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obbedienza

di Camilla Domenella

Noi siamo musicisti e il nostro modello è il suono, non la letteratura; il suono, non le matematiche; il suono, non il teatro, le arti plastiche, la teoria dei quanti, la geologia, l’astrologia o l’agopuntura.

Suono come puro fenomeno fisico, quindi. Come manifestazione autonoma di un fatto o di una fantasia, in ogni caso scissa da qualsiasi altra ispirazione collaterale.

Con quelle parole il compositore francese Gérard Grisey ribadiva il senso della sua ricerca estetica musicale. Grisey, considerato l’ideatore della cosiddetta “musica spettrale”, fece questa affermazione in un periodo, a pensarci bene, assai ricco per la storia della musica. Erano gli anni settanta. Gli anni cioè dopo Woodstock, dopo Jimi Hendrix, dopo la rivoluzione del blues; erano gli anni dei Pink Floyd, del progressive, della pischedelìa; erano gli anni insomma del proliferare indiscusso di generi musicali diversi, di diversificazioni via via sempre più sottili, ispirate alle mille esperienze che il mondo in rapido cambiamento offriva.
L’estetica musicale di Grisey andava controcorrente: il contenuto deve essere identico alla forma. Nessuna influenza dalle altre arti, quindi. Suono puro, questo il motto. E, sia chiaro, “suono”, non già musica.
Il concetto che sta alla base della teoria di Grisey è, per certi versi, una domanda filosofica: cosa può dirsi musica? Qual è e dove è il confine tra musica e rumore, il limite (in)valicabile fra queste due definizioni, entrambe indissolubilmente unite nel concetto di suono?
Su queste domande, è andata sviluppandosi la ricerca musicale di Grisey, condivisa da altri importanti compositori e musicisti, tutti, guarda caso, vicini all’IRCAM, Institute de Recherche et Coordination Acoustique/Musique di Parigi. La risposta è stata la creazione di un linguaggio musicale basato sull’analisi dei fenomeni fisici del suono. Si prende un suono, uno qualsiasi, lo si analizza, se ne fa lo spettrogramma. E questo suono stesso diviene infine il modello per una composizione musicale. Se per Gautier, la massima era “l’arte per l’arte”, per Grisey doveva essere “il suono per il suono”.

E’ interessante il fatto che Gianluca Gentili, direttore artistico, abbia presentato con quelle parole di Grisey, la XXXII Rassegna di Nuova Musica.
L’edizione di quest’anno, conclusasi la scorsa domenica, è stata un viaggio all’interno della “musica spettrale”. Le tre serate, venerdì, sabato e domenica, tutte svoltesi al Teatro Lauro Rossi, hanno svolto il filo rosso che intreccia questa corrente musicale.

La serata di venerdì, è stata completamente dedicata al compositore italiano Fausto Romitelli, scomparso dieci anni fa all’età di 41 anni. Romitelli, collaboratore all’IRCAM, aderì in un primo momento alla Weltanschauung spettrale, per poi discostarsene, elaborando un linguaggio proprio, particolare.
Domeniche alla periferia dell’impero è esempio delle capacità compositive di Romitelli. I protagonisti sono flauto, clarinetto, violino e violoncello dell’eccelso Alter Ego Ensemble.
Il suono è rarefatto distorto, saturo, ma perfettamente scandito, composto nella sua scompostezza totale. L’atmosfera sembra quella della musica elettronica, rimbalzante, sfuggente, paradossale, ma resa – almeno in Seconda domenica. Omaggio a Gérard Grisey – attraverso strumenti acustici. Il flautista è chiamato a suonare anche un accordatore per chitarra, mentre al clarinettista è richiesto di utilizzare anche un kazoo e un’armonica a bocca fasciata in modo tale da far restare aperti solo due fori: quelli che corrispondono al “mi” (soffiando) e al “fa” (aspirando). L’impressione è quella di una domenica d’inverno, in cui il corpo, abbandonato languido e sfinito, lascia alla mente la possibilità di vagare in quell’impero immaginativo della propria intrinseca pazzia.

