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di Ilaria Piampiani

“Come molti altri americani della mia generazione, ho letto Giulio Cesare alle scuole medie, quando avevo circa docici anni. È stata la prima opera teatrale di Shakespeare che abbia mai letto e, sebbene poco dopo abbia affrontato da solo Macbeth e nei due anni successivi mi sia avvicinato al resto della produzione shakesperiana, ogni volta che torno a Giulio Cesare, il testo mi sembra circondato da una strana aura. A quei tempi, era una delle opere più lette a scuola perché è così ben strutturata, così apparentemente immediata e così semplice. Più la rileggo, la insegno o la vedo recitare, più mi appare tuttavia sottile e ambigua, non sul piano dell’intreccio ma su quello del personaggio.”

Le parole sono del celebre critico letterario americano Harold Bloom, conclamato studioso dell’opera omnia di uno dei geni assoluti, inestimabili e senza tempo della letteratura occidentale nonché mondiale, William Shakespeare.

L’occhio di bue si focalizza sulla rappresentazione teatrale del Giulio Cesare, uno dei capolavori del drammaturgo inglese, formidabile, appunto, come si evince dalla citazione stessa, per l’impeccabile struttura e per quella sensazione d’immediatezza e, allo stesso tempo, di oscurità.
Il coraggio è di Andrea Baracco che firma la regia di una impressionante quanto incredibile messa in scena della tragedia storica, approdata sul palco del Teatro Annibal Caro di Civitanova Alta lo scorso 14 marzo.
La sua è un’essenziale condivisione di uno sguardo privilegiato, acuto, metafisico quanto basta, intorno alle complesse e affascinanti psicologie dei sei personaggi che si succedono in un’armonia ricercata e sublime, personaggi che si scambiano impressioni e battute, dolore e sospiri di pura follia, indissolubilmente intrecciati, quasi “incollati tra loro”, in una trama “afflitta” dall’inquietante realtà dei fatti, conservata da una nitida sfumatura di leggendaria gravità attraverso i secoli.

“Cesare, attento a Bruto, bada a Cassio, non avvicinarti a Cinna, guardati da Casca […] un pensiero solo unisce questi uomini, ed è rivolto contro Cesare. Se non sei immortale, guardati intorno”. L’apertura del sanguigno sipario si apre accompagnato dal sussurro di queste parole nella notte, un presagio infausto, una condanna che tormenta il sonno, un sospetto terribile e raggelante che si scaglia contro chi dovrebbe essere l’ultimo ad impugnare una lama. Su di uno sfondo vuoto e nero come la pece, si stagliano solitare tre porte, vecchie e consunte, lontane dall’imponenza delle altre colonne romane, prive di cardini e apparentemente senza sostegno alcuno, poste lì, inizialmente immobili e imperturbabili, surreali spettatrici della delittuosa natura umana.

Dinanzi ci si presenta una Roma sconosciuta, nuda e gelida come l’avorio, spogliata dalla lucentezza dei suoi marmi, dalla leggiadria delle sue divinità, dalle auliche declamazioni dei suoi poeti stanchi. Roma è buia, è sola, è martoriata, è fragile e avvilita; Roma si regge sul rincorrersi di tre porte sconnesse, si illumina e improvvisamente si rabbuia, in un riuscito gioco di luci e ombre, dettato dalle subitanee e indicibili passioni umane. Interpreti impeccabili di queste ultime sono il solitario e tormentato Bruto (impersonato da un magistrale Giandomenico Cupaiuolo), il puritano e invidioso Crasso (Roberto Manzi), l’impulsivo Casca (Lucas Waldem Zanforlini), il “debole” giocatore di scacchi Marco Antonio (Gabriele Portoghese) e i “fantasmi” delle due complesse figure femminili, sempre sul filo del rasoio tra vita e morte, tra razionalità ed estrema pazzia, la corvina Carpurnia (Ersilia Lombardo) e la nivea Porzia (Livia Castiglioni).
Sei personaggi storici, sei attori, sei marionette del Fato, di quei valori tanto difesi quanto violati che sono il cuore della civiltà romana, sei anime prive di pace, afflitte e infettate dall’inquietudine dettata dalla malata necessità di sopravvivere in una quotidianeità d’inganni e di promesse sussurrate tra le mura umide della e nella notte.

