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un commento e una riflessione sul volume di Carlo Freccero, “Televisione”, Bollati Boringhieri, Torino 2013

di Maria Letizia Perri*

Ho letto Televisione di Carlo Freccero in occasione dell’iniziativa, che nella serata del 2 maggio ha visto l’ex Direttore di Rai 2 ospite di “Macerata Racconta “; ero invitata ad introdurre il tema, scelto dall’autore, dal titolo: L’Assenza del pensiero critico.
Come ho letto il libro di Freccero? l’ho letto da persona che oggi è poco affezionata al mezzo televisivo ma che non dimentica gli anni in cui la TV irruppe nella sua infanzia – era il ’57, avevo 5 anni – come un “oggetto” misterioso, una scatola di Pandora piena di prodigi; come un’occasione di conoscere e di crescere, più tardi negli anni ’70, rivelandosi infine come un “soggetto” prepotente, sinuoso e addomesticante. Erano gli anni ’80, ero donna, madre e soprattutto cittadina, la Tv commerciale mandò in onda il Drive in e dopo per me non fu più lo stesso…
L’ho letto perciò da non più spettatrice televisiva e proprio questo forse mi ha aiutato a scorgere nella trama principale altre trame e intrecci, che mi hanno permesso di guadagnare la giusta distanza sia da impressioni e ricordi nostalgici del primo periodo sia da prese di posizione ideologiche che seguirono al ’68 , per abbozzare una riflessione che qui propongo.
Parto dalla domanda: l’evoluzione da un modello all’altro della Televisione, dalla “Tv pedagogica” degli inizi alla “Tv digitale” dei nostri giorni – ampiamente sviluppata nel volume di Freccero in qualità di studioso e docente di teoria della comunicazione ma anche interrogata dall’interno e in profondità come un’esperienza professionale e personale intensa – non rivela un progressivo venir meno dell’attitudine al pensiero critico? più radicalmente, i modi di essere e di abitare il mondo divenuti per dir così “maggioritari”, non parlano di una condizione antropologica segnata dall’assenza di attitudine critica ?
“Oggi prevalgono distacco e rassegnazione, che non sono comportamenti casuali ma frutto di una diversa strategia televisiva “, scrive Freccero (p. 80).
Dunque la risposta appare affermativa: si può dire con l’autore, che prevalga oggi un genere di passività, che non è da interpretare tuttavia, come cerco subito di chiarire, come l’opposto dell’attività; piuttosto ne è la conseguenza o, meglio, il pendant dialettico: come una sorta di risonanza o di rimbalzo dell’ iperattivismo emergente in molteplici ambiti da parte di uomini e donne come attori sociali, che tanto più sono “in rete”, impegnati cioè a produrre forme materiali e immateriali di un universo globale di creazioni di senso, quanto più rivelano e direi narrano implicitamente – ecco la passività – a prezzo di quali modificazioni e generalizzazioni e ad opera di meccanismi di coercizione di quale ingegnosità sono inconsapevolmente governati.
E’ la parola governo, infatti, a mio parere, quella che meglio spiega la tensione appena emersa tra attività e passività; nel senso che, la passività – come assenza di pensiero critico – è una modalità di abitare il mondo che si lascia comprendere ponendo al centro la questione del governo. Questo spunto non è farina del mio sacco ma lo debbo ad alcune celebri analisi critiche di Michel Foucault degli anni ’70 (M. Foucault, Illuminismo e critica, Donzelli, Roma 1997). E’ la definizione che lui ne dà che appare interessante per il nostro ragionamento. La riassumo a grandi linee come segue: il governo è una formazione storica e metodologica di potere che struttura, secondo teorie, tecniche e pratiche capaci di molteplici e svariati impieghi, il campo di azione degli attori sociali in rapporto alla realtà esterna ed interna: regolando sia il rapporto scientifico -cognitivo con il mondo, sia le relazioni interpersonali e sociali tra gli attori sociali, sia come individui che come collettività, sia anche la relazione intima di ciascuno con il proprio sé. La capacità del sistema di potere, che va inteso non come “un potere o peggio ancora come il potere”, ci tiene a sottolineare Foucault, è tanto più consistente e significativa quanto più riesce a rispondere all’esigenza di ordinare complessivamente i vari ambiti di vita sociale secondo un sistema normativo rigido ma nel contempo a rendersi estremamente duttile nel modificarsi velocemente, assumendo di volta in volta forme di governo modellate sui bisogni – primariamente indotti – del momento storico (ibi, pp. 45 ss).
