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di Lucia Cattani

 

Il fascino indiscutibile della classica formazione orchestrale ha inebriato gli ospiti del Teatro Lauro Rossi di Macerata, lo scorso venerdì 11 aprile. Sembrano non aver mai fine le proposte musicali della città, neanche ora che è giunta al termine la stagione concertistica di Appassionata. Tocca alla FORM, l’orchestra filarmonica marchigiana a deliziare il pubblico, insieme alla bravura del violoncellista Umberto Clerici, dell’arpista Margherita Scafidi e dell’esperta direzione del Professor Giuseppe Ratti. Le prime note fluttuanti sono quelle inconfondibili del genio di Maurice Ravel, con la sua Introduction et Allegro,  per arpa, con accompagnamento di quartetto d’archi, flauto e clarinetto: tocca alla Scafidi aprire la serata, con dieci minuti e poco più di vero e proprio incanto. Da quando ho memoria l’arpa ha suscitato in me un’irresistibile fascinazione e partecipazione emotiva ad ogni raro e prezioso concerto in cui avevo la possibilità di lasciarmi ammaliare dalle armonie squisite e cullanti prodotte dal difficile strumento. Non è così facile imbattersi in un concerto d’arpa, tantomeno solista!
  Quando tuttavia ciò accade scende un’atmosfera incantata, fatta di giochi di trasparenze e veli, leggerezze, visioni: l’ultraterreno scende sul palco invocato dalla sinuosa voce dello strumento. Si dischiudono le porte delle leggende, dei secoli passati, di un folklore esotico, di un certo sapore rinascimentale. Chi si accinge per la prima volta ad assistere ad un’esecuzione d’arpa è inebriato da un’inimmaginabile aria fiabesca, leggendaria che lo strumento crea con i suoi iridescenti strascichi: è ciò che riesce mirabilmente a creare anche stavolta la sensibilità artistica della Scalfidi, anche esteticamente avvolta da una morbida capigliatura color rame che la rende affine a qualche leggenda celtica di magiche creature. L’apparenza di per sé suggestiva è immediatamente oscurata dalla delicatezza, leggiadria e sapienza del suo tocco. Margherita Scafidi sembra la silenziosa musa, la tacita portatrice di qualche segreto percepibile solo attraverso il suono celestiale dello strumento. Lo sfondo del mito è creato dall’insieme delle voci dei violini di Alessandro Cervo e Simone Grizi, dalla viola di Ladislao Vieni, dal violoncello di Alessandro Culiani, dal flauto di Francesco Chirivì e dal clarinetto di Danilo Dolciotti. Le soffuse note svelano un albeggiare luminoso. Sembra giungere un rigoglio primaverile con tutta la sua avvolgente vita dopo le nebbie del lungo freddo. L’arpa è incantatrice, protagonista indiscussa all’interno della scena: sembra celare e a volte svelare caldi raggi di sole. Il tema prende solidamente vita dagli archi, corroborato dagli effluvi sospirati e ammalianti dell’arpa. È la rivincita della vita, rimasta tanto a lungo prigioniera, soffocata ed ora, invece, libera, seppur incerta e fragile, sul punto di muovere i primi risoluti passi.

Nel secondo brano in repertorio sale l’orchestra al completo insieme al violoncello solista, Umberto Clerici. Parte vigoroso e risoluto il Concerto per violoncello e orchestra, op 58 , di Alberto Casella, che vuole allontanarsi dai canoni ottocenteschi del melodramma per una nuova ricerca armonica e stilistica che parte dal recupero delle sonorità rinascimentali e barocche. Questo avviene non senza una profonda consapevolezza del presente, l’evidente nel periodo della composizione, tra il 1934 e 1935. Si tratta di una corsa eroica ma disperata, lamentosa ed oscura, rapita dalla forza trascinante di un vortice abissale. I conflitti, i lutti, le grida sono alle porte, la morte è sotto gli occhi di tutti e non si può più soggiacere al vago sentimentalismo. È il tempo della Morte di Bergman, quell’entità trascendentale che non vacilla né cede di fronte alla sofferenza, quella marmorea giocatrice di scacchi che sta per accingersi alla fatidica partita del Novecento che avrà per pedine intere nazioni, la cui vittoria sancirà il destino della Storia, delineerà i nuovi ideali sociali. Il violoncello eccezionale di Umberto Clerici, pluripremiato professore presso l’Università di Sydney e presso l’Accademia estiva dell’Università Mozarteum di Salisburgo, ci accompagna nel drammatico viaggio nell’infernale presente che non ha niente di schematico, nessuno schema a cui aggrapparsi, solo un tripudio di frasi accorate, a volte glaciali, a volte disperate e amare che si legano così bene alle avanguardie musicali europee. La carica del passato dilaga e infiamma voracemente il presente, lo vivifica invece di invecchiarlo o appesantirlo. Da artista italiano, Casella non può non insinuare nelle sue frasi così legate al Settecento di Vivaldi un impeto futurista e al tempo stesso richiami folklorici alla realtà delle feste paesane, ultimi baluardi di un’umanità sul punto di sgretolarsi che, tuttavia compie un’ultima danza macabra, una quasi Ballata della morte rossa per finale, che lascia senza fiato.

Con un salto di un secolo nel passato, dall’avanguardia di Casella viene offerto al pubblico una lirica composizione di Cajkovskij, che a sua volta utilizza uno stile ancor più lontano temporalmente per veicolare la creatività e la sensibilità del suo mondo interiore: nel 1877 viene scritto Variazioni su un tema rococò per violoncello e orchestra, op.33:  un esempio suggestivo e molto interessante di quanto possa essere lieve e pacificante la composizione dell’artista, di come il rococò possa assumere diverse sfumature a seconda della mano del compositore – ricordiamo il precedente Concerto di Casella. L’acclamata bravura del Maestro Clerici entusiasma la sala. Le copiose ovazioni vengono ricambiate attraverso un meraviglioso bis: la composizione di Johann Sebastian Bach dalla Suite n. 2 per violoncello solo, Sarabanda. In modo così raffinato il violoncellista saluta il pubblico del Lauro Rossi.

A concludere la serata in bellezza sono i quattro coinvolgenti movimenti della Sinfonia n.1 in re maggiore, Op.25 Classica di Prokofiev, una rivisitazione in ambito novecentesco del sinfonismo classico viennese, anch’essa con qualche evidente richiamo barocco. Il tono della Sinfonia è del tutto differente rispetto ai toni spesso foschi e ripiegati dei brani precedenti, quasi volesse dimostrarsi una chiusura in bellezza, un finale positivo che voglia legarsi in parte al linguaggio leggendario della composizione di Ravel. C’è il tratto folklorico che non manca in nessuno dei brani del repertorio: in questo caso è quello russo, dai modi un po’ rudi ed energici. Senza dubbio la scelta del finale crea un’atmosfera distesa e giocosa, danzante su rondò Haydniani che lascia al pubblico una pacificazione e una sensazione di positività e ottimismo. Il tempo e la Storia corrono velocemente, ma le note riescono ancora a far sognare, divertire. Gli animi degli ascoltatori e dei  musici di ieri come di oggi ambiscono alla gioia, al lieto fine, sempre. Quando ciò non si compie, non può significare altro se non che la storia non sia ancora conclusa!

 

(Immagine: Il Settimo Sigillo, Ingmar Bergman)