Lo sguardo arcigno che s’irradia da uno scarno e spigoloso viso di Cassio squarcia il silenzio, accompagnato da un monologo d’odio e amarezza, tarli istigati dalla contemplazione di una grandezza superiore alla sua, dalla consapevolezza di non essere pervaso dall’ agognata aurea di Cesare. Crasso è un uomo “magro e affamato, un uomo che pensa troppo e per questo particolarmente pericoloso”. Così lo apostrofa lo stesso condottiero, conscio della poca sincerità e approvazione da parte del nobile romano. Spesso in posizione di avvoltoio, di un corvo che si nutre di debolezze altrui, si avvinghia agli oggetti di scena; è appollaiato su di una dismessa poltrona, sopra una porta, sulle spalle stesse di Bruto. Sospira al suo orecchio un futuro indegno per Roma, gioca con i dubbi di un Bruto stoico, non toccato da invidia alcuna ma preoccupato dall’idea di un potere illimitato nelle mani di un solo uomo tanto ambizioso.

Dalla sua prima apparizione Bruto fa propria la tragedia. Si fanno spazio nella sua psicologia i fumi di un’insania, il tarlo martellante e angosciante di una dicotomia lacerante di emozioni e propositi malvagi e virtuosi al contempo. Egli è squarciato nell’animo da un’ambivalenza ossessionante che si decide per la congiura, l’unico modo, a suo dire, per fermare l’ombra sempre più nitida di un Tarquinio redivivo. Bruto, inevitabilmente assimilabile all’immagine prolettica di Macbeth, non riesce a dormire, chiama nella notte i suoi servi, sente delle voci, incontra visioni oscure, si isola, si affanna, si dispera e tace davanti all’amata Porzia, sola anche lei, in una realtà di soli spettri dalla vene pulsanti, sola, tradita e “uccisa” dal silenzio del consorte.

La musica s’innesta tra lo schiocco di dita e la vivacità di mani che fuoriescono dalle tre porte, essa s’intreccia alle lacrime e alle oniriche risate di un popolo invisibile, invisibile così come lo stesso Cesare il quale non ha un volto ne un movimento delle membra, tanto nominato quanto assente fisicamente, una presenza che incombe, che assale, che s’insidia nel senso di colpa e nella fine senza speranza dei congiurati.
Non ci sono spade taglienti e affilate a scandire l’ultimo respiro degli uomini in scena: un gessetto rosso vermiglio segna la morte sul volto e sul petto di Cassio e Bruto, più violento di una lama, più evocativo di una ghigliottina. Così le antiche promesse si spezzano, le strette di mano svaniscono, la fioca luce di lampadine piantate come fiori si spegne: le Idi di Marzo hanno scavato, graffianti, la loro fossa nella storia, abbattendo un respiro ma non una leggendaria e controversa personalità.

Roma, divisa e corrotta, si prepara a una nuova guerra civile che s’appresta seppure in lontananza. La malattia del potere sopravvive a qualsiasi omicidio e il sangue con cui si macchia svanisce e si ricrea, in un moto perpetuo che ha il suo motore nelle più vili mire umane. Proprio queste ultime escono perfettamente fuori dalla mimica, dai gesti incredibilmente sincronizzati, dalle voci e dagli occhi dei sei attori in scena sui quali è stato dipinto, senza la minima sbavatura, l’ampio ventaglio di passioni vili e virtuose che mantengono, nel riadattamento di Vincenzo Manna e Andrea Baracco, la spaventosa e sublime bellezza shakesperiana, il pathos e l’allucinazione destabilizzante.

Un applauso, dunque, sincero e continuo a questo Giulio Cesare, a chi merita di riempire teatri e teatri, al talento e all’indiscutibile studio degli attori e del regista, al coraggio di mettersi in gioco confrontandosi con un Dio dell’Olimpo come Shakespeare, alla commozione visibilmente leggibile negli occhi di coloro, per due ore, hanno dato tutto, senza risparmiare una goccia di sudore o una lacrima, lasciando allo spettatore l’accaldata impressione di essere stato anch’esso dietro quelle porte, di aver sofferto, di aver graffiato la vita con un immortale gessetto rosso.

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