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noosfera

di Valerio Marconi

Giovedì 10 aprile, Teatro Lauro Rossi di Macerata, ore 21. E’ andato in scena un controverso e sperimentale spettacolo “teatrale” di Roberto Latini. “teatrale”? E’ andato in scena in un teatro, quindi certo che è teatrale! A che servono quelle virgolette? Si vuol forse insinuare che lo spettacolo non sia stato degno del luogo “sacro” in cui si è svolto? No, si cerca di fare chiarificazione concettuale. Lo spettacolo di e con Latini, prodotto dalla Fortebraccio Teatro (vedi? Certo che è teatrale!), non è solamente o meramente teatro: presenta una genealogia, o una geologia, alquanto composita. In esso si coniugano danza, arte comportamentale e, nel senso più classico possibile, teatro (si parte e si ritorna al Prospero di Shakespeare). Tutto qui? No, abbiamo anche il museo: diciamo che si tenta una mostra artistica e non scientifica, vanno in scena o in teca l’amore, l’etologia, la follia e le “stanze” del pensiero. E’ da riconoscere che si tratti prevalentemente di arte concettuale, quindi in certo senso altra dal teatro; eppure, non manca la presenza di un vero e proprio stile e, dunque, non manca la letterarietà che si penserebbe altra dall’arte concettuale. Quello che abbiamo è un rizoma, ossia una molteplicità articolata e aperta al tempo stesso, descrivibile dalla stilistica deleuzo-guattariana (del resto anche Deleuze e Guattari sono un rizoma filosofico). Lo stile altro non sarebbe che balbettare nella propria lingua: fare della lingua maggiore (quella letteraria e ufficiale) una lingua minore, declinarla sviluppando le sue possibilità reali ma non ancora concrete e attivando le sue variabili per creare variazioni rispetto alle costanti della lingua standard. Tutto ciò è un carattere intimamente aristotelico, che si pone a livello dell’espressività del testo di Latini: i ripetuti errori di dizione, l’effettivo balbettare e ripetere ridondantemente il monologo di Prospero, il giocare tra “Vino viva” e “Viva vino”, tra “Ancora vivo” e “Ancora vino”… In effetti, l’uso del dialetto e di termini stranieri era proposto da Aristotele per rendere non comune la dizione teatrale, perché essa doveva essere altra dal parlare comune: arte e non uso linguistico. Ma anche il contenuto espresso dal Latini è, consapevolmente o meno, aristotelico: la sua presenza scenica attraversa un processo di disumanizzazione per divenire animale (cane che nasconde il suo tesoro nel buco dove non passa nessuno, con tanto di terra vera in scena) e poi tornare uomo e condurci attraverso le porte del pensiero (dietro le quali si celano i pensieri degli altri, quelli a caso, quelli pensati, ecc …) in un’atmosfera sospesa tra l’incontro col folle e il viaggio ctonio. Cosa c’è di aristotelico in ciò? La noosfera per Aristotele non è confinata all’uomo: se il nous è solo dell’uomo e del dio, agli animali appartengono forme di pensiero più primitive (i sensi, l’immaginazione). Nel mondo aristotelico anche se le piante non pensano hanno comunque un’anima; quello che resta escluso dalla noosfera di Latini è proprio il vegetale e il divino. Resta, però, la contiguità tra animale ed umano pensata per la prima volta da Aristotele stesso. L’arte concettuale di Latini può anche essere letta come una presa di posizione filosofica all’interno del pensiero francese contemporaneo. Deleuze e Guattari, nei loro Mille Piani, intraprendono una crociata contro i concetti di Biosfera e Noosfera (sviluppati dalla filosofia e dalla scienza occidentali, ma genealogicamente riconducibili al già citato Arisotele nel loro primo sorgere nell’orizzonte del pensiero occidentale come oggetti di scienza) a favore della schizoanalitica Meccanosfera o Rizosfera. Noosfera, l’oggetto del museo teatrale di Latini, ha tra i suoi sostenitori filosofici Edgar Morin. Questi, nel suo Il metodo 5. L’identità umana, adotta una concezione della noosfera di tipo coscienzialista (noosfera è l’insieme prodotto dalla coscienza umana, emergenza della mente resa possibile dal linguaggio) e quindi la noosfera risulta praticamente coestensiva all’umano: un’articolazione simile può trovarsi nella dottrina delle potenze razionali di Aristotele, infatti la logosfera sarebbe specifica dell’umano per lo Stagirita (quando invece la noosfera sarebbe un plesso comprendente le anime più elevate nella psicosfera, ossia l’uomo e il dio). Dato questo background teorico, non si può negare a Latini una certa originalità filosofica nell’articolare una noosfera che comprenda buona parte del mondo animale oltre al mondo umano: sebbene ciò sia estraneo allo stesso Darwin (che, pur senza negare la continuità aminale-uomo, usava la specificità della coscienza umana per distinguere l’umano dall’animale), non manca evidenza empirica da discipline come l’etologia e l’eto-semiotica (studio dei sistemi comunicativi o “linguaggi” animali).
In conclusione, ecco due note tecniche: prima, davvero riuscito il rigurgito di sangue durante l’esplorazione del concetto di amore e, seconda, a volte evidente la volontà di rendere divulgativo e “pop” il proprio museo (scelta, comunque, azzeccata nell’ottica del rapporto teatro sperimentale-società fruitrice).

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