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di Giorgio Cipolletta

“Anche il legame delle stelle inganna.
Ma ci dia gioia per un attimo soltanto credere alla figura.
Tanto basta.”

R. M. Rilke

Ci voleva proprio una performance ubiqua per concludere quest’anno il festival dell’editoria delle Marche, Macerata Racconta.
Presso la nuova galleria d’arte Laboratorio41, inseriti nel progetto Youbiquity (Moltitudini Connesse), ideato e diretto dal Teatro Rebis (http://youbiquityfestival.wordpress.com/), gli artisti Salvatore Iaconesi e Oriana Persico hanno realizzato un ubiquitoussoundscape.
Salvatore e Oriana con il loro lavoro attraversano arte, scienza, performance e design utilizzando una varietà di strumenti e tecniche per analizzare il territorio nel suo sovrapporsi agli strati invisibili dell’informatica, fanno emergere nuove metodologie di osservazione per leggere le trasformazioni ‘tecno-ambientali’ del territorio in particolare quello urbano, per renderle comprensibili e quindi utili. Questi interessi artistici e di ricerca sono parte del più ampio progetto «AOS – Art is Open Source» di cui Oriana e Salvatore, compagni nella vita e nel lavoro, sono i fondatori di un network internazionale finalizzato ad esplorare i mutamenti dell’uomo con la crescente accessibilità ubiquitaria delle tecnologie digitali e dei networks.
Salvatore e Oriana ci consegnano una nuova geografia, fatta di atomi e bit creando un punto d’osservazione, per una nuova antropologia della città. Proprio Kevin Lynch, nel raccontare le città in “The Image of the City”, descriveva come enormi opere sinfoniche, create simultaneamente da migliaia – milioni – di performer attraverso la loro percezione ed interpretazione di ciò che li circonda. Una colossale opera emergente, ricombinante, dissonante, polifonica, in cui ogni nota è un atto di individuazione, riconoscimento, situazione, attraversamento, spostamento, comunicazione, espressione: l’interpretazione. Questa visione descrive la complessità che, assieme alla densità ed alla diversità, è la maggior ricchezza delle città; una ricchezza costruita negli atti e nei gesti della quotidianità che diventano rivoluzioni molecolari istantanee, effimere, fluide, liquide, expanse, dissonanti ed indeterministiche nel loro performare continue riprogettazioni, in-formazioni di spazi, attraversamenti, fermate, ricontestualizzazioni, riappropriazioni, remix, ricombinazioni. La città vive di molteplici attraversamenti simultanei dove si sovrappongono percezioni, sensorialità, informazioni, diventando noi stessi performer della città, eseguendo scelte, deviazioni, svolte, azioni. Polifonie emergenti, ubique e dissonanti della città, sono gli ingredienti che Salvatore e Oriana utilizzano per creare con-figurazioni visuali ed emozionali: un atlante infoestestico delle emozioni.
Si trova proprio qui la cifra innovativa delle loro sperimentazioni artistiche, dove è proprio il senso dei possibili e delle possibilità a disporci in modo plurale e trasformativo. Nell’era della conoscenza, dell’informazione e della comunicazione, viene ridefinito completamente il senso di propriocezione che diventa fluido e disseminato. In ogni luogo ci troviamo attraversati da innumerevoli sorgenti di informazione e ne possiamo generare di nostra, ad influire e interagire su luoghi, tempi e modalità differenti dal nostro. Ogni spazio/tempo delle nostre città, quindi, è attraversato da moltitudini di informazioni, generate da esseri umani e da dispositivi, e capaci di interconnessioni, relazioni e interazioni di incredibile complessità.: connettitudini, ubiquitoussoundscape (paesaggi sonori ubiqui) emozionali.