L’opera forse più rappresentativa di Romitelli è Professor Bad Trip. La composizione consta di tre “lezioni” ispirate alle opere di Henry Micheaux, scritte sotto l’effetto della mescalina, e dalla serie dei Tre studi per auotritratto di Francis Bacon. In Lesson II, il vero protagonista è il violoncello – di Francesco Dillon – che trasmette suoni inauditi, impazziti, graffianti. L’archetto è come una spada che fende la corde stridenti, ululanti, accese, tese sotto le dita del musicista.
L’intero Alter Ego Ensemble dimostra in Professor Bad Trip una completa padronanza degli strumenti e dei suoni. Il flauto, il clarinetto, il violino, la viola, il pianoforte, si mescolano perfettamente alle percussioni insistenti, alla chitarra elettrica esigente, al basso pieno, alla tromba delicata, diretti dal maestro Tonino Battista.
Professor Bad Trip, che è anche nome d’arte dell’illustratore italiano Gianluca Lerici, è un’opera che davvero sembra essere l’unica scappatoia da quel “bunker, dietro mura spesse novanta psicocentimetri”.

La seconda serata è stata invece dedicata ai più noti rappresentanti della musica spettrale. Lo spettacolo si è infatti aperto con Cendres, opera per flauto, pianoforte e violoncello, della compositrice finlandese Kaija Saariaho. I tre strumenti creavano una tensione musicale alternatamente crescente e decrescente. Prima si univano insieme, per altezza, ritmo, dinamica, poi si frammentavano, incidendo la composizione ognuno col proprio timbro, ognuno con la propria peculiare forma.
A seguire, il flauto solista di Manuel Zurria ha interpretato Finale di Georg Friedrich Haas. Il solo flauto riusciva a riempire il suono, a disperderlo, a destrutturarlo, tra note gravi ed acute, tra fischi, soffi, graffi, sferzate acustiche. Le accelerazioni e decelerazioni improvvise creavano un insieme fluido, elastico. Gli intervalli di tempo si allargavano fin quasi a raggiungere l’infinito macroscopico, si restringevano fino a raggiungere quello microscopico.
Il sassofono basso di Gianpaolo Antongirolami è stato invece il protagonista di Anubis et Nout, opera di Gérard Grisey. Il suono profondo dello strumento scandagliava il fondo dell’interiorità. Anubis e Nout sono rispettivamente il dio dalla testa di sciacallo, protettore delle necropoli, e la dea della notte, madre del sole, della tradizione egizia. Come questi dèi imponenti, il sassofono basso si muoveva con solennità, in una polifonia che univa inserti melodici e ritmici.
Trash TV Trance è invece il titolo di un’altra opera di Fausto Romitelli, per sola – si fa per dire – chitarra elettrica. La chitarra di Luca Nostro infatti non appariva semplicemente suonata, ma “usata”. Il musicista faceva correre sulle corde le sue dita, ma anche una bacchetta per batteria, contemporaneamente. Il suono era completamente pieno, simultaneamente melodico e inarmonico. Alla bacchetta, è subentrato un rasoio elettrico, acceso, che il musicista faceva scivolare accanto alla cassa, producendo un’eco particolarissima, indescrivibile. Tutto in questo brano si gioca sulle distorsioni sonore, fisicamente violente. Le tecniche del feedback e dell’overdrive vengono sviscerate per creare un suono capace di mescolare le influenze di Gyorgy Ligeti, di Giacineto Scelsi, di Karlheinz Stockhausen, con quelle di Jim Morrison, Pan Sonic, Blonde Redhead.
Altro brano di Fausto Romitelli, è Natura morta con fiamme, interpretato sabato sera dal Quartetto Maurice. Natura morta con fiamme è un’opera che resta per certi versi oscura, misteriosa. Gli archi si esaltano su accenti di elettronica. Sembrano metallo che scorra stridendo su un vetro. Vetro di una finestra forse, dalla quale si distinguono fantasmi che passano veloci ed eterei di fronte ai nostro occhi increduli. Così gli orecchi ne restano affascinati.
L’ultimo brano della serata, è stato Treize Couleurs du soleil counchant. Questa opera di Tristan Murail, scritta per flauto, clarinetto, violino, violoncello e pianoforte, nasce dall’esigenza di trasformare in suono la visione iridate di un Sole al tramonto. La luce dapprima scintillante, scopre il suo riverbero negli strati dell’atmosfera, li attraversa, li percorre, fino a diventare ombra. Il cielo è cangiante, sfumato di azzurro, di rosa, di viola, di un rosso minuscolo e incandescente. Così la musica di Murail, attraverso le 13 sezioni in cui suddivide il brano, colora col timbro degli strumenti il cielo della partitura. Il graduale passaggio da suoni acuti a suoni gravi, è il naturale calare dal sole che, nell’ultima nota, scompare infine con un ultimo raggio dietro l’orizzonte.

