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di Eleonora Tamburrini

Manco all’inaugurazione del 21 marzo non per spirito di contraddizione ma per caso, però vengo a sapere che tanta gente è andata, si è accalcata, ha visto, è stata vista, ed è uscita dicendo “che roba” e “quanti soldi spesi” e “però che bella cosa ha adesso la città”. Io vado in leggero controtempo la mattina dopo. A scuola ho appena recitato la parte un po’ noiosa di quella che chiede “Siete stati a Palazzo Buonaccorsi?”. Qualunque sia la risposta, mi riprometto di non assumere un’aria di inutile riprovazione. Non è passato abbastanza tempo dall’adolescenza da farmi dimenticare il senso di fastidio e rivolta di fronte al discorso-tipo del padre d’occasione, per cui ogni generazione appariva sempre irrimediabilmente moderna, dunque diversa, dunque paradossalmente in declino. È fresco anche il ricordo di com’era essere adolescenti in questa città o nei paesi intorno, starci bene fino a un certo punto e poi d’improvviso male, malissimo; percorrere le strade con una specie di foga, in apnea, e nella furia capire poco, non vedere niente, restare negli anni di massima assorbenza sempre vagamente opachi, all’apparenza slacciati, impenetrabili. Non è detto che crescendo le cose migliorino, però è certo che la sciatteria in fondo epica dell’adolescenza possa diventare, negli anni, una forma di arroganza molto meno affascinante. È l’aura che decade, facciamocene una ragione, e quando ci trasformiamo da creature anfibie in esseri terrestri, tutti umani, dovremmo conquistarci almeno la grazia dello stare al mondo, la coscienza degli spazi in cui ci muoviamo.
Così ai molti critici a priori, agli eternamente perplessi, ai chiosatori universali a mezzo facebook, agli opinionisti nostalgici che ancora preferiscono l’autobus o il bar, viene da fare in questi giorni la stessa domanda: “Siete stati a Palazzo Buonaccorsi?”. Perché certo si può discutere di tutto, dei molti slittamenti della riapertura, dei costi della promozione, e avendo qualche rudimento tecnico, persino dell’allestimento e dei restauri (possibilmente visti dal vivo e non dalle foto sui giornali); ma a un certo punto bisogna andare e vedere, o sarà legittimo avere dei dubbi sulla credibilità del famoso pulpito.
Di fatto -sarò diventata minimalista o ingenua- trovo particolarmente noiose le polemiche di rito quando qualcosa sul fronte cultura accade. Se siamo o non siamo in campagna elettorale anticipata. Se sia o non sia un’operazione vanitosa o mal gestita. Se siano o non siano queste le priorità (ancora!). Non dico che si debba sospendere il giudizio, anzi dovrebbe essere sempre più costante e argomentato; però fa riflettere che al contrario in momenti di immobilismo culturale si taccia allegramente, come se l’incuria rassicurasse più di un restauro, quasi che sì, sarebbe più comodo continuare a non occuparsene, in tempi di crisi, di voci secondarie come arte e territorio. Resta il fatto che in questa occasione ancora poco si sia parlato del nuovo aspetto del museo e delle sue opere, forse perché, nonostante tutto, non si può negare che nella sua nuova veste Palazzo Buonaccorsi sia davvero molto bello.

Il trasferimento della collezione di arte antica dalla Biblioteca Mozzi Borgetti al Buonaccorsi è solo il tratto più recente di un cammino lungo e complesso che ha interessato il Palazzo, in cui i meriti e le mancanze andrebbero semmai distribuiti tra le amministrazioni da fine anni sessanta ad oggi: dall’acquisto del Palazzo da parte del Comune, al rocambolesco recupero dei quadri della galleria dell’Eneide venduti solo pochi mesi prima (non posso ogni volta non pensare al pezzo mancante, quel Francesco Solimena finito a Houston, Enea e Didone si inoltrano verso la grotta, che, ormai lontano, risveglia ogni volta la mia facile passione per gli spazi bianchi e le cause perse); e ancora, il restauro della Galleria dell’Eneide che già da qualche anno incanta i visitatori, e adesso il piano nobile, ripensato come museo dall’architetto Luca Schiavoni.