E’ questo l’aspetto più interessante che deriva dal mettere al centro la questione del governo, così intesa, per ragionare sul pensiero critico e la sua assenza: e cioè il fatto che il sistema di potere è così duttile e ingegnoso da arrivare a nascondere la sua fisionomia di antagonista della libertà così da rendere non solo inefficace ma insensata una eventuale reazione di intolleranza e di lotta da parte dei governati. Come può formarsi infatti il terreno adatto per la pratica critica quando è sopito o spento – di nuovo la passività – l’unico potenziale che possa, credibilmente e non astrattamente o utopisticamente, funzionare come antidoto al governo e infine all’idea stessa di sistema? Ma qual è questo dispositivo, questa capacità umana che sarebbe, per dir così, naturalmente antisistemica? Perché è evidente che dovrà trattarsi di uno strumento estraneo alla logica di governo, inaffondabile da parte della forma più esplicita che tale logica assume, cioè il sistema di sapere; dovrà risidiere altrove dal terreno in cui si radicano le metodologie di un pensiero colonizzato dal sistema scienza ovvero da un pensiero capace solo di esprimersi in termini di conoscenza. E infatti Foucault definisce lo strumento estraneo come un “modo di essere del pensiero” o un atteggiamento, una forma mentis o un’ attitudine pratica: più precisamente, scrive Foucault, la critica è “l’arte di non essere eccessivamente governati” (ibi, p. 38) .
Se torniamo ora all’analisi del fenomeno televisione, che Freccero conduce in chiave storico evolutiva ma anche e più intensamente, come già detto, in chiave di critica della società, non tralasciando perciò di sottolineare tra le righe le conseguenze antropologiche dell’eccessivo “governo” della Televisione – intervistato, Freccero sottolinea il permanere, nonostante l’incremento di più attuali e sofisticati strumenti mediatici, della Televisione nel ruolo di mediun privilegiato – dunque se torniamo alle pagine del libro, troviamo espresso, implicitamente e con altro dire, un riferimento emblematico al trend di assoggettamento, privo ormai di antidoti critici, al “governo”televisivo: la sua crescita trova riscontro specie nella fase di passaggio dal servizio pubblico come Tv pedagogica alla Tv commerciale, che segna una forte tensione, fino alla sovrapposizione, nel modo di intendere – o di non più intendere – la differenza tra “capitale culturale” e “capitale economico” (cfr. pp. 27 ss.) . Ma troviamo soprattutto un aspetto, che mi preme sottolineare, esplicitato da Foucault già negli ultimi anni ’70, che si riferisce alla fisionomia non più antagonista del governo, e che definirei, applicandola al governo televisivo, come la figura del tutto contraria, dell’amico, del vicino di casa, di qualcuno che è al servizio del desiderio umano, ancor più del bisogno, tanto meglio se istintuale; il servizio pubblico, obiettivo storico della Televisione, si tinge così di nuances intimistiche ed emozionali, si impegna in finalità psicoterapeutiche (Maria de Filippi) , sfoderando capacità salvifiche e, per dir così, messianiche, prive però di accenti moralistici, ma evocative di atmosfere rituali e di culto ( la Tv Culto o Cult, p. 139ss.), che con fin troppa facilità raggiungono, specie in epoca di crisi e di disagio esistenziale e di povertà materiale e spirituale, intercettano il bisogno della gente di cura, di accettazione e riconoscimento. Perché tu vali è , tra le altre, la cifra forse più esplicita di una modificazione del servizio pubblico che non trova il pari nelle precedenti; trasformazioni evolutive poiché da un lato frantuma l’equilibrio tra pubblico e privato – penso tra gli argomenti trattati nel volume, alla Tv verità, al reality, alla formula del talk show, che spalanca i vissuti personali di uomini e donne di successo, intellettuali e politici preferibilmente, al gossip di strada – e dall’altro ottiene un effetto tanto paradossale quanto pesantemente coercitivo: l’ascoltatore- spettatore entra in rapporto con il mezzo televisivo del tutto inedito, caratterizzato dal fatto che è il medium a proporsi e ad agire come il soggetto che ascolta: ascolta, valorizza, accontenta, esaudisce. E’ così che s’instaura un pericoloso gioco di reciproco sostegno, di continue interferenze, le cui conseguenze sono preoccupanti sul piano antropologico oltre che etico e politico, tra governo e governati.
