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di Giulia Boschi

«Non vedo quello che faccio come un’impresa eccezionale, ci vogliono solo molta passione e il desiderio di creare degli spazi di relazione, dove protagonisti siano sia gli ospiti che il pubblico. Credo che la cultura paghi, anche se oggi politiche poco lungimiranti possano far credere il contrario»

Così presenta il suo lavoro a “L’Adamo” Oriana Salvucci, ideatrice dei festival culturali “Non a voce sola”, ormai giunto alla sua V edizione che partirà il prossimo 5 luglio a Macerata, per poi toccare altri comuni marchigiani, e “Fermo sui libri”, apertosi lo scorso 11 aprile nella città di Fermo.

Quest’anno ha lanciato la prima edizione del festival “Fermo sui libri”. Com’è stato il primo incontro che ha avuto come ospite Umberto Galimberti? « L’appuntamento con Galimberti è stato molto appassionante: ci ha dato una visione dell’epoca attuale senza grandi speranze, visione con cui concordo. Il professore ha affermato nella pars destruens del suo intervento che stiamo vivendo nell’età della tecnica, ossia la più alta forma di razionalità che cerca di conformare l’uomo in una dimensione razionale. L’essere umano è però fatto anche di desideri, di passioni e di pulsioni, ossia di tutta quella parte irrazionale e irriducibile che forse un giorno ci salverà dal continuare a trasformare i mezzi in fini, come il denaro che è diventato il generatore simbolico di tutti i valori della contemporaneità».

Il titolo nonché tema del festival “Fermo sui libri” è “Cara crisi”, un argomento attuale e estremamente dibattuto. Che cosa si aspetta dall’intero evento e che reazioni vuole suscitare nel pubblico che sarà presente ai numerosi appuntamenti in programma, a cui interverranno molti altri nomi importanti del panorama culturale italiano? «Il festival ospiterà nelle sue prossime date Enrico Brizzi, Luciano Canfora, Antonio Pennacchi, Giacomo Marramao, Antonio Scurati, Cristiano Godano, Andrea Baranes, Antonia Arslan e Angelo Ferracuti. Io credo che un festival debba suscitare interrogativi più che dare risposte. Perché il titolo “Cara crisi”? Perché a mio parere la crisi non va vista come una calamità, ma come un’opportunità. Le epoche di crisi sono epoche di mutazione, evoluzione e trasformazione, in cui con impegno vengono fuori delle ottime opportunità»

Il festival “Non a voce sola” è un festival itinerante tutto al femminile. Che cosa l’ha spinta a creare un evento simile? Crede che al momento attuale le donne non abbiano ancora molta voce in capitolo? «Io creai questo festival nel 2010 quando il silenzio delle donne era assordante. Volevo dare vita a un percorso di conoscenza all’interno del pensiero femminile e verificare alcuni interrogativi che partivano da me e da un gruppo di donne: se esista veramente un’identità di genere, se esista un pensiero della differenza. Quello di cui sono convinta è che questo festival sia uno spazio dove pensare il mondo da un punto di vista femminile e dove pensarsi. Negli anni è diventato inaspettatamente il luogo del dialogo fra i generi, ci sono stati anche ospiti uomini come: Massimo Recalcati, Pierpaolo Capovilla, Stefano Ciccone. Sono convinta che il mondo sia coniugato al maschile, che il patriarcato non sia finito, che essere donna sia molto più difficile che essere uomo. C’è un pensiero della differenza e per una donna è molto difficile partire da sé. Abbiamo anche noi introiettato alcuni stereotipi del mondo patriarcale e questo vuole essere il luogo per costruire, insieme agli uomini, un pensiero e un cammino di comune libertà».

Il tema di questa edizione è “Metamorfosi”, ce lo vuole raccontare? « Sento molto profondamente questa contemporaneità e la fine dell’Occidente, quando penso ai tempi che stiamo vivendo mi viene da citare Cristina Campo “E’ l’era della bellezza in fuga, della grazia, del mistero, del punto di scomparire”. La nostra è un’epoca di crisi, pero’ come dicevo, non vedo la crisi in accezione negativa ma come un’occasione per pensarci e ripensare il mondo e l’Occidente, nella convinzione che l’essere umano, uomo o donna, sia marginale rispetto all’armonia dell’Universo. C’è stata una pretesa da parte dell’essere umano di essere al centro del mondo senza rispettare le leggi naturali a cui invece deve adattarsi. Se siamo riusciti a sopravvivere finora è grazie alla nostra capacità di adattamento, al conformarsi alle leggi dell’Universo. Il mio non è un pensiero mistico o religioso, ma razionale che viene da una persona atea. Quando penso ai tempi che stiamo vivendo mi viene in mente un bellissimo libro di Telmo Pievani, “La vita inaspettata. Il fascino di un’evoluzione che non ci aveva previsto”. Sfatando alcuni stereotipi sull’evoluzione, Pievani afferma che se il passato è aperto a maggior ragione lo è il futuro, che dipende dalle nostre scelte. Ma l’essere umano deve considerare il fatto che non è centrale nell’armonia dell’Universo e che la sua  grande forza è la capacità di adattamento che significa cambiamento, rivoluzione, adattabilità a leggi più grandi che lo sovrastano. Questo non significa che io ami la flessibilità a livello lavorativo, che non sia garantito ai giovani uno spazio. La flessibilità a cui mi riferisco è a livello mentale, trasformazione significa anche accogliere l’eredità dei padri, ma vivendo una propria vita».

 

(in foto, la Biblioteca storica di Fermo, Sala del mappamondo)

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