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di Eleonora Tamburrini

“Deve essere molto scomodo essere maschio, bianco, intellettuale borghese, proprio nel momento storico in cui tante minoranze e gruppi oppressi stanno prendendo la parola”. Mi tornavano in mente queste parole di Rosi Braidotti sabato scorso, mentre mi dirigevo verso gli Antichi Forni a Macerata per assistere a uno spettacolo che si intitola “Donne di Marca”, di e con Rosetta Martellini. Uno spettacolo antologico, perché la sua ideatrice, già insignita del Premio Marchigiano dell’anno, da tempo in collaborazione con il Teatro Stabile delle Marche – nonché attualmente Presidente dei teatri di Civitanova – ha messo a punto per l’edizione di quest’anno di Macerata Racconta un percorso che aduna quattro protagoniste di altrettante passate rappresentazioni. Donne, lo dice il titolo, che di certo hanno in comune un passaggio in questa terra; un filo rosso, un caso, un destino di erranza in qualche modo congiunge Paolina Leopardi, Dolores Prato, Sibilla Aleramo e Joyce Lussu alle Marche, e le loro storie, così agganciate, strette l’una all’altra da una sola interprete in un unico densissimo spettacolo, arrivano a coprire due secoli.
Nella pioggia battente di un sabato sera impietoso eppure animato – Macerata era tutta sotto gli ombrelli, ma era fuori, insolitamente caparbia – pensavo a Rosi Braidotti e ai suoi studi, non solo dedicati alla differenza di genere, ma anche, emblematicamente, al nomadismo. Due binari di analisi distinti eppure tangenti, ché forse la storia di estromissione delle donne dalla realtà storica e dalla sua testimonianza, non è poi così dissimile da un destino di migranza. Mi dicevo che quella frase che mi era rimasta tanto impressa, così brillante, così provocatoria, era anche profondamente vera. In tempi in cui la questione femminile è centrale (in ogni caso accolta ovunque – tv, stagioni teatrali, pubblicazioni, programmi elettorali – anche a costo di qualche strumentalizzazione), non è insolito scontrarsi con una malcelata ironia, con l’insofferenza di chi vorrebbe liquidare ogni ulteriore problematizzazione: la parità nella cultura occidentale sarebbe raggiunta, e parlarne ancora parrebbe un esercizio rivendicativo da veterofemministe incerte tra moralismo e antagonismo di maniera. Allora, di fronte a queste reazioni mi dico che sì, è davvero difficile oggi essere maschio, bianco, intellettuale borghese (ma pure eterosessuale, per dire) perché il discorso culturale nella sua più avvincente avanguardia accade adesso in quell’altrove, in quelle riserve indiane che per tanto tempo hanno taciuto. C’è da dire poi che dopo anni di lotte, le donne riescono sempre più a sfuggire al solito catalogo di definizioni stringenti, negando la volontà a costituirsi nuovo canone, nuova élite, nuova casta, e sottraendosi polemicamente (in politica, nei luoghi di lavoro, nelle arti) a forme di fissità che altro non sarebbero che un adeguamento al sistema di opposizioni binarie che è stato raccontato finora come l’unico possibile. Questo dovrebbe essere, credo, il limite cui tendere oggi, dialogare con il canone, continuando a guardarlo con sospetto; il che, si capisce, deve risultare in parte incomprensibile a quei soggetti che storicamente non hanno sperimentato l’assenza di spazi, la messa a margine, l’oppressione vista dalla parte degli oppressi. “Mancano di una mancanza”, si potrebbe dire.
Non è che io voglia deragliare, è che “Donne di Marca” è uno spettacolo che fa della questione identitaria il suo centro. Negarlo, considerarlo semplicemente la messa in scena di quattro storie di donne, fermarsi alla valenza estetica e, come piace dire ora, emozionale, sarebbe ridimensionarne il valore. Rosetta Martellini sceglie una scenografia essenziale e le musiche di Andrea Mei, per passare da un corpo all’altro, da una vita all’altra, entrando ogni volta in un qualche simbolico guscio, un impermeabile, una mantella rossa, prendendo in maniera graduale e quasi impercettibile inflessioni, movenze, timbri nuovi, facendosi lentamente abitare.
Parlano allora le lettere di Paolina Leopardi, che incarna con la sua esistenza desolata e la sua solitudine la fatidica domanda che si faceva Virginia Woolf sull’ipotetica sorella di Shakespeare: fosse anche esistita, avrebbe avuto le condizioni per diventare una grande scrittrice? E se anche ci fosse riuscita, mi dico, si sarebbe guadagnata il diritto alla memoria, o tutto sarebbe andato in qualche modo perduto, come le composizioni di Nannerl Mozart?
Parla anche Sibilla Aleramo, che per tutta la vita schiva e sovverte i ruoli imposti, la moglie, la madre, e diventa scrittrice, attivista, interprete tagliente di una storia personale drammatica e pure del femminismo: un movimento che tradisce sé stesso e si svuota se si riduce a chiedere di essere integrato, anziché rivendicare la propria differenza;una differenza neutralizzata nei secoli per via d’astrazione attraverso una sistematica separazione della donna dal suo corpo, dai suoi desideri. Sibilla la resistente, Sibilla errante per l’Europa, Sibilla dai molti amori, è l’anti-musa, la femmina che rifiuta di essere donna/domina, figura cioè stilizzata, assegnata a una forma di dominio simbolico e stringente.
Parla poi Dolores Prato, tra le grandi autrici legate alle Marche la più schiva, la più inafferabile: una biografia pallida se confrontata con quella di Lussu o Aleramo, per una scrittura che si rivela di contro potentissima, inesauribile: è la cura suprema per il vuoto, l’antidoto alla messa a margine che la accompagnerà sempre come donna e come intellettuale. Rosetta Martellini lascia che si manifesti attraverso il passo famoso delle scottature, dove si racconta di una gita al mare e di come il mondo dovesse sembrare, a una giovane donna sola del primo novecento, piuttosto simile alla prima esposizione al sole: abbacinante e terribile come un marchio a fuoco, ma da affrontare con feroce speranza.
Infine parla Joyce Lussu, le cui molte vite – di scrittrice, traduttrice, di partigiana medaglia d’argento al valor militare, di attivista politica – sembrano incontenibili in qualsivoglia frammento della sua produzione letteraria. Invece anche in questo caso l’esperimento di Rosetta Martellini riesce, e ne scaturisce un racconto pieno del fascino, dell’ironia, della forza che Joyce era capace di irradiare attorno a sé, fino a ispirare la reverenza totemica che è dovuta alle sibille appenniniche.

