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di Alessandro Seri

Nella tradizione della Pasqua, nel suo lungo percorso che porta alla domenica della resurrezione, ho sempre trovato spunti per scrivere e altri per approfondire e pormi alcune domande esistenziali pur senza definirmi un cattolico osservante. La ritualità complessa che inizia con la quaresima dovrebbe rendersi effettiva nella pratica del digiuno e dell’astinenza dalle carni ma l’approccio negli anni è storicamente mutato, al fine di favorire un certo proselitismo. Così il digiuno quaresimale e l’astinenza dalle carni, che penso di interpretare dal punto di vista corporale e non alimentare, si è trasformato in un più blando evitare di mangiare la carne solo nei venerdì, abbandonando di fatto la parte fisica, erotica. Questa pratica mi porta a riflettere su come i suddetti digiuni del venerdì si siano trasformati in prelibatissimi banchetti a base di costoso e ricercato pesce. Mi chiedo ancora oggi, come facevo da bambino, se la cosa avesse una sua logica ma credo che sia una dimostrazione pratica di come l”uomo, il cattolico in questo caso, sappia portare a suo vantaggio materiale alcuni precetti del vangelo o ancora meglio su come la forma del compromesso sia storicamente così ben sviluppata.

Avendo frequentato scuole cattoliche ho un ricordo abbastanza preciso di un’altra ritualità interessantissima e cioè quella del mercoledì delle ceneri. Quando accadde la prima volta avevo già un’abbozzata idea della caducità della vita, la quale divenne ancora più intensa e precisa il giorno in cui il prete mi sparse sul capo un pizzico di cenere benedetta sussurrandomi (credo di aver avuto nove, dieci anni) – Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai –. Poi ci si chiede perchè certi ragazzini. di punto in bianco. assumono un’aria dolente e preoccupata. Sinceramente il pensiero di dover ritornare cenere non mi scuoteva tantissimo ma probabilmente fu uno di quegli atti che, in adolescenza, fanno l’effetto contrario. Se, cattolicamente parlando, mi si voleva trasmettere l’incentivo a vivere con impegno il periodo quaresimale, di fatto accadde che quello fu l’interruttore giustificante per alcune bravate sulla scia del – live fast die young -.

La missione di quegli anni, quelli diciamo dai quindici ai ventidue, si fondava su alcune icone che il cattolicesimo lo sfioravano appena, c’era tutta una mitologia del capello lungo e della ribellione che ovviamente prendeva come esempi Che Guevara, Jim Morrison e si finiva nell’ammirare gli occhi azzurri e i capelli sporchi e fluenti di Robert Powell nel Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. Uno sceneggiato culto per quelli della mia età, tanto che molti miei coetanei ancora non riescono a fare a meno della scena famosa con la cacciata dei mercanti dal tempio. Ogni anno, più o meno, durante il periodo di Pasqua, la televisione di stato lo rimandava e fin quando si era costretti a passare le serate in famiglia, lo si guardava così come si faceva per il Pinocchio di Comencini. Obiettivamente Powell nel ruolo di Gesù è ormai nell’immaginario collettivo persino dei “ribelli”. Una figura in cui immedesimarsi e a cui tendere se non altro per carisma.

Andando avanti nel percorso di avvicinamento alla domenica di Pasqua credo sia giusto precisare che c’è un attimo di gioia popolana che mi avvince e commuove: la domenica delle palme. Quando cioè si festeggia l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Un ingresso trionfale, un’accoglienza festante, con una folla che lo saluta agitando rami di palme. Lui entra in città, seguito, accompagnato, dai discepoli ma lo fa in groppa ad un asino. Un’altra immagine simbolo di umiltà e forza spirituale; un’immagine a cui sono molto affezionato. In questo mio periodo di rinnovata curiosità per il cristianesimo, domenica scorsa, a Roma per la presentazione di un libro, ho avuto l’esigenza di andare a San Pietro per vedere da lontano Papa Francesco. Era la domenica delle palme. Dovendo essere razionale ed equilibrato devo ammettere che c’era una gran folla, la piazza delle cristianità era piena così come le vie adiacenti. Ciò che mi ha convinto, e positivamente sorpreso, è che dopo tanti anni dall’attentato di Alì Agca a Wojtyla, finalmente l’automobile che portava verso e tra i fedeli il Papa non aveva nessuna protezione se non quella degli uomini della scorta, che però erano a piedi. Un segnale fortissimo, secondo me, che questo Pastore sudamericano sta facendo passare e per il quale sta raccogliendo le attenzioni e il seguito  che merita. Qualcosa del tipo – Non stupitevi, io sono con voi, io sono come voi – .

Un’altro passo di avvicinamento alla Pasqua di oggi è quello segnato dal Giovedì Santo, il giorno dedicato tradizionalmente alla visita dei sepolcri. In realtà si ricorda l’ultima cena di Cristo con l’associazione di se all’eterno Padre e anche la prima celebrazione dell’eucarestia. I sepolcri quindi sono una tradizione popolare non troppo liturgica. Teoricamente bisogna visitare un numero dispari di sepolcri, almeno tre, diceva mia nonna, la quale di fatto ricompensava il mio sbuffare per il lungo pellegrinaggio serale con il primo gelato della stagione, nonostante il clima non fosse ancora mite.

Ma il mio giorno preferito, quello che più mi coinvolgeva, era il venerdì santo, il giorno della processione del Cristo morto, quando in alcuni borghi della provincia ci si veste con panni antichi tentando di riprodurre una Gerusalemme del 33 d.c. Da piccolo potevo ammirare i centurioni romani a cavallo, le vesti sdrucite di chi impersonava Gesù che portava la croce e le altrettanto pittoresche vesti indossate dagli altri figuranti. Ciò accadeva nei paesi che optavano per la rievocazione storica della passione. Nel mio paesello il prete, la parrocchia e le associazioni varie non osavano tanto; quindi la processione si trasformava in una fiaccolata che si accodava alla teoria delle confraternite: la confraternita della Santissima Annunziata, quella del Santissimo Sacramento e la mia preferita, quella con drappi neri e oggetti simbolo della passione: la evocativa confraternita della Buona Morte. Tutte e tre esistenti a Colmurano dal 1500 circa. Una tradizione a cui tengo molto e che conservo con gelosia tra i ricordi, così come il canto tremulo delle anziane che insieme all’amplificatore fischiante del parroco, accompagnava la processione. Quel canto indimenticabile faceva più o meno così: – Te saludo o groce sanda che pordasdi i rredendor… –

Alla fine c’è oggi, la Pasqua il giorno delle campane che si sciolgono e suonano a festa, il giorno delle uova di cioccolato per i bambini e dei pranzi luculliani a smentire la spiritualità ma al tempo stesso a il giorno della più misteriosa e popolare festa del cattolicesimo, quella che celebra l’impossibile, la certificazione del divino,  la resurrezione.