In Ubiquitous Soundscapes le espressioni emozionali sui social network vengono raccolte in tempo reale nelle vicinanze del luogo in cui avviene la performance e vengono utilizzate per sintetizzare video ed audio generativi. Milioni di informazioni sulle emozioni espresse dalle persone, trasformate suoni e immagini generativi che rendono percettibili ai sensi i flussi di informazione in cui siamo immersi in ogni istante delle nostre vite. Suoni e immagini vengono generati in varie città del mondo in tempo reale attraverso gli stati emozionali delle persone che condividono i proprio stati emozionali sui social network..
Sono proprio gli “-scape”, ci dice Salvatore, recuperando il linguaggio di Appadurai (antropologo sincretico, indiano naturalizzato statunitense), ethnoscape, mediascape, technoscape, financescape, ideoscape –, a riunirsi nell’infoscape, paesaggi fluidi e ubiqui, massivamente multi-autoriali, emergenti e ricombinanti. Come tutti i paesaggi, gli “-scape” possono essere letti, e interpretati, traendone informazioni, conoscenze, saperi, e le evidenze di emozioni, relazioni, interazioni, azioni: perfomance. Così come avviene per ogni paesaggio, risulta interessante osservare sia quello che contengono e riempiono, sia le assenze, i vuoti, gli interstizi, in altre parole, tutto ciò che non contengono, o quello che contengono malgrado tutto.
L’infoscape traduce in maniera evidente l’opportunità per una nuova antropologia delle città, una etnografia digitale delle emozioni. Questa antropologia ubiqua, suggerita da Massimo Canevacci, si s-faccia nelle interfacce e riesce a sciogliersi nello spazio delle relazioni umane, in questi divenire fluido, molecolare, complesso e ricombinante. L’antropologia si riempie di stupore: l’attimo prima. Questa antropologia nel suo farsi stupore riesce s-velare domande nuove, sconosciute. Proprio questo grado di pluralità e sincretismi praticano una serie di possibilità del tutto inedite, una etnografia desiderante e pulsante di nuovi paesaggi. Il nostro pianeta, ci dicono Salvatore e Oriana, è una conversazione continua tra persone, sistemi informativi, sensori, ecosistemi digitali, social network, oggetti, ecosistemi naturali, processi e organizzazioni che utilizzano le tecnologie ubique di leggere e scrivere i loro punti di vista sul mondo, sotto forma di contenuto, dati, informazioni .
Tutto sembra cambiato. Ma qual è il senso del cambiamento?
Sappiamo che questo senso del cambiamento, ci racconta Salvatore, nasce da diversi fattori: l’ubiqua accessibilità di tecnologie e reti digitali; lo slittamento del confine tra pubblico e privato; la crisi finanziaria, dell’identità e dei modelli su cui si era basata la vita prima dell’era della conoscenza, dell’informazione e dell’interconnessione globale. Ma non ne conosciamo le conseguenze. Nuovi e diversi l’opportunità di realizzare punti di osservazione antropologica – usando social network, sensori, reti – per individuare ricette, rituali, errori, opportunità, mutazioni. La grande bellezza si trova nel comprendere la radicalità del cambiamento, valorizzando la propria visione della trasformazione sociale, politica, energetica, ecosistemica, in maniera “performativa”, ossia coinvolgendo le persone nel cambiamento e trasformandolo in qualcosa di percettibile, palpabile, desiderante. L’intreccio dinamico delle relazioni negli ecosistemi umani è qualcosa che riguarda la complessità antropologica, superando l’etnografia per una netgrafia innovativa.