“Donne di Marca” è uno spettacolo necessario. L’interpretazione è appassionata eppure sempre controllata, e si avverte una forma di rispetto che non diventa mai distacco, quanto piuttosto capacità estrema di collocarsi entro il cono di luce di certi testi, di certe vite. Un simile lavoro teatrale si inserisce allora in quella forma preziosa di recupero, compiuta da tante artiste contemporanee, di una tradizione di antenate e maestre, che se a volte sembrano essersi piegate, hanno invece sempre resistito e mai obbedito, persistendo nella loro originalità. Dissipare l’ombra, frugare i silenzi, non significa cercare adesso un riscatto per grandi donne misconosciute – le opere sopravvivono comunque, anche all’offuscamento forzato delle loro creatrici – e neppure tentare di riequilibrare un canone in termini quantitativi. Serve piuttosto a recuperare un linguaggio sorto in clandestinità, e per questo ostinato e capace di parlare di tutto, oltre il dolore della protesta, e ben al di là di una rigidità di pensiero che ha portato nei secoli a forme classificatorie di sapere, a violente gerarchie, all’esclusione di temi, toni e soggetti dal dibattito culturale. Se esiste un tratto potenzialmente caratteristico della scrittura e del pensiero femminile è forse proprio questa apertura.
Per il resto, l’identità dovrà sempre sottrarsi al fraintendimento dell’omologazione e non pretendersi valore in sé per sé; però è grazie a questo spirito sotterraneo e comune che Rosetta Martellini ha potuto fondere in questo spettacolo quattro spettacoli, ed è in suo nome che Paolina, Sibilla, Dolores e Joyce possono parlarsi e parlarci ancora.

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