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di Maria Silvia Marozzi

“Cosa c’è, una critica? Ah no caro, non mi interessa. Io non le leggo mai per principio le critiche, ma se è veramente interessante la leggerò, una volta tanto. Sì sì, fate attenzione: dunque, dunque dunque, “La commedia secondo le intenzioni dell’autore….scenografia coerente….(ma dov’è…?) ….gli attori! Ecco, gli attori tutti bravi. Sotto l’attenta guida del direttore hanno recitato con perfetto affiatamento e spigliatezza. Abbiamo notato la quasi debuttante signorina Pierina Pucci molto brava nella pur breve parte della servetta.” Così il grande Carlo Giuffrè in Sei personaggi in cerca d’autore dispiega la frequente banalità delle recensioni. E se nella piece teatrale il primo attore scorre l’articolo senza porvi attenzione, intento solo a cercare il punto in cui si parli di egli stesso, figuriamoci, tra il grande pubblico, chi mai potrebbe leggere, spinto da vero interesse, una recensione redatta a mò di temino liceale. Si cerchi di interpretare la citazione come una captatio benevolentiae, poiché si deve tener presente che recensire la messa in scena de “Il Marinaio” di Pessoa non è cosa facile e si corre il rischio di rincorrere affannosamente la fine dell’articolo, sottovalutandone la qualità. Se non fosse per problemi di battute, inserirei anche un’invocazione alle Muse che mi siano vicine in quest’ impresa!
Del resto già il filosofo francese Alain Badiou ha sentenziato che “la linea di pensiero assolutamente singolare tracciata da Pessoa è tale da non trovare nella modernità filosofica alcuna figura in grado di sostenerne la tensione.” Andando per gradi, però, si può almeno dare il quadro della questione. O Marinheiro, dramma statico in un quadro,fu scritto fra il 1913 ed il 1915 dal giovane Fernando António Nogueira Pessoa nel pieno dell’elaborazione del concetto, destinato a diventare il leitmotiv della sua poetica nonché una nuova “condizione possibile” (Badiou) della filosofia, dell’eteronimìa. In questo luogo c’è da specificare che eteronimìa non è sinonimo di pseudonimia, poiché nel primo caso non si ha solo a che fare con “scrittori diversi”, ma con composizioni e dunque stili, impostazioni e visioni del mondo diverse le une dalle altre ma uscenti dalla stessa penna.
Tutta la trama de O Marinheiro si svolge in una notte, durante la quale tre fanciulle vegliano la salma di una coetanea e si parlano, raccontandosi un passato che potrebbero aver mai avuto, i loro sogni: “ sonhava de um marinheiro que se houvesse perdido num ilha longìnqua…” (sognavo di un marinaio che si era perduto in un’isola lontana). Quel marinaio, per Antonio Tabucchi, è l’ortonimo, ossia Pessoa stesso. Si tratta di focalizzare ed entrare nel meccanismo shakespeariano del “play within the paly within the play” e anche, perché no, in un certo qual modo, in quello pirandelliano del “teatro nel teatro”. Si perché dietro alla figura, onirica, che sogna un marinaio, che a sua volta sogna una patria mai avuta, si cela la grande sfida filosofica di Pessoa: riflettere cioè attorno al grande mistero del mondo, alla effettiva possibilità di poterlo svelare. Il marinaio sembra proprio riuscire in questa sfida, risalendo dal sogno in cui è stato creato, fino alla verità che, nel momento in cui si svela, toglie la ragion d’essere dell’ortonimo-Pessoa, generato dal sogno altrui e poi dissoltosi nel momento in cui da sognato diventa sognante. L’opera è un’avventura che merita di essere vissuta, sia con l’ascolto, sia con la lettura individuale.
Leggere pubblicamente Pessoa è un’ottima via per far emergere ulteriormente un autore, traduttore e poeta ancora non troppo noto fra il grande pubblico. E certo i problemi filologici dovuti ai diversi nomi con cui il personaggio firmò i suoi lavori (si ricordi l’eteronimìa di Pessoa, sia che la si voglia considerare finzione letteraria ovvero malattia mentale) non hanno aiutato nella velocità di divulgazione dei testi. La declamazione è avvenuta da parte di tre lettrici di alto livello intepretativo, coinvolgentissima, cui è seguito un simpatico intervento dal titolo “Il Marinaio e il Filosofo”, della coppia Andrea Ferroni e Paolo Nanni.
Si necessiterebbe senz’altro di molte ore, almeno per inquadrare la questione Pessoa, e di altrettante per riflettervi su e intuirne la chiave. Ma offrire al pubblico (gratuitamente per di più) la lettura de O Marinheiro rappresenta uno stimolo prezioso per gli interessati. Ed è solo il primo appuntamento del mercoledì del mese corrente, altri ne sguiranno fino alla fine di Marzo e il prossimo, nello specifico, sarà con “Il Giocatore” di F. Dostoevskij, sempre presso la Sala ex Cinema dello Sferisterio, sempre alle 18. Il tutto grazie alla brillante idea de le Compagnie Teatrali Riunite (CTR) e Scritture Brevi di Francesca Chiusaroli.

“Imbecilli cialtroni analfabeti i critici” prosegue Carlo Giuffrè in Sei Personaggi in cerca d’Autore, dopo aver letto della facile ironia riguardo la sua età in via d’avanzamento sulla recensione che gli viene porta. Noi qui, speriamo di non esser stati tali (ossia critici), ma solo utili ai fini di un avvicinamento a quello che, sempre più, sembra esser stato un filosofo mascherato da poeta. Ma poi chi sono questi filosofi? Chi i poeti? Dove sta la verità delle cose, nella poesia o nella filosofia? Aristotele disse: “si potrebbe pensare che sia stato Esiodo il primo che ricercò una causa di questo genere, ponendo l’amore e il desiderio a principio degli esseri, così fece, ad esempio, Parmenide […]. A quale di questi pensatori spetta la priorità, ci sia concesso di giudicare più avanti”.
Dunque all’opera, perchè sembra che il filosofo stia parlando proprio di noi!
Ora, non per urtare l’innegabile autorità di Aristotele, ma chiudere con Pessoa pare più significativo:
“Forse un giorno capiranno che ho compiuto, come nessun altro, il mio innato dovere di interprete di una parte del nostro secolo.”
Da “Libro dell’inquietudine”

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