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Copia di mv_magliocchetti16


di Elisa des Dorides

Un demotape di rock contuso del 1992 segna l’inizio della storia chiamata Massimo Volume. La line up iniziale vede Emidio Clementi, Vittoria Burattini, Umberto Palazzo e Gabriele Ceci stretti in una cantina a Bologna ad assemblare quella che sarebbe stata una lunga strada. Inizialmente a cantare è Palazzo che poi però uscirà dal gruppo con qualche dissapore.
Nel 1993 decolla Stanze per una piccola etichetta indipendente bolognese. Un disco registrato in pochissimo tempo, con foga, così come la forza attrattiva che rapisce nel vortice di ossessioni e di vuoti che sono protagonisti di questo lavoro. Chitarre distorte e serrate, la voce è per lo più spezzata quando non declama e restituisce enfasi a “qualcosa di ridicolo e deprimente”, giorni qualunque  confessati con il  timore di avvertirli tali.
Lungo i bordi è considerato dai più il capolavoro dei Massimo Volume, datato 1995. Un disco di lapidarie incisioni lungo la successione di stagioni che fanno eco a sensazioni avvertite per suggestione e illusioni accovacciate negli angoli di case ormai sconosciute. Prodotto da Fausto Rossi, è un disco che non perde quella capacità di narrare fatta stridere su strumenti come scale mobili inceppate. Un loop di vita che non scorre. Uno sputo laconico, tirando in ballo vecchie modalità di difese, sul marciapiede d’acqua.
Il 1997 è la volta di Da qui: si aggiunge il chitarrista Metello Orsini e rischia di partecipare al disco anche John Cale ma la cosa non avverrà. Atti definitivi e quadri in chiaro scuro di viaggi non portati a termine. Le chitarre sono lente, incedono inciampando nei rimorsi, rese inquiete dal basso letale che le osserva, le fa esplodere in latrati acidi e metallici. I Massimo Volume sembrano non guardare da nessun altra parte se non nel loro soffocante desiderio di manipolare la materia sonora per evocare demoni: durante tutti gli anni Novanta, mentre gli altri gruppi cercano di rifarsi a modelli eletti a idoli, loro hanno già preso, inglobato esperienza e seguono il loro modello. Dopo aver stretto la mano ai Sonic Youth, preso un po’ delle loro sognanti chitarre e averli lasciati sul bordo dell’autostrada, passano oltre con l’auto carica. “-Questo sono io- nell’illusione che ciò che siamo riusciti a dire / fosse ciò che avevamo da dire”: questo tentativo probabilmente vacilla con Club Privè che non riscuote lo stesso entusiasmo nel pubblico dei lavori precedenti. Eppure vanta di collaborazioni con Manuel Agnelli, Cristina Donà e Steve Piccolo dei Lounge Lizards.
Poco dopo il gruppo si scioglie e segue un lungo periodo di quasi dieci anni, il che significa un silenzio artistico difficilmente colmabile.
Cattive Abitudini risana lo strappo alla carriera dei Massimo Volume. Stefano Pilla è alla seconda chitarra ora e rientrano nella formazione anche Egle Sommmacal e Vittoria Burattini. E’ il disco sintesi della loro storia, rappresenta il ritorno senza smacco. Rientrati nel panorama musicale italiano a tutti gli effetti, pubblicano uno split ep condiviso con i Bachi da Pietra dove entrambi fanno conoscere dei loro inediti.

Il 2013 segna l’arrivo del sesto album per il gruppo: Aspettando i Barbari. L’elettronica entra a far parte della loro componente musicale affinando ancora di più la capacità di creare atmosfere inquiete e taglienti, scivolando nell’onirico.
Tra quello che potrebbe sembrare un reading e la carica della rappresentazione teatrale che tenta di riportare a galla quello che sta sullo sfondo e al fondo, ecco i Massimo Volume.
Il 29 Aprile suoneranno al Teatro Lauro Rossi di Macerata per l’Hamlin Fest. Aspettatevi tutto, come sempre si dovrebbe, certo seduti su una sedia di teatro non ci si può agitare al tremore di linee stridule su cui si arrovellano le chitarre di Pilla e Sommacal ma, comunque, verrete trascinati altrove. Lo sapeva bene Lowell, tanto che i Massimo gli hanno dedicato un brano: “Non può esser qui, e quindi deve essere là, dietro la prossima curva della strada o banco di nebbia accecato dai nostri deboli raggi, un faccione, bianco quadrante d’orologio, ancora amico della terra”. Magari fatevi prestare L’ultimo Dio o Le ragioni delle mani da qualcuno che sicuramente li custodirà con religiosa attenzione, prima di sedervi e lasciarvi investire dal magnetismo ancestrale di Mimì. La sua scrittura è una mappa circolare che investe chi lo ascolta lasciandolo arrivare fino a quella rete da pesca che tira su dalle acque ferme tutti i brandelli di cose di una vita intera in burrasca.

(in foto i Massimo Volume)

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