Tredici stanze si susseguono ad anello o in infilata, e si prestano a una presentazione organica, ordinatamente cronologica dal Quattro al Settecento. L’ingresso a luci soffuse pone al centro la Madonna con bambino e santi di Giovanni di Corraduccio, affiancata dal primo degli schermi interattivi che arricchiscono l’allestimento senza bardarlo di eccessive velleità tecnologiche: i pannelli saranno più che altro uno strumento tattile e visivo per informare il visitatore sul contesto della sala in rapporto alle opere esposte e per accompagnarne lo sguardo sugli splendidi soffitti affrescati. Suggestiva in questo senso anche la serie di snelli parapetti posti davanti alle opere che, neri e lucidi, offrono non solo didascalie ma anche riflessi e giochi di luce.
La seconda sala ospita forme e supporti variegati: da un bell’affresco strappato -ancora quattrocentesco- risaliamo al XIII secolo di una tavola scolpita, un’Ave Maria di pietra scritta in riquadri concentrici, sino ai famosi automi cinquecenteschi di Ranieri, che fino all’’800 animavano l’orologio della Torre Civica (quello che presto, sembra, tornerà in funzione con il restauro del congegno originario).
Ma è entrando nella terza sala che si avverte chiaramente la sensazione di aver a che fare con un ambiente del tutto nuovo: sono tornate in auge le antiche tappezzerie damascate, il rosso avvolge senza eccessi e le cornici di marmo delle porte fuggono l’una nell’altra ricordando su piccola scala alcune grandi gallerie italiane. Intanto sulla destra si arrampica il festone ligneo dell’alcova e a parete brilla uno dei centri della collezione, la Madonna con Bambino di Carlo Crivelli. Pensata per la Chiesa di Santa Maria della Pietà, poi spostata a Santa Croce e unica superstite di una composizione più ampia, la tavola offre una raffigurazione composta, più controllata e severa rispetto ad altre dello stesso; qui Maria non è ancora del tutto la principessa altera che regge il Bambino, quasi danzante, con lunghe, sottilissime mani (vedi lo scomparto – oggi a Bruxelles – del Polittico di Montefiore, o la Madonna di Ancona, per come stringe con dita manieriste il piccolo piede di Gesù); e neppure è contornata in trono da festoni turgidi e volute come nella versione di Washington (già nel Polittico di Porto San Giorgio ). Con volto sereno ci fissa piuttosto da un fondo monocromo, amorevole e ovviamente lontana dallo sguardo affilato e malizioso dell’indimenticabile Maddalena di Montefiore. Però un’onda bionda sfugge come sempre al velo, trattenuto dall’immancabile perla, e nel mantello – i risvolti in velluto, i ricami d’oro- Gesù infila la piccola mano, stringendosi, e lei lo sorregge con grazia insuperabile e piega la testa contro la sua. Di certo qui al Buonaccorsi la Madonna con Bambino trova finalmente un contesto adeguato, per (ri)diventare una tappa importante del pellegrinaggio sulle tracce di Crivelli nelle Marche, da Ancona ad Ascoli Piceno, passando per Corridonia, Monte San Martino e molti altri luoghi ancora.
