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di Lucia Cattani

L’ultimo concerto della Stagione Sinfonica della FORM vuole salutare i suoi spettatori con un viaggio di luoghi, tempi e stili. Ciò è avvenuto al Lauro Rossi di Macerata lo scorso 24 aprile, con l’armonica di Gianluca Littera e la direzione di Massimo Morganti (arrangiatore e compositore, fautore della resa di Gershwin per orchestra classica) come protagonisti.

L’esordio è barocco e raffinato, con il Concerto in la minore RV 522, da L’estro armonico, n. 8 di Antonio Vivaldi, nella versione per violino, armonica ed archi. La melodia è legata dall’armonica L’armonica di Gianluca Littera e il violino concertatore di Alessandro Cervo si esibiscono in raffinati assolo: l’impressione è quella di trovarsi in un quadro di Bruegel. I maestri propongono duetti che lasciano senza fiato sia per la precisione e la misura, sia per la particolarità delle sfumature cromatiche. Gli archi sembrano suggerire vie di fuga dalla realtà, sempre però mantenendo ordine e delicatezza. Il secondo movimento è sepolcrale e dall’aspetto mesto: l’armonica è dolcissima e malinconica: si lega con naturalezza all’aura celestiale degli archi, lo fa con una sorta di umiltà. Dalla solitudine sommessa delle frasi si sviluppano spiragli di luce; allora i cieli sembrano aprirsi a illuminare il volto dell’uomo della tradizione, il reietto ai margini della società, colui che ha come compagna la sola armonica e le sue note. Dopotutto, anche oggi che le concezioni riguardo a molti strumenti ritenuti di ruolo secondario si sono sopite, non molti sarebbero in grado di aspettarsi tanto virtuosismo ed espressività da un così piccolo, umile e insolito strumento come l’armonica. Qui ha una dignità prodigiosa e riesce ad evocare immagini così sincere, semplici ed eloquenti da far commuovere il pubblico, compresa una mia sensibile vicina. Si unisce così lo strumento al barocchismo di Vivaldi, una presenza del tutto inedita data l’importanza dell’armonica acquisita solo a secoli di distanza dalle composizioni vivaldiane. Gli scenari splendidi creati dal compositore, ideati per essere portati alla luce dalla leggiadria degli archi, sono esaltati in questo caso dal piccolo, insolito strumento dal sapore di strade innumerevoli, di sudore e preoccupazioni del ramingo, del miraggio che i marinai prigionieri dell’immensità dei flutti non riescono a smettere di cercare e di richiamare attraverso le note, dell’odore salino, malinconia della taverna, in cui i vecchi pieni di saggezza, esperienza e storia, lasciano che queste loro peculiarità vengano sussurrate dal languido suono dell’armonica.

L’atmosfera muta, la musica si proietta nella Spagna folgorante immaginata da Moody con Toledo, fantasia Espanol para Harmonica y Orquesta : tra le sue mille feste, tra le danze vorticose e sensuali appare lo spirito di una tradizione. Suoni di sonagli e nacchere, i colpi sul legno tipici di quella terra vigorosa e ardita risuonano nel ritmo incalzante, irruento, appassionato che all’improvviso ammutolisce lasciando l’armonica cimentarsi in un impervio assolo, una sorta di gioco dinamico che svela tutte le incredibili potenzialità dello strumento e il virtuosismo encomiabile del Maestro Gianluca Littera. Viene presentata una polifonia di sfumature che torna presto ad essere seguita dalla marcia orchestrale, una fanfara gioiosa, spavalda, un’aria di corrida e di donne bellissime affacciate dai balconi come majas incantatrici di Francisco Goya; poco lontano si possono intravedere le misteriose leggende che si fanno reali nel volo di creature mistiche provenienti dall’animo pulsante della Spagna Magica, l’inarrestabile nonostante la più dura inquisizione d’Europa, la ribelle, la terra delle feste scatenate, della vita che si erge, senza la morsa delle schiavitù, di fronte alle mura imponenti dell’Autorità con musiche e canti di gioia. Gianluca Littera è un esecutore impeccabile e più che suonare la composizione di Moody racconta.

Dopo l’Italia barocca di Vivaldi, dopo la trasfigurata Spagna di Moody, la lunga strada tracciata in questa esibizione porta alla patria dello strumento ad arce libere, di cui l’armonica fa parte insieme alla fisarmonica. Come poter non incontrare sul nostro cammino l’Argentina cangiante e fluida delle composizioni di Piazzolla? Così ci si muove nella geografia e nelle epoche musicali fino alla fascinazione di due classici intramontabili come Oblivion e Libertango, naturalmente doverosamente riarrangiati per armonica: il risultato è trascinante, le sfumature e le interpretazioni del Maestro Littera lasciano senza fiato; riesce a far di uno strumento di così esigue dimensioni e di così poca considerazione generale un vero e proprio protagonista, in primo piano rispetto all’orchestra, senza alcun dubbio all’altezza della migliore fisarmonica. Gli archi sono avvolgenti e scatenati, la FORM è come sempre impeccabile e riesce a creare un equilibrio magnifico, ad esaltare la voce appassionata dell’armonica.

Ancora Moody torna, dopo il tango di Piazzolla, stavolta con un brano intitolato Bulgarian Wedding Dance, in cui l’atmosfera scherzosa e frenetica di un momento di festa nell’est europeo coinvolge il pubblico insieme a quell’immaginaria comunità.

Termina il viaggio attraverso le più disparate realtà con l’esplosivo arrangiamento del maestro Massimo Morganti delle composizioni di George Gershwin. Le note si rincorrono, si intrecciano intorno al filo conduttore della potente armonica per le vie della nevrotica ma sbalorditiva New York nella sua ascesa: il brano è di notevole durata e non si limita ad essere composizione per orchestra. Si tratta di un microcosmo di espressioni e stili, un fondersi della musica classica con una del tutto inaspettata jam session finale che ha avuto come protagonisti oltre all’armonica di Gianluca Littera, la chitarra jazz di Luca Pecchia, il contrabbasso di Gabriele Pesaresi e la batteria di Massimo Manzi. La musica classica si trasforma nel jazz, del tutto inedito e affascinante, una rivisitazione che ha lasciato senza fiato l’intero teatro che si è profuso più e più volte in ovazioni dopo i vari assolo dei singoli strumenti.

(Immagine: Majas al balcone, particolare, Francisco Goya)

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