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Rousseau-Donna-che-cammina-in-una-foresta-esotica

di Eleonora Tamburrini

La prenderò alla larga, ma che sia chiaro: questo non è un commento tecnico. E non è nemmeno un coccodrillo. Fugati i mali estremi, c’è comunque pericolo di prodursi qui in un compianto sibilato sulla guancia di qualche spirito affine, in un’apologia innecessaria o in un tributo scomposto; tuttavia ho deciso di assumermi il rischio e provare lo stesso a raccontare quelle tre o quattro cose che credo di aver capito di Marquez, e che lui ha fatto capire a me, cercando di rimanere lucida ancorché innamorata.

Ipotizziamo un luogo di mare, da qualche parte tra l’adolescenza e gli anni ancor più indefinibili che seguono, perché queste sono le premesse dell’incontro. Era un libro qualsiasi tirato giù dallo scaffale per le letture random dell’estate, con lo stesso principio bizzoso e prevedibile col quale avevo scelto, chessò, L’insostenibile leggerezza dell’essere o Sostiene Pereira. Un titolo. Mediamente lungo, abbastanza laconico e promettente. Insomma ricordo che leggevo Cent’anni di solitudine in una qualche estate torrida lontana da casa, e potrei arrivare a dire che ho ben in mente la mia posizione esatta, l’ora del giorno e il clima intorno, mentre Remedios la bella ascendeva al cielo, Aureliano Buendia forgiava pesciolini d’oro e sposava una bambina destinata a morire incinta tra le sue bambole e Macondo era così recente e intatta che si andava a scoprire il ghiaccio, si dava per la prima volta il nome alle cose. Più che a qualsiasi altro personaggio io assomigliavo a Macondo – avrò pensato qualcosa del genere allora.

Dopo sono venuti altri libri di Marquez, poi romanzi assai diversi, “minimalisti” diceva qualcuno, europei, americani, e c’era anche altro, i saggi, la poesia. La parabola di molti, insomma. In verità non osavo più leggere Marquez perché supponevo di averlo incontrato nelle migliori condizioni possibili, in un tempo irripetibile e congeniale. Quei viluppi scalmanati di personaggi, gli amplessi infiniti, le foglie grasse dei banani e l’umida foresta del Caribe mi sembravano ormai impraticabili, superflui. E invece.
Non avevo ancora letto L’amore ai tempi del colera. L’ho fatto l’anno scorso insieme a un gruppo di lettura, che come tutti i gruppi di lettura era (ed è) piuttosto variegato per età, studi, mestieri, persino nazionalità – c’erano anche, fatto curioso per un paese piccolo come il mio, un tedesco e un’inglese. Ebbene quello che emerse dopo un mese di lettura fu un entusiasmo collettivo, una fascinazione che lasciava spazio a pochissimi dubbi e fugava anche i miei. Non c’erano adolescenti in quel gruppo, piuttosto gente, come ho detto, dai gusti anche disparati, eppure tutti in quel gennaio erano stati completamente rapiti dalla storia di Florentino Ariza che per cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni rincorre Fermina Daza contro ogni ragionevole calcolo e previsione di successo; per tutto quel tempo la aspetta, a modo suo. In quella stessa stagione avremmo letto altra letteratura sudamericana, dai grandissimi – Borges, Asturias, ai controversi – mi viene in mente Amado – a quelli che mi sembrano gli spenti prosecutori di una tradizione spolpata all’osso– Allende, Sepulveda, Serrano. Ebbene forse non tutti i partecipanti di quell’anno sarebbero d’accordo con me su questa partizione un po’ tranchante, ma nessuno ebbe dubbi allora sull’incedere splendente di Marquez, sul potere della sua scrittura di segnare un prima e un dopo. Un campione di lettori ristretto, si dirà. Può darsi, ma abbastanza rappresentativo, ed è certo inoltre che la popolarità del colombiano, la sua dirompente trasversalità, sono di quelle cose che lasciano alcuni critici interdetti, quasi insospettiti, e spingono i lettori più alternativi a prendere di riflesso o per partito preso le distanze. Eppure il pregio di piacere a molti mi pare non solo per nulla scontato, ma anzi molto raro a questi livelli di perfezione narrativa, di ordito lessicale, di fecondità immaginifica. Più che di magia – mi astengo dal completare la formula – in Marquez abbiamo a che fare con un incantamento, un potere irradiante che non risiede tanto nei contenuti delle storie (cos’è in fondo qualche uomo nato con la coda, o una fanciulla assunta in cielo…), quanto in quel modo di avanzare per onde e falcate in un innominato, riconoscibilissimo Novecento, per le strade di un indistinto, riconoscibilissimo Sud America. Uno dei segreti è nella struttura della frase, barocca dirà qualcuno, corposa dico io, capace di dare sempre l’impressione di svolgersi sbrigliata sulla pagina, generosa di epiteti e metafore, ampia nelle descrizioni, e poi improvvisamente contratta, elusiva. Ma è una conquista raffinata questa poca economia, questa libertà con cui Marquez compie le sue cavalcate su archi di tempo anche lunghissimi, portando tutto – l’aggettivazione, le figure retoriche, il numero dei personaggi – alla provocazione estrema per fermarsi in bilico, dondolante a confine con l’eccesso, e poi ricadere sempre trionfalmente nel piacere. David Foster Wallace ha scritto di Carver: “Non era un minimalista: era un artista!”. Mutatis mutandis, spetta a Marquez la stessa (ri)considerazione, al riparo dalle etichette tristi che volentieri lasciamo alla sintesi maldestra dei giornali.

