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Freddy-Cole

di Manuel Caprari

Nelle righe che seguono il vostro da troppo tempo latitante recensore di fiducia confesserà di ritrovarsi in una situazione imbarazzante e cercherà di sfangarsela con la classe che lo contraddistingue.
Sabato 16 marzo ho assistito al concerto di Freddy Cole, nato a Chicago, classe 1931, 50 anni e oltre di carriera, cantante e pianista nonché fratello di Nat King Cole; uscito dal teatro ho avuto un vago senso di sdoppiamento di personalità; perché il concerto mi era piaciuto, giuro, ho persino tenuto il ritmo per tutto il tempo, e qui ci sono decine testimoni pronti a confermarlo. Mi era piaciuto fino al momento in cui non mi hanno chiesto se mi fosse piaciuto; in quel momento non ne sono stato più così sicuro. Voglio dire, al netto di tutte le considerazioni sul rispetto per una carriera cinquantennale incolpevolmente ma inevitabilmente offuscata dall’ombra gigantesca del fratello più famoso; al di là del fatto che la sua voce si è mantenuta giovane oltre ogni ragionevole aspettativa; al di là dell’intesa musicale perfetta tra lui e gli altri tre musicisti- Curtis Boyd alla batteria, Randy Napoleon alla chitarra, Elias Bailey al contrabbasso- cosa mi resta di questo concerto? Cosa ho portato a casa con me? Personalmente ho avuto la sensazione di aver visto un vago riverbero di quello che avrei potuto ascoltare nel passato, ma non nel senso di un piacevole revival; sono particolarmente ingeneroso nello scrivere queste righe? Forse sì; mi rendo conto benissimo che ci deve essere spazio, e mi rallegro che ancora ce ne sia, anche per il jazz più tradizionale, suonato nella maniera più tradizionale e preferibilmente da chi fa veramente parte di quella tradizione e ha contribuito a scriverla; di quelli che invece sono nati fuori tempo massimo e di quella tradizione se ne innamorano perdutamente ma feticisticamente e la ripropongono pedissequamente, come se fosse possibile cogliere lo zeitgeist di un’epoca che non ci appartiene e trapiantarla nell’hic et nunc, beh, di quelli parleremo male in un’altra occasione.
Detto questo, se è vero, come è vero,che è giusto che ci sia spazio per i mostri sacri, un’altra parte di me non può fare a meno di chiedersi se non fosse stato lecito aspettarsi di più. Perché quando il quartetto si è lanciato per un paio di volte in brani dall’impronta più smaccatamente blues, soprattutto durante l’esecuzione di Route 66, allora li hanno spiccato il volo; con discrezione, con stile, con classe, ma con un brio che almeno a me ha fatto l’effetto di una cartina al tornasole. In quei momenti ho pensato che sì, è lecito non accontentarsi di un concerto come questo; non dico che sia giusto, non pretendo di avere ragione, ma non devo applaudire e osannare per forza per il fatto che non potevo lecitamente aspettarmi di più: no, considerati quei due-tre sprazzi di luce meravigliosi che mi hanno decisamente conquistato, mi sento di potermi mettere d’accordo con me stesso dicendo che il resto dell’esibizione è stata pura routine, per quanto piacevole e per quanto condita dalla simpatia umana della presenza scenica dei quattro musicisti.

Foto: Clay Walker 2007

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