vouet_simon_530_sophonisba_receiving_the_poisoned_cup

di Valerio Marconi

Camerino, Piazza dei Costanti dal 25 ottobre al 31 maggio 2014 – nell’accattivante cartone animato francese La bottega dei suicidi (il cartone più inquietante che abbia mai visto, eppure tra i miei preferiti) i veleni sono gli articoli che vanno di più: “contro la crisi e il carovita”, in cui la crisi è “ormai infinita”, sempre più gente affida le sue speranze alla tetra famiglia Tuvache per un fuga senza ritorno. Tra i loro clienti spicca chi, seguendo un consiglio di chi l’ha dissuaso dal gettarsi sotto un autobus (perché non è così assicurato il trapasso), si va a comprare un veleno tanto costoso quanto d’effetto immediato e chi se ne trangugia tre o quattro per la disperazione dopo una comoda consegna a domicilio. Topico è il momento in cui la signora Tuvache se ne esce con un inquietante divisa stile prima guerra mondiale dal suo laboratorio e fa vezzosamente consulenza a una madame sul veleno che le starebbe meglio, quasi fosse un profumo. Con queste immagini in mente sono entrato nella mostra camerinese e son subito stato accolto da sacchi di erbe e fascine sul soffitto oltre i quali si stagliavano poster di Socrate, Cleopatra, Lucrezia Borgia, Napoleone … gente molto familiare coi veleni! C’erano anche un antro della strega e il più moderno retrobottega delle farmacie (dove stanno gli ingredienti più pericolosi), di fianco c’erano dei pc con dei giochi a tema sulle due ambientazioni. Questi giochi avevano certo una grafica molto scarsa se comparati con lo schermo touch screen dove era possibile giocare ad individuare le piante esposte sui muri della mostra in un giardino virtuale. È stato un po’ come passeggiare dentro una parola greca, mi spiego: in greco la parola per droga, veleno, farmaco, rimedio e simili era φάρμακον e voleva dire tutto questo insieme, imprecisione? No, anzi, scientificità della lingua greca: velenoso? Dipende dalle dosi! E anche dal soggetto che assume la sostanza: ciò che salva un adulto malato spesso uccide un bambino. Non c’è quasi eccezione (forse solo funghi velenosi come amanita phalloides e amanita muscaria, sebbene non facciano eccezione, sono un caso più estremo di particolare nocività insieme alla cicuta) a questa legge di natura, basti pensare ai veleni dei serpenti e al loro uso naturale (molte specie possono scegliere il dosaggio del loro morso) e medico. Seppure celato nel non-scritto dei pannelli esplicativi delle varie sezioni della mostra e delle parti di pianta incorniciate appese ai muri, c’era l’idea greca di scienza come scienza dei contrari: medico è chi conosce le cause della salute e della malattia e, dunque, può sia curare che far ammalare (egli è φαρμακός e quindi partecipa della stessa ambiguità del suo strumento). Sempre un che di greco ho vissuto nella stanza degli animali velenosi: ragni, salamandre e serpenti di cui non era sempre facile stabilire ad una prima occhiata se fossero veri o meno! Questa era l’idea di arte come mimesi, l’inganno che confonde il vero con la copia. Sebbene fossero pochi, non mancavano antichi codici con le prime tavole botaniche … ma il libro più prezioso (sebbene non originale) è quello messo a disposizione dall’Aboca Museum: una pregiata copia anastatica di un libro di botanica araba dalle raffinatissime calligrafie e miniature. La poliedricità della piccola mostra non si è smentita quando sono entrato nella stanza “etnografica” che esplorava l’uso delle piante e delle droghe naturali nelle società tribali ancora presenti oggi. Azzeccata anche l’idea di dedicare una stanza a un montaggio di spezzoni di film recenti e non in cui i veleni giocavano un ruolo importante, per questo mi son sorpreso di non aver visto un paio di minuti della premiata ditta a conduzione familiare Tuvache. Non è mancato, in ogni caso, un po’ di sano timore quando all’uscita mi è stata offerta una tisana, tra l’altro buonissima e compresa nel prezzo d’ingresso della mostra di soli 3 euro: vedere la bustina con dentro delle foglie che potevano benissimo venire dalle inquietanti teche appena viste non poteva che essere psicologicamente la routine, specialmente per un ipocondriaco come me!
Se posso azzardare un consiglio ai lettori, a mostra finita e soprattutto ripensandoci mi sono sentito soddisfatto: è sempre un’esperienza piacevole ed interessante. Va, infatti, riconosciuto che la mostra si presta a diverse “velocità di lettura”, quindi infondo sta a noi dosare il nostro coinvolgimento in quest’esperienza di divulgazione scientifica. In più, se ci si prende un pomeriggio, il biglietto è comprensivo di una visita al museo delle scienze dell’ateneo camerte per approfondire il mai scontato (intellettualmente) viaggio in quella fondamentale e obbligata area di passaggio per la riflessione contemporanea che è la storia della scienza.

(Simon Vouet, Sofonisba riceve la coppa avvelenata)