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sibilla_rossetti

di Lucia Cattani

a volte nelle serate invernali trascorse con gli amici in
qualche sperduta locandadelle mille frazioni che qui sono
annidate , mi è capitato di vedere qualcuno sorridere nel pensare
che la Sibilla esista. Non credo si possa mettere in dubbio la sua
esistenza, ignorare la sua presenza è come negare noi stessi.
G. Maroni

Per secoli e secoli, come un vento partito dalle montagne, la voce della Sibilla Appenninica e delle sue fate seguaci si è insinuata nei focolari dei nostri progenitori, come diadema tra tutte quelle suggestive storie e leggende che vengono tramandate. Lo scenario è sempre così simile e avvolgente, nonostante gli anni si distanzino e le epoche cambino nome. Alla fine del faticoso lavoro nei campi, dopo la mietitura, dopo la vendemmia o la tosa delle pecore, a coronare una giornata di festa dopo l’immancabile processione di paese, nelle colline marchigiane di frequente piccoli nuclei si raccolgono e lasciano librare i pensieri e le fantasticherie: il fuoco nel camino vede librare le innocue scintille, il tempo sembra fermarsi e i racconti cominciano a fluire, mescolati con il conforto della penombra, l’odore del legno e delle braci, il familiare ululato del vento tra i campi e i versi lugubri dei rapaci. Allora gli anziani iniziano ancora una volta il racconto, al sicuro nei piccoli paesi delle colline marchigiane, in modo che possa essere tramandato ancora, anche dopo che le loro voci si fermeranno, affinché le leggende contenute nella terra e nel sangue di chi la abita possano avere una promulgazione e superare, come fin’ora è accaduto, le barriere del tempo.

A torreggiare su ogni altra vicenda misteriosa è indubbiamente quella legata all’oracolo della Sibilla Appenninica, la più celebre delle fate che abiterebbero quei nostri monti che nei secoli hanno assunto il nome di questa creatura, i Sibillini appunto. Sono le zone di montagna comprese tra il massiccio del monte Vettore e del Monte Sibilla a testimoniare quelle storie terribili, incredibili, misteriose e così affascinanti da non essere andate perdute nell’aridità del reale.
Tutto ha origine da un definito luogo, il cosiddetto antro della Sibilla, costellato tuttavia di altri luoghi “magici” come la località di Foce, da cui parte il sentiero per il famoso Lago di Pilato, Montemonaco, Montegallo, Pian Grande, Pian Piccolo e il Pian Perduto di Castelluccio da Norcia: in questo spazio limitato eppure così intriso di misteri e leggende, segreti tramandati di nonno in nipote, si affollano versioni diverse che vorrebbero definire l’ammaliante figura della grande Maga, dell’Incantatrice delle montagne, della Maga Saggia e delle sue fate, dell’eterna Sibilla Appenninica.
La leggenda parte dalla profondità della Grotta della Sibilla, anche detta Grotta delle Fate, ricavata nella roccia e raggiungibile solo a piedi, nei pressi della vetta del Monte Sibilla, a ben 2150 mslm: doveva essere il punto d’accesso al regno sotterraneo della Regina Sibilla. Andrea da Barberino con il suo romanzo cavalleresco Il Guerrin Meschino rese concreto il mito, dipingendo tuttavia la maga come figura demoniaca e tentatrice, il suo antro ingresso dell’inferno. Ricordo di aver letto una storia simile in uno dei tanti libri che sulla leggendaria incantatrice sono stati scritti nella casa dispersa tra le colline di mia nonna, da cui era possibile vedere i rilievi lontani. Fui talmente colpita da quel viaggio del cavaliere verso l’ignoto, dalle meraviglie della grotta segreta, dallo splendore della Sibilla e delle sue fate da trascurare l’accezione malvagia e blasfema, satanica che dal medioevo aveva ricoperto quelle creature. L’incalzante dogma del cristianesimo aveva soppiantato l’innocenza originale, la grande forza di una semidea, una creatura mistica e saggia, una donna-dea in grado di custodire i segreti della natura, dell’universo, della storia e del futuro nel suo antro nascosto, in una vita da eremita in contemplazione. L’atmosfera orrorifica del mostro, strumentalizzato dai cattolici, era stato in grado di soffocare lo splendore della maga buona e saggia, incarnatrice di tutte quelle tradizioni contadine millenarie, emblema del meraviglioso e puro rapporto che legava la terra a quelli che si prendono cura di essa, fino a riuscirne a leggere i segni, i criptici linguaggi.
Sarebbe futile citare le mille altre versioni della storia della Sibilla, una fra tante quella che la vedrebbe discendere a valle insieme alle fate, tutte sotto le spoglie di donne bellissime dai piedi caprini: prendendo parte alla festa, tentando gli uomini durante la notte, sarebbero poi costrette la mattina successiva, prima delle luci dell’alba, a risalire nell’antro attraverso una faglia, sul Monte Vettore. Il piede caprino può essere considerato sia un simbolo demoniaco che uno strumento di sopravvivenza sulle ripide rocce montane. Per lo più le fate sibilline sono viste come antiche baccanti, danzatrici nelle notti di plenilunio e amanti degli uomini coraggiosi che per loro mezzo avevano la possibilità di essere sottratti dal mondo, abbandonando così la sorte di semplici mortali in cambio di una vita fino alla fine del mondo, vissuta nel sotterraneo dell’antro della Sibilla.
È chiaro il motivo per cui una simile leggenda sia stata demonizzata da lunghe prediche di santi e frati: le fate sibilline sarebbero state costrette da ciò a rifugiarsi nelle viscere della montagna e ad entrare a far parte del mondo invisibile. Con la fine del mondo antico e del paganesimo, con la morte di Pan, appartennero alla schiera dei demoni.
In realtà, nell’antichità la Sibilla Appenninica ha goduto in tutta Europa massima stima, tanto da essere chiamata “Sapientissima”: prevedeva infatti il futuro ascoltando il fruscio dei rami della quercia, i suoi vaticini erano richiesti dagli imperatori romani. Sempre rappresentata con un libro in mano, la Sibilla poteva essere considerata la donna dignitosa e saggia per eccellenza, vera e propria detentrice della conoscenza, sia che fosse dipinta nelle leggende come l’amante di tutti i sacerdoti o come una donna pura, vergine, o come incantatrice, ammaliatrice e demoniaca. La scrittrice Joyce Lussu ha dato una spiegazione del fenomeno che può essere definita antropologica: la Sibilla Appenninica è identificata con una figura protettrice della sapienza contadina, una specie di nume tutelare, il cui ricordo risulta radicato nella cultura dei residenti. Potrebbe quindi essere considerata simbolo della sua terra, metafora delle nostre colline e di tutte le fantasticherie e leggende che si sono accumulate e perfezionate nei millenni alla luce di infiniti fuochi notturni.

(immagine: Dante Gabriele Rossetti, Sibilla)