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di Ilaria Piampiani

“Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente.”
INDRO MONTANELLI

Siamo nel frenetico 2014, e non ci ricordiamo più il momento esatto in cui parole come marketing, pubblicità, spread o multinazionali abbiano cominciato a serpeggiare nel nostro parlare quotidiano, fino a guadagnarsi uno spazio principe, a tratti inquietante. Non possiamo ovviamente ricordarci quel fatidico momento perché, come sempre ci ha insegnato la storia, non si va a dormire una sera per svegliarsi la mattina dopo in una rivoluzione. Al più finiamo sballottati in una selva di stereotipi, alimentati dall’indifferenza nei confronti di ciò che ci circonda, ci ritroviamo annebbiati nella e dalla nostra routine, dalla crisi reale e dall’alibi della crisi, dall’ idolo della convenienza a dispetto del sacrificio. Il tutto a scapito, in Italia, della vera ricchezza, questo nostro patrimonio artistico ineguagliabile e diffuso.

Nonostante l’incipit, non ho alcuna intenzione di scrivere l’ennesima rampogna di un popolo distratto, o un elenco pieno di accuse verso colletti bianchi o auto blu. È però inevitabile il sorgere, purtroppo spontaneo, di rammarico e amarezza per l’ennesima minaccia a un bene culturale, per l’ennesima noncuranza verso qualcosa di prezioso, per la proposta a favore di un marketing feroce goffamente mascherato da “ristrutturazione”.

Stiamo parlando dell’ intricata questione che interessa il Colle dell’Infinito, argomento dibattuto sia dal punto di vista regionale che nazionale. La vicenda parte parecchi anni fa, precisamente dal 1997, anno in cui viene proposto da parte di privati un cosiddetto “progetto di restauro” di una casa colonica nella Valle del Passero Solitario, nei pressi del suddetto colle, in un bucolico agriturismo, con tanto di sdraio e coloratissimi ombrelloni. Da anni dunque va avanti imperterrito un contenzioso che si appiglia a cavilli legali e alla mancata, seppur dovuta, tutela assoluta di un luogo tanto importante per l’immaginario collettivo e letterario, oltre che ovviamente per Recanati e il territorio. Nonostante la Soprintendenza abbia respinto il progetto, il Tar ha dato ragione al ricorso dei privati nel giugno 2013, rendendo così temibili le ombre di ruspe e l’odore di asfalto magari al posto della famosa siepe.

A quanto pare, ancora niente e nessuno è stato finora capace di fermare le mire espansionistiche di una country house nell’arco di ben diciassette anni. Eppure, quando si parla di immaginario culturale a questi livelli, dovrebbe decadere all’istante qualunque discorso infarcito di formule trite come “rinnovamento urbanistico”, rinnovamento che altrove (paradossalmente) manca, tarda, è negato. Vitale sarebbe il restauro consapevole e mirato onde evitare il crollo dell’ennesimo muro di Pompei, e ben venga pure l’investimento privato sul Colosseo, tenendo conto, però, del fatto che, passati i tre anni, tolti i teli e le impalcature, ritroveremo l’Anfiteatro Flavio e non un resort a cinque stelle.
Lo stesso valga quindi per il Colle dell’Infinito il quale andrebbe curato, come sostenuto da Vanni Leopardi, dal punto di vista paesaggistico in modo da mantenere quella suggestione che tanto ispirò il poeta recanatese e che ogni visitatore ha il diritto di poter condividere, lontano da tuffi in piscina e dal cemento.

Oltre ai molti intellettuali, al FAI e alla ONLUS Italia Nostra, anche il ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini ha espresso interesse per la delicata questione, ribadendo l’assoluta necessità di tutela per un monumento alla letteratura italiana e mondiale quale è appunto il Colle dell’Infinito. Parole che ci portano a nutrire la speranza che il passato e la memoria prevalgano su un’idea di profitto cieca e ignorante, che i “sovrumani silenzi e profondissima quiete” s’impongano e scaccino l’acuto ruggire dei motori.

Paradossale sarebbe far recitare quei meravigliosi versi de “L’Infinito” leopardiano a un grande attore come Dustin Hoffmann, protagonista del celebre spot per la Regione Marche, e poi “escludere allo sguardo” dei pensosi passanti quelle cime lontane, quel mare, quei colori, quell’orizzonte con i suoi “interminati spazi”, i sentieri cullati dalla “profondissima quiete” di quel colle, tanto caro all’animo degli esseri sensibili, tanto amato e sospirato rifugio di un poeta che rivive nei suoi luoghi, tra le sue siepi, nello stormire di quel vento, oltre che nei suoi capolavori.

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