanti dolci e non si ammalavano mai; poi arrivò un dottore che insegnò loro cos’è la digestione; da quel giorno i bambini cominciarono ad avere mal di pancia se mangiavano tanti dolci e a farsi molti problemi su come avrebbero digerito quel che mangiavano; alla fine i bambini decisero di mandare via il dottore e, guarda caso, ricominciarono a non ammalarsi più.

Ecco, non so se sia una favola completamente educativa (visto che la scienza, compresa la scienza medica, ha fatto fare passi da gigante all’umanità), ma di sicuro è un bel pretesto per farsi qualche domanda. Per esempio questa: la conoscenza ci fa ammalare?

La (non) risposta

Così, istintivamente, la mia memoria corre subito a un’obiezione che tanti, troppi, mi facevano quando ero alle superiori (specie dopo aver studiato Leopardi) e mi lasciava sempre ammutolito: “meglio non sapere –mi dicevano- perché si vive più sani, tranquilli e sereni, perché chi sa troppe cose poi è infelice!”.
Io non riuscivo a replicare. Non ero per niente d’accordo, ma non sapevo dire il perché e le parole mi mancavano. Era frustrante. Lo è ancora per certi versi. Ma almeno, oggi, qualche parola riesco a buttarla giù.

Ragioniamo per piccoli passi. Primo passo: come si conosce?
Si conosce dando giudizi, cioè applicando delle categorie mentali alla realtà, che i nostri sensi di volta in volta ci presentano. In altre parole si fa un’associazione tra ciò che già abbiamo nella mente e ciò che ci viene incontro dalla realtà esterna. Magari all’inizio lo schema mentale è approssimativo (o addirittura si rivela sbagliato), ma non c’è problema: a poco a poco si aggiusta il tiro e la relazione tra mente e realtà darà vita ad un proficuo e felice incontro. Si conosce la realtà interpretandola per approssimazioni.

Secondo passo: cosa succede se una persona usa pochi schemi di giudizio, ossia poche categorie o concetti che dir si voglia?
E’ molto probabile che, usando poche categorie per comprendere e giudicare le situazioni della sua vita, comprenderà e giudicherà la vita intera con estrema semplicità. Userà sempre gli stessi schemi interpretativi.
Lo stessa modalità si può impiegare per pura pigrizia mentale. Specie dopo l’adolescenza, il nostro cervello ha bisogno di stabilità: la stessa intelligenza – dicono gli psicologi – da fluida che era, si irrigidisce sempre più. A quel punto si può trovare comodo e tranquillizzante interpretare la realtà usando schemi già appresi senza più metterli in discussione e adattarli alle nuove situazioni incontrate.
In questo modo i conti, più o meno, ci torneranno sempre, nel senso che saremo portati a trovare sempre e solo conferme alle nostre idee. In buona sostanza: meno e più semplici sono le categorie, maggiormente semplificata e lineare sembrerà la vita.

E dunque avevano ragione loro? Avevano ragione quelli che mi dicevano che meno si sa e meglio si sta? E io devo restare ancora in silenzio a non potergli dare torto?

Terzo passo. Mi viene in aiuto l’Amleto di Shakespeare: “Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. Frase che prendo per dire: “La realtà è sempre più complessa di quanto tu possa pensare”.
In questo modo, ricollegandomi al discorso degli schemi mentali che ci servono per dare significati alla realtà, potrei cominciare a dire a brutto muso: colui che possiede o usa un numero esiguo di categorie rischia di ridurre la realtà, da complessa che è, a un qualcosa di grottesco, a una specie di caricatura della realtà. Sì, magari funziona, perché, come abbiamo detto prima, tutto gli tornerà per il suo verso (e, cosa molto importante, probabilmente penserà di avere sempre ragione!). Insomma, il tizio che usa poche categorie interpretative, qualora abbia di che e con chi vivere, passerà la sua esistenza senza grandi problemi, addirittura sereno.

Sento ancora le voci di quelli là. No, no! Mi ribello. Non è vero che chi meno sa meglio sta, perché io voglio essere felice e non mi basta una serena tranquillità. E quindi voglio cercare in ogni occasione di aumentare la mia conoscenza (di me, degli altri e del mondo), perché credo che un percorso di esigenza di verità sia necessario ad evolversi e che inseguire la sempre sfuggente verità sia un passo decisivo verso la felicità. E’ un po’ come Matrix (spero l’abbiate visto tutti): pillola blu o pillola rossa? La vita spensierata di tutti i giorni o la verità, costi quel che costi?