Nel progetto Human Ecosystems Salvatore Iaconesi e Oriana Persico hanno scelto queste visioni e modalità combinandole con un approccio capace di affrontare la complessità dei nuovi spazi pubblici in cui ci esprimiamo, collaboriamo, comunichiamo, condividiamo saperi e idee: i social network. Prendendo i contenuti pubblici generati sui social network in una certa area geografica, analizzati in 29 lingue, attraverso l’analisi di linguaggio naturale per addestrare un sistema in grado di riconoscere quali di questi trattano le diverse tipologie di innovazione, la loro modalità, e l’area tematica. Salvatore e Oriana combinano varie tecniche per localizzare i contenuti, sfruttando le caratteristiche di geo-referenziazione offerte dai social network, collezionando database di named places e di fraseggi di chiara connotazione geografica che aumentano il numero di contenuti georeferenziabili, usando l’analisi di linguaggio naturale per capire se i messaggi sono inviati dal luogo specifico, o se ne parlano. Infine, l’analisi dei network consente ai due artisti di stabilire le relazioni tra le informazioni, e quindi tra gli utenti che le hanno generate, identificandone i ruoli: influencer; bridge capaci di creare connessioni e interazioni tra diverse comunità; hub di comunità più o meno vaste; amplifier di messaggi e idee. Da questa attenta ricerca e analisi ne esce una nuova geografia infografica visuale, spaziale, umana, temporale e relazionale in cui avere esperienza dell’ecosistema e posizionarsi al suo interno. I dati raccolti sono resi accessibili e disponibili sotto forma di visualizzazioni e di open data, restituendo alla collettività una conoscenza (e un ruolo). Le visualizzazioni consentono di osservare agevolmente l’ecosistema, posizionarsi al suo interno e guardarsi intorno, intercettando le proprie comunità di riferimento e scoprendo collaborazioni insospettate.
A Macerata, Salvatore e Oriana dedicano una performance ubiqua con un finale celestiale: this.astro (dis-astro). Attraverso una riflessione astro-psicogeografica hanno ri-mappato la città alla ricerca di costellazioni iscritte fra i vicoli, le strade, gli incroci. Le dimensioni dell’alto e del basso, l’asse del cielo e della terra, si sono invertite: le stelle si sono proiettate nello spazio urbano. Infatti, proprio l’etimologia della parola distastro sta a riflettere con doppia valenza psicogeografica, dove this-(questo) e astro stanno a rappresentare una geo-grafia emozionale: meraviglia nel profondo vivere umano. Una polifonia dell’umanità, infinita, ubiqua.
Il Futuro non esiste: è una performance che ci vede tutti coinvolti attraverso le dimensioni del desiderio e dell’immaginario, secondo il quale nel contemporaneo interconnesso “l’innovazione viene creata stabilendo dialoghi e conversazioni, osservandone le tensioni e gli orientamenti, e utilizzando i risultati di queste osservazioni per proiettare (per progettare) una visione di futuro possibile, e quindi implementarla. In questo scenario” “la visione sul futuro – assieme a tutte le sue implicazioni: etiche, ambientali, sociali, politiche ed ecosistemiche – è forse il prodotto più prezioso che può essere offerto da qualsiasi organizzazione. Questo richiede al Design una nuova modalità: diventare l’attivatore dell’immaginabile e, quindi, del progettabile, inteso come atto del ‘creare quello che ancora non c’è’. Facilitando la società e le comunità a stabilire dialoghi attivi e condivisi nella creazione del proprio futuro: a trasformarsi in performer desideranti del futuro. (AOS, Art is open source)
Seguendo le parole di Salvatore e Oriana, per fare questo e per attivare questa opportunità, dobbiamo adottare una serie di metodologie che consentono di trasformare il futuro in una performance, realizzando una condizione dinamica il cui scopo è quello di aiutarci a diventare attivi (performers) nel cercare di dare risposte alla domanda Quale futuro noi vogliamo realmente?
Credo che nel passaggio verso un nuovo lessico, il nostro rapporto con la tecnologia si assottiglia sempre di più fino ad ibridarsi, l’uso dei nostri corpi e delle nostre menti, le relazioni con le città stesse partecipano a questa fase di transizione e connessioni di rel-azioni. Riempire digitalmente le superfici e perfino il nostro corpo, significa portare il mondo digitale dentro a quello fisico che è intorno a noi, “ubiquamente”.
This-astro è stupore e pratica, architettura fluttante di emozioni e visioni per un vivere quotidiano, generando pratiche di condi-visioni sotto una costellazione dell’umano ancora più umana. Connettitudine polifonica. Eppur si muove.

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