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NATOLI

di Mauro Gentili

Siamo alla quarta edizione della bella manifestazione Macerata Racconta che porta a passeggiare nelle piovose strade maceratesi scrittori, filosofi, saggisti provenienti da un po’ tutta Italia. Si conferma la bontà dell’impianto della manifestazione che è riuscita a riscuotere attenzione da parte di numerosissimi cittadini, con una tendenza all’aumento sia della popolarità sia della varietà delle scelte. L’appuntamento di venerdì pomeriggio è con il filosofo Salvatore Natoli, presso il Teatro della Filarmonica di Macerata, cui mi dirigo con tutta la famiglia (sarebbe uno scandalo perdere l’incontro dopo averlo ascoltato in tante città italiane come Mantova, Modena, e così via) incuriosito e già affascinato dal tema, Le beatitudini, tratto dal suo ultimo libro scritto in collaborazione con don Luigi Ciotti “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”. L’interesse del filosofo Natoli per le sacre scritture è noto ed è maggiormente interessante in quanto, da tempo, ne fa un lettura laica, che interpreto, ma ovviamente interpreto soltanto, come fuori dai confini della fede. Arrivati al teatro, sotto una pioggia battente, ci colpisce immediatamente la platea per il numero di cittadini che hanno sfidato le intemperie e, col quarto d’ora di prammatica, si comincia con Sergio Labate, filosofo dell’Università di Macerata che, da ormai sperimentato e sobrio presentatore, subito entra nel tema del festival e si pone problematicamente la questione: se l’assenza di giustizia possa essere considerata una delle beatitudini, e se la stessa sua assenza non sia l’urlo che proviene dagli oppressi. O per converso il loro assordante silenzio. Nel porre a Natoli la domanda cardine, ovvero se gli oppressi, gli affamati di giustizia, saranno saziati, introduce la questione del credere, quindi della fede, rispetto al Vangelo che definisce come un valore universale, rovesciando, quindi, l’interrogativo tra chi crede o no, in chi legge il Vangelo, e chi no. Ovvero, secondo me, tra chi pratica il ragionamento e la riflessione e chi invece ragiona solo in termini di utilità immediata. Natoli definisce subito il campo d’azione della sua prolusione omaggiando il tema della manifestazione ed assumendo l’assenza come mancanza di giustizia, come giustizia non resa. Il filosofo parte dal testo del suo libro e subito definisce le beatitudini evocate nel testo evangelico come manifesto del cristianesimo. Esse sono l’annuncio del Cristo ai poveri, il lieto annuncio. Cerchiamo quindi subito di capire chi sono i poveri. Essi sono gli oppressi, gli emarginati, i prigionieri, gli indigenti, e comunque chiunque non abbia la possibilità di realizzare se stesso. L’impossibilità di autorealizzazione è una costante del pensiero del filosofo per comprendere la povertà che è, principalmente, materiale, ma anche spirituale. Dice il Vangelo “Beati i poveri”ma non, dice Natoli, perché la povertà sia un valore in sé, ma perché essi devono essere liberati da essa e dunque vedranno all’opera lo spirito divino. Qui, su questo specifico punto, si è, per centinaia, forse migliaia di anni, consumato un terribile errore, ovvero, quello di considerare un valore cristiano la sofferenza, la povertà, la privazione. Facendo quindi della povertà, è una mia riflessione, uno strumento di controllo della masse indigenti. Ma Luca dice “Beati voi che avete fame, perché sarete saziati”. Dunque, Gesù amava gli oppressi non in quanto tali, non era in ciò il loro valore, quanto nella necessità della loro liberazione. Cita Don Primo Mazzolari il quale dice che non bisogna arrivare alla conclusione che si è messi al mondo per soffrire, in quanto occorre anche il benessere materiale. Ma come è possibile ciò, sulla terra, dove la ricchezza, soprattutto, ora, quella finanziaria, la fa da padrona ed immiserisce vaste parti del mondo? Cerchiamo dunque di capire cosa è la ricchezza. Non male in sé, ma male quando è “avara”, quando cioè opera per il solo e proprio arricchimento, per l’espansione dei propri averi e non per la liberazione dell’uomo dai suoi bisogni primari. Il ricco, l’avaro, è condannato quando getta gli altri nella povertà, quando, per la sua cupidigia, sottrae agli altri. Una forma di questa “avarizia” è il consumismo capitalista che ci ha viziato con bisogni indotti, con l’offerta di beni di cui, probabilmente, non abbiamo alcun bisogno. Ma l’avaro vuole che noi consumiamo, arrivando perfino ad indurci all’indebitamento pur di raggiungere il suo scopo, quello di accumulare ricchezze. Occorre quindi la giustizia, che è l’elemento di equità. Occorre una distribuzione equa della ricchezza, ad ognuno secondo il suo lavoro ed i suoi bisogni, bisogna che la ricchezza sia strumento di autorealizzazione. E qui Natoli inserisce un elemento di complessità, ovvero dice che questo però non può essere un quadro stabile, occorre che la società rimanga viva, riconosca il merito, eviti la staticità, ovvero tutti devono essere messi nella condizione di realizzare il meglio di sé. Se questo non è, la società è iniqua. Cita uno dei grandi del liberalismo, J.S.Mill che sosteneva che non si deve permettere l’eccesso di ricchezza, in quanto questa situazione toglie risorse al resto della popolazione. Rifletto e mi dico che capisco, forse, lo spirito di Natoli, che cerca la giustizia, ma lo capisco solo se ragiono in termini filosofici e mi tengo alla larga dalle considerazioni di carattere economico, che pure il filosofo fa, perché in quel caso il terreno si fa necessariamente più scivoloso e non basta la piccola porzione di tempo offertaci per saziare la nostra voglia, e necessità, di capire, comprendere, discutere, anche. Insomma, una lezione ricca sulla quale occorre riflettere, considerando anche il valore che il filosofo ospite attribuisce anche agli oggetti, al mondo ed al suo uso consapevole (uno dei suoi ultimi libri si intitola appunto “Il buon uso del mondo”). La ricchezza non è tutto, non tutto si può comprare, per esempio, la fiducia, un bene che non può essere in vendita. E la nostra società ha una grave crisi di fiducia. Per questo cresce il bisogno di leggi, di tutele, perché nessuno si fida più dell’altro, perché quando i rapporti hanno il solo vincolo mercantile essi non sono rapporti stabili e duraturi. Le ultime battute sono riservate al rovesciamento della regola aurea, ovvero “non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te”, che deve diventare quello che dice il Vangelo, ovvero il suo positivo “fai agli altri quello che vuoi sia fatto a te”, per arrivare infine a quello che definisce il “di più per eccellenza” ovvero, perdona i nemici, la giustizia suprema. La conclusione è di declinare il “tu scendi dalle stelle” in una giustizia che ci porti alle stelle. Sempre considerando che viviamo una vita limitata e fallibile. Al termine di questa mia parziale interpretazione dell’incontro, ritengo che sarebbe interessante si sviluppasse, o cominciasse a svilupparsi, un dibattito su queste questioni , perché viviamo in un mondo che sta assumendo sempre più una configurazione di crisi profonda, non la solita, millenaria, profezia della fine, ma la solita, secolare, crisi di sistema che però incide ed inciderà drammaticamente sulla vita di tutti noi. Occorre attrezzarsi per avere strumenti non solo materiali che ci consentano di non perderci nel caos prevedibile delle prossime scosse. Che non hanno nulla di soprannaturale, è solo la storia che srotola il suo papiro rugoso.

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