Se vado oltre la spontanea ingenuità in cui nasciamo, se non mi accontento, ma anche se supero la tentazione terribile del cinismo e dell’intellettualismo, se non mi imborghesisco, e se ogni cosa che capita la considero un’occasione per crescere, cercando di mantenere vivo il fuoco della passione per la ricerca e il confronto, allora, crisi dopo crisi, sarò sempre una felicità in divenire. Crescere in conoscenze e consapevolezza significa essere felici.

Se voglio la verità innanzi tutto – e verità significa anche che la realtà è molto più complessa di quanto possa sembrare – allora voglio la pillola rossa.

Quarto passo. La logica.
Tra le fallacie logiche (gli errori di ragionamento) ce n’è una piuttosto comune che è detta la fallacia del falso dilemma o della falsa dicotomia: si ha quando erroneamente si suppone che, fra alcune alternative, ve ne sia una vera che esclude l’altra. Ecco: ora posso dire una cosa in più a quelle persone che mi volevano convincere che è meglio non sapere tante cose perché sennò ci si ammala di tristezza: posso dir loro che non bisogna cadere nella fallacia del falso dilemma. Infatti potrebbero esistere persone ammalate e sapienti così come ammalate e ignoranti. Bene: io scelgo di scommettere sull’essere sani e sapienti: pillola rossa, di nuovo!

Quinto passo: Non ci si ammala di conoscenza.
Qui lascio spazio alla riflessione di ognuno attraverso una serie di domande. Se la mente è l’insieme dei significati che diamo al mondo, come possono ammalarsi i significati? Come può esserci, nella necessità interpretativa, un significato giusto/sano e uno sbagliato/malato? Come posso definire alienato, nel senso di malato, colui che vede una realtà diversa dalla gente comune? In base a cosa posso affermare che la sua interpretazione di una realtà per tutti sfuggente è sbagliata?

Ecco, io credo che la malattia sia la contrazione del mondo nel mio corpo. Mi spiego meglio. Quando il corpo, per un motivo o per un altro, mi impedisce di essere immediata e spontanea apertura alla realtà e all’infinita interpretabilità del mondo, allora sono malato. Quando c’è qualcosa che mi costringe a sentire il mio corpo non come un veicolo per vivere nel mondo, ma come una specie di gabbia che richiama solo se stessa, quando non riesco a vedere molto oltre il mio corpo, allora sono malato. Viceversa, quando sono sano, il mio corpo nemmeno lo sento. Ne consegue che la salute è sentire di essere aperti in un mondo: immediata apertura, senza nemmeno saperlo.
E veniamo al punto: il mondo che abitiamo, il mondo in cui siamo aperti è infinitamente interpretabile. Per essere più in sintonia con il mondo (cioè per essere più in salute) abbiamo bisogno di quante più categorie e schemi interpretativi possibile. L’esperienza è fondamentale, certo, ma va guidata attraverso lo studio, i maestri e il confronto reciproco, che possono rendere le persone molto sane e felici.

E oggi, a quelli lì, quelli di prima, rispondo forte e chiaro, con parole che nell’adolescenza non avevano consapevolezza: la conoscenza non fa male!

L’ultimo passo è il ritorno all’inizio: la favola di Bencivenga con i bambini che non si ammalavano prima dell’arrivo del medico. Capisco ora che il medico sta lì, con il suo sguardo organicista, a ricordare che il problema è il corpo. E io, in seguito al suo sguardo, mi chiudo nel mio corpo e lo penso come problema. Ecco che comincio a chiudere quella finestra sul mondo che il mio corpo è. E così mi ammalo. Ma non è la conoscenza a far ammalare: è la considerazione del corpo come qualcosa di isolato dal mondo.
Intendiamoci: non voglio assolutamente dire niente di male contro la scienza medica, ma penso che i bambini abbiano avuto un’intuizione giusta nel cacciare via il dottore. Dai bambini c’è sempre da imparare.
Ma ora un dubbio mi assale: i bambini prendono la pillola blu? Mi sto contraddicendo?

(Foto dal film Matrix)