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di Marco Di Pasquale

Il sipario che si apre, tra il brusio del pubblico non ancora seduto. Un essere umano accovacciato su di un tappeto di foglie, sotto una teoria di oggetti appesi all’esistenza che rappresentano. La luce è fioca e presto si percepisce un gemito ed una voce come d’oltretomba che inizia a raccontare.
Così scaturisce dall’oscurità “Il giardino delle ciliegie”, che cambia il sesso della celeberrima pièce cechoviana e ne trasforma i personaggi in soubrettes che si affacciano al palcoscenico per scaraventare fuori e restituire un approccio nervosamente femminile alla dinamica dolorosa tra ricordo e realtà, tra felicità fissata con uno spillo nell’album del passato ed il tormento a cui la frenesia contemporanea sottopone ogni nostra azione ed ogni pensiero.
Questa è una rilettura, una trasposizione digerita del testo originale, ma che di esso mantiene la travatura narrativa: siamo sempre nella Russia d’inizio Novecento, in cui la nobile e distrattamente sperperatrice Ljuba si trova costretta a patteggiare con i plebei arricchiti che hanno messo gli occhi sulla sua proprietà volendo distruggere ogni suo ricordo, ogni suo scampolo di felicità, abbattendo l’amatissimo giardino dei ciliegi per farne una lottizzazione da affidare alle grinfie dei gretti villeggianti borghesi di città.
Inoltre, cambiano sesso anche alcuni dei personaggi, tra cui l’anzianissimo maggiordomo Firs, che si trasforma nella governante incartapecorita simbolo della decadenza di un mondo irrimediabilmente perduto, lasciando inoltre il posto ad un inconsueto gruppo di interpreti che imbandiscono uno spazio intermedio, atemporale, di ibridazione. Sono le drag queens Nina’s, figure mediane, di dialogo e frantumazione tra i due generi, che ne creano un terzo abnorme, colorato e lustrinato, tragicamente esasperato ed effimero. Il maschio c’è, oppressivo anche se invisibile, nelle voci fuoricampo degli assennati mercanti ed affaristi come il Lopachin che si aggiudica la proprietà, che sfregiano l’ilarità disperata del gineceo e premono ai confini per far cedere la fortezza (un giardino che si fa fortificazione, una cortina di raso trasparente su cui sono ricamati i ciliegi a perimetrare l’incoscienza muliebre, e che viene elettrificata con le note del classico battistiano “La collina dei ciliegi”).
Le sei attrici che riempiono la scena lasciano quindi Cechov in disparte, ché traspaia nella tela delle loro emozioni, lasciandolo affiorare periodicamente dagli interstizi tra un brano musicale e l’altro, tra una gag a grana grossa e un balletto che costringono a terra lo spettatore riconducendovelo burlescamente dalle sue (presunte) austere riflessioni universali. Ne consegue un pastiche singolare, spesso sproporzionato, che fonde i sogni utopisti della giovanissima Anja alle note di Björk, oppure le speranze di un rinnovato amore di Ljuba con il Bruno Lauzi di “Ritornerai” e la delusione appassionata della “bruttina stagionata” Varja che viene identificata con la fine suicida di Dalida.
La regia di Francesco Micheli, direttore artistico del Macerata Opera Festival, si nutre in maniera palese, come riscontrabile anche nelle scelte operistiche, di icone pop che vorrebbero spezzare il filo con la tradizione drammaturgica invadendo il teatro con l’esuberanza e l’invadenza esagerata ammesse dallo stesso regista in alcune interviste. Tutta questa carica soverchia la rappresentazione con la sua partigianeria manifesta per il passato, facendo ad esempio dichiarare orgogliosamente ad una delle smagate protagoniste che anche lei è vissuta (come tanti di noi, però non altrettanto orgogliosamente) negli anni Ottanta: in Cechov erano quelli dell’Ottocento, al Lauro Rossi diventano un party in stile “People From Ibiza” con, tra l’altro, una bizzarra versione di “Nel blu dipinto di blu” che sembra un incrocio tra i Devo più elettronici e Alberto Camerini.
Ne risulta una curiosa macedonia che, pur nella necessità di raffilare la propria ipertrofia emotiva, ci lascia, dopo il bis di evergreen modugnano e balletto alla Cuccarini, un gusto dolce e tutto sommato confortante in bocca. Alla fine, insieme a Cechov e alla decrepita governante, anche noi ci sdraiamo chiudendo gli occhi e bisbigliandoci che il tempo è passato e non ce ne siamo neanche accorti.

(In foto: una scena dallo spettacolo, ph. Lisa Conti)