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io non so cominciare

di Valerio Marconi

Civitanova Marche. Cineteatro Cecchetti, ore 21 e 15 circa del 26 marzo: si accendono le luci dello spettacolo Io non so cominciare di Andrea Fazzini, omaggio a Danilo Dolci. Dall’oscurità in cui traspare un celeste sporco che vela ogni cosa si staglia un torso umano che si agita lentamente come un ragno sulla tela in attesa della preda. Una rete coperta da un gigantesco drappo del color della terra con un buco-finestra è tutta la scenografia su cui le luci e i proiettori tingono ombre e filmati. Voci che si tramutano nel ribollire dell’acqua ctonia o nel lento e costante gocciolare e scorrere dell’acqua di Tarkovskij popolano l’aria chiusa della grotta-incubo in cui tre figure vagano e raramente si incontrano: non c’è dialogo ma silente contatto o scambi di risate. Pochi e scarni i monologhi, i più, leggibili sulla pietra piuttosto che udibili.
Un uomo alla finestra osserva con l’occhio sano i vivi e con quello fisso i morti mentre nello scrivere l’insicurezza di uscire di lì ne coglie l’eternità. I morti non sono le apparizioni dell’epica o gli insultati da Grillo: sembrano essere quelli degli “angoli dove è praticato il morire prima della morte” (Pagnanelli), gli abitanti della “più grande necropoli del Piceno” (id.). Ma non finiscono qui le assonanze col poeta maceratese (uno dei più grandi poeti civili della storia d’Italia): si diceva degli scarni monologhi, essi sono poesie. Una di esse parla della forza del silenzio, perduta perché gettati nelle parole non l’abbiamo colta: mai l’avremmo rotto, altrimenti. Pagnanelli canta “Ma il silenzio non sapevo/ che era l’oro delle vere bocche”. Ancora Pagnanelli: “La morte sta nell’eliminazione d’ogni suono e residuo linguistico” e questo ci suggerisce che in scena è la caverna di Platone, dove il filosofo (colto che il nome è ombra come tutto quanto lo circonda) desidera la morte: desidera il silenzio. Eppure, non c’è più l’angoscia di sacrificio che Heidegger lesse nella parabola della caverna: la vera libertà è quella che libera, chi è uscito dalla caverna vi deve far ritorno per liberare gli altri (altrimenti la sua libertà è nulla), eppure la stessa che osanna il silenzio dice che è il problema la libertà. Questa voce e il suo corpo non sanno cominciare: non muoiono nella tomba vivi come Antigone per aver lottato nella società, ma affogano in una pozzanghera come Ofelia. Eppure, la stessa voce precedentemente parlava le parole del filosofo: “io ricordo quello che/ non mi hanno insegnato/ quello che tutti sanno/ di aver dimenticato/ io ricordo un futuro/ che sembra morto/ io ricordo perché sono/ rinchiuso qui dentro”. Cosa manca allora? I prigionieri non sanno cominciare il dialogo: sulla parete compare più volte un “io” che è molti, che è ridondanza di sé. L’io non sa cominciare, non sa rivolgersi al tu: l’unico dialogo è fatto di “parole inesistenti” (citate a inizio spettacolo e messe in scena alla sua fine) quando la ‘filosofa’ accetta il cracker offerto da colui che l’aveva ascoltata dire di essersi dimenticata la fame e in cui l’unico suono è la rottura del cracker stesso. Rimosso è ogni suono linguistico e i suoi residui dal dialogo: le ombre della caverna assumono l’eternità delle idee. Siamo nel luogo concettuale del post-moderno, dove Deleuze dice che dietro ogni maschera c’è un’infinità di altre maschere e nient’altro. Dal sociale e dal politico di Antigone si è, silenziosamente, passati al privato e suicida di Ofelia. Consapevole o meno Io non so cominciare coglie il cuore del dramma della civiltà occidentale contemporanea: quello del nichilismo, dell’oblio dell’essere inteso come realtà comune a tutti (pensabile ed esprimibile). Lo spettro di Gorgia aleggia nuovamente sinistro: l’essere non è, non si può conoscere né comunicare … non restano che le ombre e la polvere della cristianità oramai destinata a un Dio assente. Eppure, il silenzio è il non-luogo (come è non-luogo la caverna comparsa sul palcoscenico) dell’ascolto dell’essere per Heidegger ed è al silenzio che si anela tornare e cui si torna in questo spettacolo. Eppure, la fine del dialogo è la fine della dicibilità dell’essere, è la fine degli “io” (che senza “tu” si riducono a “parole inesistenti”). E’ per questo che non c’è via d’uscita dalla caverna, perché non comincia il dialogo … ma l’uscita da essa nella parabola accade per caso e non per ricerca della via. Infatti, l’ultimo Heidegger parlerà dell’essere come un mero apparire dell’Evento nel linguaggio, l’evento è lo spalancarsi mistico e casuale della caverna nonostante il silenzio (o forse da esso invitato). Siamo forse in attesa del ‘Dio dell’essere’ heideggeriano?
Se questa è la profondità toccata da questa messa in scena senza trama, personaggi, sviluppo e soggetto, risaltano vizi di forma segno di ingenuità nell’uscire dalle vie tradizionali del teatro: un dormiente con tanto di ninna nanna cantata prima di una proiezione onirica, far dire in scena che non è più tempo dei copioni… Queste son contraddizioni strutturali al gesto anticonformista, che ne rivelano il profondo conformismo latente. La sudditanza del gesto teatrale ai supporti tecnici moderni e il tentativo di far somigliare lo spettacolo a un video (fino al punto di comporlo anche con video), se sono un limite, sono anche una mimesi – involontaria o meno- della condizione del Post-moderno: persi in un mondo di immagini, dove nulla è immagine di qualcosa. La non-realtà è il regno delle ombre, ombre di che? Di sé stesse? Ma il Sé è tramontato! Sono ombre e basta… That’s all folks!

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