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Franco-Purini
di Maria Silvia Marozzi

Al primo appuntamento con la rassegna di successo “Pofezia dell’Architettura”, ho incontrato Franco Purini. La maniera in cui ha fatto il suo ingresso nel mio campo visivo è ancora difficile da descrivere, per l’altezza (parlo di quella intellettuale) e il gran sole che l’accompagnava.

Il cappello a tesa larga che lo proteggeva dai raggi faceva sì che dei due l’accecata fossi solo io, il che, in una mente viaggiatrice come quella dei letterati, la dice lunga. Quasi che la luce la portasse lui in sé.
C’erano cose che mi premeva chiarire col Maestro, in primis su quali basi poggi la sentenza, che ho ritrovato nel suo libro “ La misura italiana dell’architettura”: “l’arte è superflua”: “ Ci rendiamo conto, non da troppo in verità, che gli obiettivi che si era data l’architettura moderna al suo nascere, sono stati soddisfatti tutti. Essa si è resa conto di non avere più motivazioni e, per trovarne di nuove, si è guardata attorno e ha identificato le sue finalità con quella della moda, dei media, ma soprattutto dell’arte. Ma è necessario ben distinguere le due figure, perché ovviamente l’artista è molto più libero dell’architetto, può fare qualsiasi cosa, oltre che essere assolto da qualsiasi obbligo. A fronte di una tale libertà d’azione, è chiaro fino alla scontatezza che l’artista produce qualcosa che di fatto non ha nessuna utilità; che va oltre le soglie dei bisogni; che risponde a necessità diverse: della bellezza, della novità. Ma questi ambiti di competenza sono sconosciuti a chi, per esempio, non ha abbastanza da mangiare ogni giorno. Se pensiamo ai paesi africani afflitti dalla fame e da guerre tribali, osserveremo che in quegli spazi l’arte non c’è e che, piuttosto, essa è rilevabile in società stabili. L’arte dunque è un’entità che possiamo definire superflua dal punto di vista degli hardware (lett. “attrezzo”: mai un termine a caso il Prof. Purini, nemmeno con gli inglesismi!) dell’esistenza umana.
Per me invece l’Architettura ha un compito solo: migliorare l’abitare umano e in questo senso non si può allora parlare di esaurimento di finalità. Ovviamente si tratta di riscoprirle: oggi alcuni ritengono la sfera ambientale la priorità da rispettare, e questa è già una motivazione più interessante, sebbene è molto forte la spinta ornamentale di matrice artistica in architetti, per le quali costruzioni ci si chiede: sono opere davvero necessarie? E’ difficile rispondere di si. Esse sembrano più servire ad amplificare il senso dell’architettura in tematiche che sostanzialmente non le sono proprie, perché essa si fa in prospettiva di altre esigenze: il bisogno di una scuola, di un teatro, cose insomma necessarie davvero.
Molte opere riferite al periodo massimo dell’epoca della globalizzazione hanno creato una serie di falsi bisogni: pensiamo a città come Dubai e ci rendiamo conto che c’è un’ euforia planetaria, finta, basata su un equivoco economico che poi, si è visto, è scoppiato come una bolla di sapone nel 2008 negli U.S.A. Oggi è chiaro, alla luce della forte crisi dell’economica, che queste forme di evasione stanno finendo, che anzi sono già finite: so di architetti che hanno partecipato a movimenti del genere e che ora si stanno pentendo, ritrovando la loro misura e la coscienza di ciò che devono più esattamente fare.”

