Tag

, , , ,

1370089864-ParkinSon_3

di Arianna Guzzini

Ogni volta che mi giunge sino in fondo ai timpani la parola danza, o qualsiasi sostantivo, aggettivo o che sia, che abbia a che fare con essa, mi risuona in corpo un campanello d’allarme. Non osare avvicinarti! Lungi da me demonio! Il mio di conflitto generazionale era partito da qui, da tendini iperestesi e da gambe che non sanno come stare dritte, dalla volontà precisa di non ambire alle aspirazioni genitoriali, di allontanarsi dall’immagine materna eretta. Certo è che tutto ciò che fa parte dell’apprendimento educazionale resta fermo stante e marchiato a fuoco. Nonostante si voglia dimenticare l’armonia del movimento e se ne cancellino le leggi, esse riaffiorano abilmente in circostanze differenti, divengono utili nel momento in cui le si trasformano in regole o atteggiamenti altri. Della danza resta il fascino e l’ammirazione, una naturale tensione che assume altra forma sì, ma che attrae nonostante i contrasti.
Cosa potrebbe accadere invece se la danza divenisse una forma d’incontro, piuttosto che di scontro generazionale? Ecco allora Parkin’son di Giulio D’Anna, lo spettacolo di teatro-danza mostratoci lo scorso 27 marzo al Teatro Lauro Rossi di Macerata. D’Anna mette in scena, assieme a lui, suo padre Stefano, innescando una doppia trama che compone la partitura scenica. Da una parte le tappe principali della vita dei due protagonisti, intrecciate nello scambio relazionale, e dall’altra i sintomi della malattia neurologica del morbo di Parkinson, di cui il padre del coreografo è affetto. Proprio da questi ultimi prende avvio lo scandaglio dei movimenti, in una sintomatologia che fa da attacco in ogni momento all’analisi del rapporto personale fra i due. Due corpi che risultano differenti anche in una posizione di specularità: uno flessuoso e pieno di vigore, l’altro possente nella sua staticità di colonna greca, in possesso di un’armonia differente, che rimanda alla stabilità. Continue s’intercorrono situazioni di scontro spalla contro spalla, testa contro testa, come una sorta di sfida a cui basta però uno “stop” per giungere alla conclusione, alimentando una conoscenza reciproca e testando il limite dell’altro pur rimanendo nel rispetto di esso. Tolte le indiscusse capacità del danzatore Giulio D’Anna, ciò che soprattutto rimanda ad una qualche commozione è la sottointesa concezione della danza come una sorta di terapia, fisica per il padre nel rallentamento del decorso della malattia, ma psicologica in particolare, di ricerca ed analisi emozionale di un vissuto personale. Il limite non è solo quello che il signor Stefano deve superare a livello fisico, arrivando anche a pose complesse per un corpo anziano, ma è soprattutto quello di giungere ad un linguaggio che sia comune ad entrambi ed allo stesso tempo universale, riversabile su sguardi esterni. Ne sorge una candida tenerezza dovuta alla sincerità avuta nel mostrare il proprio vissuto, nel far entrare gli altri in una sfera così intima del privato senza mai passare per facili patetismi, ma preferendo spesso la via della più ingenua ironia.