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di Alessandro Seri

Per i secondi o meglio per gli outsider ho sempre provato una simpatia innata, ho amato e continuo imperterrito ad ammirare quelli che non partono per favoriti, e che per loro natura seppure talentuosi non riescono ad utilizzare a pieno questo dono. Sia nel mondo immaginario della narrativa o del cinema sia nelle vicende del reale i miei preferiti, quelli di cui mi innamoro perdutamente sono stati i secondi, gli sfavoriti, gli sfortunati, i perdenti di talento. Da bambino fui esaltato dalla visione impensabile per l’epoca, era il 1977, di Star Wars, Guerre Stellari per gli italiani. Tra spade laser e alieni improbabili rimasi affascinato dal tipo strano, dallo scavezzacollo non adatto a diventare qualcuno, cioè dal giovanissimo Harrison Ford che interpretava il contrabbandiere Han Solo. Ecco, in quel cognome inventato forse, c’è una prima spiegazione a questa mia patologica passione. Il contrabbandiere Solo aveva per amico uno scimmione che grugniva mentre Luke Skywalker (i cognomi avevano un significato) non si accontentava di un amico ma pretendeva un mentore, una guida spirituale, il vecchio Obi Wan Kenobi. Da lì in poi nella mia vita fu un susseguirsi di simpatie e passioni per quelli strani, per la seconda fila, per gli sfortunati.

Lo sport dei motori mi ha, nel corso degli anni, regalato decine e decine di esempi alcuni dei quali mi divertirò a raccontare in questo articolo partendo da una figura da tragedia come quella del pilota canadese Gilles Villeneuve, uno che iniziò a correre con i bolidi della formula uno senza passare per nessuna gavetta, dalle corse con le motoslitte tra la neve del Quebec ai circuiti storici alla guida di una Ferrari col numerata 27. Esempio perfetto di magnifico perdente: era capace di suscitare passioni enormi per la sua guida spericolata, i benevoli dicono generosa, i detrattori irruenta. Corse nella categoria regina degli sport automobilistici per sei stagioni, dal 1977 (lo stesso anno in cui vidi per la prima volta Star Wars) al 1982 (lo stesso anno che mi regalò la più grande gioia sportiva) partecipando a 68 gran premi vincendone soltanto sei, nessun titolo mondiale ma un secondo posto nel 1979. L’anno in cui partì da favorito, l’82 morì sul circuito belga di Zolder. Villeneuve per me è mille volte più importante del pluricampione Schumacher, umanizzatosi ai miei occhi soltanto negli ultimi mesi a causa del più banale degli incidenti, la caduta sugli sci che probabilmente condizionerà il resto della sua vita.

A proposito dello Schumacher pilota mi viene in mente di raccontare la stagione 1999 quando aveva come compagno di scuderia quel pazzo scatenato di Eddie Irvine, uno degli ultimi a seguire il proverbiale stile di vita donne e motori. La storia vuole che la Ferrari, che non vinceva da decenni, ingaggiò Schumacher per rivincere il mondiale e gli mise a fianco un pilota talmente atipico che non avrebbe potuto far altro che la seconda guida. Ma Schumacher non frena alla prima curva durante una delle prime gare e va ko trasformando Irvine  in primo pilota. Si pensò ad una stagione di transizione, la stagione in attesa del rientro del campione, del designato. Invece Irvine comincia a vincere qualche corsa, arriva spesso tra i primi e compete punto a punto con la macchina più forte di quegli anni, la Mclaren del finnico Hakkinen. Gli appassionati di italici motori quasi si dimenticarono del tedesco infortunato e finirono per esaltarsi, quasi increduli, per le imprese inaspettate del pilota irlandese. All’ultima gara Irvine si presenta al via con 4 punti di vantaggio su Hakkinen e con Schumacher di nuovo in pista per aiutarlo (di facciata) a vincere il campionato. D’altronde bastava non far vincere ad Hakkinen quell’ultima corsa. Il tedesco che partiva primo si fa superare in partenza dalla prima guida Mclaren e alla fine Irvine perse il titolo. L’anno successivo la Ferrari finalmente vinse il campionato del mondo ma a vincerlo non fu Irvine bensì, come molto probabilmente programmato per via del marketing, il calcolatore Schumacher. Irvine è, e resta, terribilmente più simpatico di Schumacher.

Così come attualmente provo una simpatia smodata nei confronti del taciturno Raikkonen, altro pilota originalissimo, meno sfortunato dei due sopra citati ma pur sempre vittima della ragion di stato. Kimi Raikkonen è finlandese (gran popolo di piloti i finlandesi) e ha corso in Ferrari prima nel 2007 e 2008 e di nuovo in questo 2014. Il soprannome di Raikkonen è Iceman perché è uno che non parla con la stampa, è uno che guida e basta. Nel 2007 il finnico arrivò alla scuderia di Maranello dopo 5 anni di onorata carriera in Mclaren e subito vinse il mondiale, il primo e unico mondiale dell’era post Schumacher. Al termine della stagione 2009, dopo essere arrivato al terzo posto nel 2008, sacrificandosi cercando di far vincere il compagno di squadra Massa e dopo un 2009 con una macchina lentissima, i geni strategici della Ferrari lo licenziano per far posto al super pilota spagnolo Alonso. Raikkonen manda a quel paese l’intero circo della formula 1 e si ritira andando a correre i rally. Si rilassa, fa quello che gli piace e cioè corre con le macchine senza dover sottostare ai diktat degli sponsor. Eppure in Formula 1 lo stimano così tanto che la rientrante scuderia Lotus lo ingaggia per il 2012 e il 2013. Lui con una macchina non tra le migliori colleziona due campionati da incorniciare tanto che di nuovo i geni strategici della Ferrari se lo sono riportati in squadra per affiancarlo al super pilota Alonso. Immagino che lui nascondendosi dietro il soprannome Iceman  ora guida sorridendo e insieme a lui faranno lo stesso Irvine dall’Irlanda e Gilles Villeneuve dal cielo. Tutti e tre convinti che pilotare una Ferrari da Formula 1 sia più semplice che guidare il Millenium Falcon.