Per guardare poi al tessuto problematico dell’architettura, troviamo al primo posto la sostenibilità. Il concetto, nella accezione più letterale di “sustĭneo” (tener su, est. difendere), muove a curiosità se ci si chiede: può esistere la dicotomia difesa dell’ambiente-costruzione? L’operare umano, artificiale per sua stessa natura, può corrispondere alla integrità del territorio terrestre? Per il Prof. Purini i due concetti sussistono anche se uniti assieme, solo che non è stato risolto come questa problematica entri nell’architettura complessivamente.
“ Il punto reale sta nel costruire in modo più organico per la sfera umana. Non è che si deve sprecare di meno perché le risorse stanno finendo, si deve sprecare di meno perché è bello farlo, perché l’ uomo deve avere una sua superiore economicità, perché sprecare è un gesto di cattivo gusto. A parte il fatto che le cose col tempo si esauriscono, c’è anzitutto una misura nel comportamento umano che non deve essere oltrepassata. Noi siamo animali che sprecano, mentre le altre creature no. Dovremmo comprendere dallo scenario naturale, da tutte le sue specie viventi, dagli alberi ai leoni, come si sta al mondo: il leone non spreca la sua gazzella nè un uccellino. Essi hanno coscienza del fatto che certe cose possono farle entro un certo limiti. Noi questo limite l’abbiamo superato con un quoziente di dismisura eroico, costruendo cose che sfidano sempre più la dimensione conforme, appropriata.
Si tratta di tipi di sprechi che definirei suggestivi: un grattacielo da 800 metri fa la sua figura e tutti vorrebbero realizzarne uno, me compreso. Ma che significa, al di là della sua grandezza? Non molto altro, perché non ha un vero fondamento, ossia non risolve i nostri problemi.
Il senso che la sostenibilità assume in architettura consiste nella capacità di pensare le soluzioni adeguate e i comportamenti più appropiati in tutti i livelli in cui l’abitare si articola. La costruzione di un quartiere deve essere progettata in modo che la gente ci stia bene: questo è un principio di sostenibilità. Progettare spazi adeguati, case ben fatte, esteticamente e spazialmente significative; spazi pubblici in cui è possibile l’incontro ma anche il conflitto; trasporti adeguati, un senso della città che ci permetta di riconoscerci come tali. Il fatto che si abiti, ad esempio, a Macerata deve essere un valore, non semplicemente una localizzazione!
Quindi la sostenibilità è ambientale, culturale, insediativa, costruttiva ed anche ecologica, dove quest’ultima è solo una delle motivazioni. Altrimenti essa diventa semplicemente l’ambito di situazioni tecnico-quantitative che possono sì risolvere ma non comprendere la totalità delle espressioni della sostenibilità, che è oggi di fondamentale importanza, o meglio dovrebbe esserlo, per tutti gli aspetti appena elencati.”

Fabio Fazio ne dice poche buone, ma la domanda che ha posto ad Andrea Camilleri, quella l’ho “copiata” da lui. Poi l’ho modificata perchè ritengo che domandare ad un intellettuale: “quali parole abolirebbe e quali rafforzerebbe nel nostro dizionario”, aprirebbe a questioni decisamente ampie, non risolvibili in un talk show né in pochi minuti di intervista. Si tratta piuttosto di domandare quali parole andrebbero rivalutate, viste in una luce differente da quella in cui si trovano ad oggi. Questa, credo, è una domanda che andrebbe posta, per la nostra utilità, agli intellettuali di ogni livello.
“ Quasi tutto il nostro dizionario andrebbe rivisto alla luce di nuovi contenuti. “Sostenibilità” non può significare soltanto ecologia; così anche “costruzione” si è caricata di un senso del tutto negativo. Oggi il costruire viene inteso dalla maggioranza come un atto al limite dell’illegalità, comunque da evitare perché è speculativo (ecco: “speculazione” Camilleri la elimina per senso che qui si intende e la reinserisce nel vocabolario in senso filosofico. La rivaluta insomma), rovina l’ambiente. Ma questo non è vero e chi costruisce deve ritrovare il significato vero che tale azione possiede. Voglio dire, che l’essere umano per abitare deve costruire: costruire è allora una cosa giusta.
“Cemento”: il termine sembra essere divenuto mero sinonimo di “veleno per l’ambiente”: “Ah!una colata di cemento”, è la classica espressione degli ambientalisti. Questo concetto va completamente rivisto, altrimenti i nostri piccoli (la dolcezza del Maestro) alle scuole elementari non apprenderanno che senza l’architettura non ci sarebbe la nostra vita, visto che gli essere umani senza un riparo, una città che li ospiti e che li faccia diventare una comunità non esisterebbe e saremmo ancora scimmie fra gli alberi. In questo senso l’architettura è quasi un atto sacro, è come la società, che è sacra perché ci mette insieme. Purtroppo attraverso una certa vulgata ambientalista (che non corrisponde necessariamente a ciò che gli ambientalisti dicono), quella che scorre è una condanna senza rimedio per tutto ciò che effettivamente costituisce le basi del nostro vivere insieme.
Ci sarà sempre bisogno di strade, di ponti. Non c’è invece bisogno di manifestazioni come quelle dei No TAV: ricordo che venti anni fa, quando si stava ultimando la direttissima ferroviara Firenze-Bologna, di cui tutti noi oggi serenamente usufruiamo, Di Pietro si dichiarò presso il Senato contro quell’operazione. E non ho mai sentito un deputato di allora, alcuni sono attivi anche oggi nel PD, che si sia pentito di quella esagerazione. Dopo episodi come questo, ciò che resta nell’aria è l’idea che le infrastrutture non si devono fare.
Ma senza infrastrutture la gente vive peggio, male. Muoversi sul territorio è fondamentale perché permette alle persone di avere i propri luoghi, e con essi la propria identità. Perciò non si deve demonizzare superficialmente il concetto del costruire. Sapere come farlo è un discorso a cui spero questa rassegna porti finalmente degna conclusione.”

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