Non so se toccheremo altrove l’apice del genio crivellesco e l’eleganza della sala dell’Alcova, ma poco più avanti incontriamo un altro dei punti nodali del percorso. Un’intera parete è occupata dagli stemmi dei membri dell’antica Accademia maceratese dei Catenati, in una distesa di piccole pregevoli tele di scuola marchigiana della seconda metà del XVII secolo. Ciascun dipinto si incarica di recare nome, motto e immagine simbolica dell’associato e così, implicitamente, la sua missione nel comune obiettivo di sostegno e diffusione alle lettere e alla poesia. A parte la bellezza dell’effetto d’insieme e contemporaneamente del dettaglio racchiuso in ogni icona (la serpe che lascia la spoglia nel varco stretto, simbolo dell’angustiato, il turibolo che risveglia i sensi dell’eccitato, il pozzo da cui riemergerà l’egro, la catena d’oro della conoscenza che congiunge cielo e terra, e così via) è di sicuro impatto la resa in allestimento, con una grande plancia che fa da specchio e proietta una rilettura teatrale del senso dell’Accademia. Una parentesi multimediale che schiva elegantemente il rischio del kitsch e arriva persino ad amplificare l’opera, mantenendosi in linea con la sua intenzione estetica originaria, fatta di stratificazione dei sensi e fascinazione speculare.
Ancora avanzando ci rendiamo conto delle proporzioni e della varietà della collezione; non dimentichiamo che il nucleo originario, risalente alla donazione Borgetti del 1835, si arricchisce negli anni seguenti con il lascito Bonfigli, la collezione Ciccolini e molte altre successive acquisizioni. Solo per fermarci a quanto ci è concesso di vedere finora (l’ala dedicata al moderno sarà inaugurata al piano superiore a dicembre), possiamo ammirare quadri di Giovanbattista Salvi, Carlo Dolci, Michele Rocca detto il Parmigiano, Domenico Corvi, Carlo Maratta, Giacomo da Recanati, Alessandro Turchi l’Orbetto, Federico Barocci, più altri di scuola italiana o fiamminga, mentre tra le opere non pittoriche colpisce il prezioso secretaire interamente restaurato e collocato nella Sala del Trono. Ampio spazio tra i generi in esposizione ha sicuramente la ritrattistica settecentesca: una serie di volti, anonimi o identificati, in vesti aristocratiche o borghesi, ci restituisce la visione d’insieme di un’umanità variegata e più ampiamente di un secolo in cui, dalla letteratura al teatro sino all’arte figurativa, nasce il ‘personaggio’, scandagliato psicologicamente e calato nel suo tempo, né caricatura né eroe archetipico, ma frutto di un salotto mondano, della pura cronaca o dell’orizzonte aristocratico di una piccola città come Macerata.
Il percorso culmina infine nel passaggio alle splendide Sale di Ercole e di Amore e Psiche, in un crescendo di luminosità che abbandona la porpora delle tappezzerie e prorompe negli stucchi e nelle cromie rococò della Sala dell’Eneide.
Attraversando il corridoio aperto sul cortile, guardo le tre statue di Ercole vincitore, una dopo l’altra indomite sulla balaustra, guardo il rosone del cancello poi al di là, quella veduta larga che chi conosce questo punto d’osservazione sicuramente ama. Lascio il museo, nuovo che ancora profuma vagamente di vernici, e mi domando quante persone lo visiteranno, quanti turisti saprà attirare, quanto saprà farsi centro per la ricerca e per la divulgazione. Non so ancora rispondere, è ancora presto e poi mi manca la sicumera degli ipercritici e senz’altro anche quella dei sempre entusiasti. Mi dico soltanto che a questo punto dipende anche da noi che qui viviamo e lavoriamo. Potremo scegliere se ignorare questo posto oppure andarne fieri e promuoverlo, senza campanilismi ridicoli, ma portandoci gli amici venuti da fuori, parlandone, raccontandolo a chi non ci è stato, ricordandoci che esiste anche dopo i giorni dell’inaugurazione, delle foto e dell’ingresso gratuito, e che costa solo 3 euro, quindi si può ritornare, anche più di una volta e con persone diverse, iniziando a considerarlo un’abitudine per la città, un luogo di incontro e non una reliquia, uno spazio dove pensare, darsi appuntamento, stare in pace. Senza aspettarsi che un museo cambi la città, se chi la abita non sa cambiare.

(in foto: gli stemmi dell’Accademia dei Catenati da un’angolazione dell’allestimento)

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