La terza serata di questa XXXII edizione della Rassegna di Nuova Musica, è stata più che un’esperienza mistica. Già la premessa – potevano accedervi solo 90 persone – aveva contribuito al senso di attesa misto a desiderio, anticamera irrinunciabile del piacere. Il pubblico affollava il foyer del teatro, incuriosito e perciò rumoroso. Molti gli ascoltatori stranieri, dei quali si percepivano gli accenti inglesi, francesi, cinesi. Di quel pubblico numeroso, solo una parte sarebbe riuscita a sdraiarsi sul palco. Così infatti vuole la partitura del terzo quartetto di Georg Freidrich Haas, In iij Noct..

I quattro musicisti – due violini, viola e violoncello – attendono, ognuno al proprio estremo, che il pubblico trovi il proprio posto, la propria posizione, s’accomodi, si rilassi infine, per godere dei 50 minuti di concerto.
Si fa buio, sul palco e sul pubblico, e i primi suoni fendono l’aria, la attraversano in un crescendo come venuti da lontano.
Con gli occhi chiusi, isolati gli altri sensi eccetto quello dell’udito, la mente è libera di percepire ogni singola vibrazione acustica. L’uditore, supino, è completamente immerso nel suono. Le vibrazioni arrivano da ogni lato, in ogni senso di marcia, da qualsiasi direzione. Ci si sente trasportati dalla propria stessa mente, naufragata a sua volta in un universo senza gravità, senza poli, senza lati: non esistono più riferimenti spaziali. Gli orecchi, sede dell’equilibrio e dell’orientamento, sono saturi, ma non sazi, di quei suoni.
Impossibile dire quale strumento stia suonando. Il picchiare delicato di un archetto sul ponte, è uno stillicidio di gocce di pioggia dal bordo di una finestra; la nota di un violino è un grido soffocato, la commozione del violoncello è uno scuotersi di ricordi.
Le lunghe pause, silenziose e come d’attesa, fanno perdere anche la cognizione del tempo. Quanti secondi? Quanti minuti sono passati? Quante immagini si sono sovrapposte nella mente?
Le vibrazioni sonore interferiscono con gli impulsi elettromagnetici dei neuroni sovraccarichi. Producono troppe fantasie, che si intrecciano in un grumo dinamico, che innescano meccanismi fantasmagorici, che esplodono come una supernova vorticosa nello spazio siderale. Una tensione mai allentata, un vortice senza fine, senza fondo, senza inizio, un crescendo il cui successivo crescere è un diminuire – gli archi vibrano sulle corde tese – e infine un rilassarsi distrutto, frantumato, evanescente.
Il buio sparisce, i sensi, stropicciati, tornano a distendersi. La vista si riappropria della luce, il corpo della propria materia.

Si esce, con trascendente solennità, dal teatro.

(In foto: una illustrazione di Pofessor Bad Trip, ovvero Gianluca Lerici)

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