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di Maria Silvia Marozzi

“Bisogna viverlo questo tempo, buttarcisi dentro, patirlo…”diceva Italo Calvino al suo amico Carlo Cassola.

L’autore nel suo saggio intitolato “Dialogo fra due scrittori in crisi” esprime l’urgenza, da parte della cultura, di intervenire nei problemi sociali del momento scrivendone in saggi, pamphlet (ma non nei romanzi) e, fuori da qualsiasi tentativo di schematizzazione, in poesia. Il primo personaggio italiano del ‘900 a far meglio corrispondere la scrittura all’azione fu Gabriele D’annunzio.
A parlarne è stato Cesare Catà, docente di storia presso l’Università di Macerata, brillante pensatore del nostro territorio. Il tutto all’interno della cornice Biumor (biennale internazionale dell’Umorismo nell’arte) di Tolentino, in questa sede ospite di Popsophia, al suo penultimo appuntamento con la rassegna dedicata al centenario della Grande Guerra. Nonostante, si sa, l’Italia sia entrata in guerra solo un anno dopo, nel 1915. E la questione circa la rilevanza della spinta dannunziana martinista alla guerra rimane un’idea plausibile dopo l’incontro di mercoledì.
Stampate nel 1912, “Le dieci canzoni della gesta d’oltremare” sono uno dei punti d’esaltazione di D’Annunzio poeta di guerra e qui fiero annunciatore consapevole dei nuovi tempi di guerra. Ha inizio in effetti da questo punto l’operazione di rientro in patria del Poeta, dominatore all’epoca della scena parigina. Non è da far passare sottogamba a tal pro, quanto la Francia vedesse di buon occhio questo italiano estremista del piacere, promotore di un’entrata in guerra che essa si aspettava dall’Italia. Una considerazione a tal pro ci arriva dal ricco materiale documentario mostrato durante l’incontro. Considerazione in cui si pone l’accento su un altro autore contemporaneo, che con D’Annunzio si unisce nell’immaginario interventista della classe intellettuale: Filippo Tommaso Marinetti, colui che promulgò “La Guerra come la sola igiene del mondo”, proprio in occasione dell’impresa di Libia, che partecipò attivamente alla campagna interventista pre-bellica, che nonostante le non proprio aperte simpatie per il personaggio (D’annunzio non risparmiò a Marinetti la definizione di “nullità tonante”), trova qui con egli terreno d’incontro ideologico.
Già aderente al movimento Martinista (dall’abate S.Martino), tenne nel 1914 a Quarto il famoso discorso, con cui si incitavano le masse giovani alla guerra. Certo egli, in età venerabile per la guerra e assorto a livello di Super Uomo, risulta essere più un abile comandante, come la stessa Inghilterra lo definisce in un videofilmato prezioso, in cui presente è la voce di D’Annunzio. Un comandante poeta vate martinista “unico perchè ebbe lo Zeitgeist, il senso del tempo”, come dichiarato dal Professor Catà, e che “nel 1916, in semi-cecità per causa di un incidente in aeroplano, incidente a causa di cui perse un occhio, scrive il “Notturno”, diverso per stile e tematica dai testi precedenti. Egli redasse l’opera su stringhe di carta, che poi unì insieme, in un mosaico più mentale che fisico, in cui portò a galla l’oscurità di sé, realizzando uno fra i testi più nostalgici della letteratura italiana. E’ la dicotomia emozionale, interventismo e nostalgia, a svelare, appunto, “l’Apocalisse d’Europa” annunciata: composto di apò, particella negativa, e kalyptein, “nascondere”, il senso di non nascondimento è la vera componente emozionale che si cela dietro il presagio di un mondo nuovo, ricercato e svelato, nella tecnica scrittoria, con parole nuove.”
A mediare l’intervento di Catà, il Presidente dell’Accademia delle Belle Arti di Macerata nonché della rassegna Poposophia Hermas Ercoli, che intermezza con preziosi documenti e riferimenti: “Laddove buona parte della letteratura del cosiddetto “secolo breve” discostava da sé l’azione, come Montale, il quale sosteneva che la scrittura è da fare in casa e che la pericolosità di certe parole doveva restare su carta, o come operò Pirandello, il quale scrisse “o si scrive o si vive”, D’annunzio piuttosto si muoveva nel mondo contemporaneo sotto l’idea che si vive in quanto si scrive. Con l’impresa di Fiume egli portò gli intellettuali non solo a cambiare opinione sulla guerra, ma addirittura a volerne la prosecuzione.” E’ allora in questo atteggiamento che si trova la chiave d’azione dello scienziato letterato, ossia quella di colui che teorizza e mette in pratica le sue dissertazioni. Nel caso del letterato, in un modo o nell’altro, poiché nel caso di D’Annunzio è innegabile una buona dose di estremismo d’azione. Ma se noi provassimo a giudicare un’azione eclatante quale fu il volo su Vienna, troveremmo che, come suggerito dal Professor Ercoli, egli non operò né più né meno che alla stregua di un moderno blogger, i quale mette in moto meccanismi volti a diffondere il suo verbo. In una prospettiva di questo tipo, non ci parrà poi così insolita l’idea del lancio di volantini per comunicare a più persone contemporaneamente lo stesso messaggio. Sicuramente essa è più partecipata di una mera digitazione on line.
Catà lascia il salotto improvvisato presso il Miumor con una considerazione provocante: “semmai fosse possibile accostare alla magnificenza di D’Annunzio a quella di un qualche altro artista, io direi che l’intellettuale più dannunziano, l’unico che possediamo, potrebbe essere Pasolini, il quale pure unì la scrittura all’azione mentre la letteratura d’inizio ‘900 sembra scindere le due cose. In “Guinea”, il dato stilistico dannunziano è innegabile e, non a caso, i due risultano essere stati i più mediatici fra gli intellettuali. Spero, con questa mia affermazione, di avervi sconvolto.”

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