Insomma si potrebbe dire che le conseguenze dell’amore, l’ultima trovata del sistema di potere e della sua capacità di rovesciamento, sono più violente e senza dubbio più nefaste per lo spettatore che non le conseguenze del potere come esplicita condizione di potere: la coercizione all’ obbedienza stimola in noi la percezione di illibertà, accendendo quell’energia autenticamente attiva che è necessaria per oltrepassare la passività e che fa sorgere una domanda radicale: fino a che punto è tollerabile essere governati? solo a partire da qui, come si è visto, prende forma il terreno di nascita del pensiero critico, altrimenti assente, capace di distinguersi dall’eccesso di criticità, da quell’attivismo ipercritico che il sistema di potere mediatico concede a larghe mani in quote giornaliere, il quale, come è evidente, funziona da deterrente, silenziatore, bavaglio a che sorga il bisogno di assumere un modo di pensare altro, un differente punto di vista, guidato da un principio di intelligibilità del mondo, degli altri e di se stessi che non è conoscere, sapere, oggettivare, bensì è pratica critica come attitudine etica.
Mi concedo a questo proposito, in conclusione, una provocazione che ritengo non solo in linea con il filo rosso delle analisi di Carlo Freccero ma anche utile, concretamente utile, per una gestione futura dei nostri rapporti con il medium Tv che sia più consapevole dell’efficacia dell’antidoto che abita in noi, come natura umana prima che come soggetti storici e produttori/prodotti di contenuti e significati culturali. La domanda è questa: dove eravamo noi – e nel noi includo oltre ai comuni cittadini gli uomini e le donne di scienza, gli intellettuali, i raffinati cultori delle scienze umane – quando la parola libertà ingegnosamente si disperse fino a dissipare il proprio contenuto di valore nel plurale le libertà, sancendo l’ingresso festoso e felicista del governo delle libertà per tutti e per ciascuno? dove eravamo nei tanti momenti in cui il singolare ed il plurale della medesima parola, libertà, grazie al medium TV, proprio ad opera della Televisione come sistema di governo, entravano in un genere di conflitto che il singolare era destinato a perdere, disperdendosi in tratti semantici spuri, come la licenziosità, l’impunità, l’immunità e altri fin troppo noti? Probabilmente eravamo incollati alla Televisione, esposti alle reciproche interferenze, complici di un medesimo pensiero unico, che sopisce le attitudini, i comportamenti e le condotte, ispirate e configurate in termini di naturale tendenza all’ autonomia e all’autodeterminazione .
E ora dove siamo o meglio dove scegliamo di essere? si perché, come spero che il ragionamento abbia mostrato, scegliere si può ancora: basta non entrare nell’ottica della logica di governo, e cioè non farsi irretire dall’idea che assenza del pensiero critico significhi la fine di qualcosa che è stato e che non ci sarà più, secondo una visione capitalistica e consumistica della storia che da secoli favorisce la logica del potere; il fatto che l’assenza di pensiero critico sia un dato oggettivamente rilevabile nel presente, come lo è la passività di cui si è ragionato, non interferisce sulla possibilità che abbiamo di cambiare sguardo e di riscoprire in noi la presenza, insuperabile, di un bagaglio di strumenti naturali – tutto ciò che chiamiamo sensibilità – di potenzialità capaci di esercitare l’arte di non essere eccessivamente governati e di correggere, sul piano culturale, gli effetti talora devastanti di un umanesimo tanto celebrato quanto disatteso .

* Docente di Pratiche Filosofiche e Forme della Politica presso l’Università di Macerata

(in foto Carlo Freccero a Macerata Racconta, introdotto dalla Prof.ssa Perri)