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di Ilaria Piampiani

Affannata mi ritrovo a prender fiato, di tanto in tanto, per le impervie e faticose scalette maceratesi, pensando a questo maggio decisamente capriccioso che timidamente mostra calore, per poi sprofondare in giorni di pioggia, fitta e grigia. Eppure giugno, con l’arrivo canonico dell’estate, è a un passo, manca davvero poco; non si direbbe, dal fioccare degli ombrelli, dalla gente che infreddolita si accuccia nei propri indumenti, esclamando con una nota di amarezza “Sembra quasi novembre!”.

Faccio un bel respiro e riparto. Nonostante il tempo incerto, le vie pullulano di persone che si concedono la solita passeggiata della domenica pomeriggio, tra bimbi che corrono e ristoranti che si preparano ai clienti della sera. Nell’aria si percepisce quel fervore che ogni anno riempie gallerie, teatri e biblioteche, l’entusiasmo e il brulicante succedersi dei fortunati appuntamenti di Macerata racconta 2014.

Sono quasi arrivata e vedo già l’ampia e rustica entrata degli Antichi Forni davanti a me. Prendo posto, e come ogni volta che sono sola, inizio ad osservare l’ambiente che mi circonda, dall’esercito immobile e bizzarro di soldatini esposti nella sala adiacente, all’arrivo di ascoltatori di tutte le età, dalle distinte signore, fiere nel candore delle perle al collo, ai giovani. Si aspetta un po’, conoscenti si salutano a distanza, si prende posto e, finalmente, la curiosità che da tempo nutrivo, inizia ad essere nutrita grazie alle donne che mi siedono davanti, le stesse che con orgoglio sfogliano il libro protagonista del pomeriggio: “Femminile Plurale”.

La voce della curatrice di tale preziosa antologia, Cristina Babino, rompe il silenzio iniziando a presentare il volume e partendo proprio dal titolo. Femminile Plurale, appunto, come le Marche, la nostra regione, rispondente sia al genere che al numero sopradetto, come anche femminili e diverse sono le autrici intervenute, femminili sono i ricordi e le emozioni raccontate attraverso i numerosi e vari paesaggi, le opere d’arte, la poesia o i racconti di personaggi che dalle Marche traggono origine. La Babino sottolinea la volontà di rendere omaggio a questa terra florida e densa di tradizioni, così ricca, che si parli di dialetti, cucina e panorami. Un percorso geopoetico che non vuole assolutamente avere lo statuto di guida turistica, bensì un “diario a più voci” sulle bellezze, conosciute o meno, di una regione che ha tanto da dare e tanto da raccontare se si ha la pazienza di prendersi un pomeriggio libero e di portare con sé una macchina fotografica, carta e penna. Diciassette donne danno vita a una personalissima interpretazione di un’Umanità dalle medesime radici, diciassette donne, con le loro emozioni e la loro percezione, sono sparse nelle quattro sezioni dell’antologia, tra affascinanti e mitiche creature quali le Sibille, Sirene, Pleiadi e Chimere, ognuna delle quali si prefigge un argomento preciso, dalla storia del territorio e della sue eredità letterarie, alla violenza sulle donne.

Alla presentazione abbiamo l’affascinante possibilità di incontrare cinque delle diciassette scrittrici coinvolte nell’opera: Renata Morresi, Luana Trapè, Allì Caracciolo, Eleonora Tamburrini e Lucia Tancredi. Attentamente l’uditorio si affida alla lettura di passi scelti dalle sopracitate autrici, dall’ironico racconto della Morresi sul suo girovagare insieme all’incessante interrogativo su come relazionarsi all’arte e al carattere di un artista rinascimentale come Lorenzo Lotto, uomo prima di tutto, afflitto da frustrazioni, conti e appunti culinari, ai “viaggi minimi”narratici dalla Trapè per le viuzze di fermo e dintorni, al fianco di Luigi di Ruscio, “un Don Chisciotte e Sancio Panza uniti insieme”. Dalla leopardiana storia dei teatri marchigiani e del loro fondamentale rapporto con la città ospitante, interpretata da Allì Caracciolo come un dialogo tra un attore, “rogo di vita”, e un passeggere, al magnifico omaggio di Eleonora Tamburrini a una voce troppo spesso dimenticata, quella di Dolores Prato che nella sua scrittura ha voluto sempre esprimere l’irrinunciabile legame con la sua terra, attraverso le  “frasi serpentine”di una “lingua miscelata, tra dialetto e italiano”,  che ricordano e s’intrecciano alle stradine della Treia ritratta nel romanzo “Giù la piazza non c’è nessuno”. Infine veniamo proiettati da Lucia Tancredi in un “Garden Party”, capitolo che ci descrive quei giardini, più o meno segreti, sparsi per le Marche, locus amoenus in cui fermarsi a pensare e riconoscersi parte di questo humus, così come un tempo successe a Dolores, Margaret e Sibilla, tre volti nella natura, in quanto temporanea sfumatura di questo fazzoletto racchiuso tra monti, colline e mare Adriatico.

È trascorsa già un’ora: il tempo è passato in un soffio, tra gli stralci intrisi di poetica emozione donati, con generosa partecipazione, da queste talentuose e sensibili autrici ai presenti. Ci sembra di aver osservato, per un attimo, la bellezza di una Madonna di Lotto, di esserci interrogati sul cambiamento passeggiando con Di Ruscio, ci siamo commossi per la perdita di quei teatri, come il Vaccai, urlanti tra le fiamme; con Dolores abbiamo riscoperto il calore dei nostri borghi per poi ritrovare noi stessi nella varietà naturale che ci fa definire le Marche una regione unica e plurale, sensuale nelle sue forme, viva nelle sue tradizioni, coraggiosa e fiera nei volti che l’hanno vissuta.

All’imbrunire riprendo, soddisfatta e con un nuovo libro in borsa, la mia strada. Mi accuccio nella mia sciarpa, annuso l’aria e ascolto le prime rondini sfrecciare in cielo. Mi guardo intorno, forse un po’ più consapevole, forse meno indifferente agli scorci che mi si propongono davanti. Sorrido bonariamente di una frase pronunciata in un dialetto verace, fantastico sui limoni che spuntano da una terrazza, cerco gli angeli ribelli di Licini tra le nuvole. E passeggiando, lentamente, faccio ritorno a casa.

 

FOTO: da sinistra a destra Renata Morresi, Luana Trapè, Cristina Babino, Allì Caracciolo, Eleonora Tamburrini e Lucia Tancredi.

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