C’è dell’altro. Quei personaggi, folli, struggenti, scellerati sono francamente difficili da imitare (spiace per Allende che pure si era impegnata, con Rosa del Valle ad esempio, a riassemblare i vari possibili attributi delle donne marqueziane). Ma tant’è. A parte la primogenitura (Cent’anni di solitudine è del 1967, La casa degli spiriti del 1982, per intenderci), non si tratta tanto di inventare l’intreccio più mirabolante, o la descrizione più preziosa. A essere impareggiabili sono la curiosità e la passione con cui Marquez si addentra negli amori, nelle meschinità, nelle afflizioni di queste creature: a ogni frase risulta più chiaro che nulla di ciò che è umano può essergli alieno o sconosciuto. Non credo si dimentichino facilmente il passo da cerva di Fermina Daza, le poesie di Florentino scritte sui petali di camelia (“il fiore che impegna”), gli occhi di Urbino prima di morire, Transito Ariza, col suo “istinto per la felicità guastato dalla miseria”: eravamo lì, presi dal godimento del racconto puro, distratti -credevamo- da noi stessi, e ci siamo sorpresi a specchiarci.
In tutto ciò ogni giudizio è sospeso, per ciascun personaggio Marquez ha uno sguardo di compassione e ironia. Per questo è così difficile scegliere per chi parteggiare anche in una delle opposizioni più elementari, quella tra Juvenal Urbino e Florentino Ariza nell’amore per Fermina. In tutti, ci sembra, riusciamo a riconoscerci, a tutti potremmo aspirare, da tutti cercare di fuggire. D’altronde “l’amore ha più stanze di un casino”.
Anche i casi più estremi, come le amanti morte per colpa o per distrazione di Florentino, America Vicuña per dire, o la povera Olimpia Zuleta (“questa figa è mia”, ricordate?) rientrano nel sistema di oscillazioni previsto dall’andamento del tempo secondo Marquez. Un tempo amaro – non ci si lasci ingannare dalla vegetazione lussureggiante e dagli amori indomabili – destinato a richiudersi su se stesso come un maestoso catafalco.
Ma prima che il vento spazzi via Macondo non c’è spazio per il risentimento o la resa; le moltissime morti descritte da Marquez sono sfide, i suoi ritratti di cadaveri quadri vivi, forme di resilienza della materia. Come il battello, che nel finale de L’amore ai tempi del colera muove sul grande fiume in mezzo a una natura sventrata, portando Florentino e Fermina avanti e indietro, su una rotta cieca e presumibilmente senza fine.

(Il quadro è “Donna che passeggia in una foresta esotica” di Henri Rousseau)

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