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Igor

di Eleonora Tamburrini

Da qualche giorno di fronte al Cinema Italia un manifesto recita: “4 Marzo. Il Principe Igor, di Alexander Borodin. Opera in un prologo e tre atti, cantata in russo con sottotitoli in italiano, diretta dal Metropolitan di New York.Durata: 4 ore e 30 minuti. Basata sul poema epico slavo Canto della schiera di Igor’, l’opera narra la fallita campagna del principe Igor’ Svjatoslavič di Novgorod-Severskij nell’antica Rus’ di Kiev contro gli invasori Cumani/Poloviciani nel 1185”. Ho un debole per Borodin e poi è tanto che vorrei andare al cinema da sola, con il lusso di certe adolescenze o di alcune vecchiaie. Entro.
Le sala non è ancora buia , ma c’è qualcosa di fioco nell’aria, e dalla galleria si stende un cono di luce livido e freddo. Se la Russia ha un odore dev’essere questo, si compiace in sottofondo la mia stupida epica personale. Una sola signora siede in tutta la platea, in un posto scelto secondo un insondabile criterio. Mi guarda con un misto di odio e sollievo, poi si ricompone sotto la chioma esatta di capelli grigi e prevedibilmente sorride. Io prendo lei a riferimento, traccio qualche inutile parabola e scelgo un posto né troppo vicino né troppo lontano. Altre due persone entrano scalpicciando in galleria, ma ho il dubbio che siano gli addetti alla biglietteria.
Quando pensavo al piacere di certe solitudini non immaginavo tanto, e un po’ sorprende trattandosi di Macerata, quella della grande tradizione operistica e del Festival estivo. Eppure sempre di lirica si tratta, anzi no, questa è tutta un’altra cosa: io e la signora coi capelli grigi ci smicciamo da due colli altissimi e il sibilo di corrente che ci arriva dritto ai piedi nell’assoluta mancanza di altri corpi non somiglia al venticello che alle undici e un quarto si leva allo Sferisterio. Probabilmente poi, nessuno sa che siamo qui e nessuno può vederci. Questo ci piace, si capisce da come teniamo dritte le spalle anche se potremmo allungarci sull’intera fila di poltrone.
Intanto è calato il buio ed è partita la diretta da New York: in un attimo le truppe del Principe Igor riempiono la sala, la nostra e quella ricostruita sul palco del Metropolitan. L’ambientazione si allunga verso il novecento nei costumi, ma tende nell’assetto generale a una certa rigorosa atemporalità. Dunque il Principe sta per partire in guerra: un principe ucraino che è poi un principe russo in questo lasso di tempo indistinguibile. I nemici in questione hanno una serie di nomi esotici e quasi tutto il corredo spaventevole dello straniero: sono polovesiani, tartari, turchi o cumani, sanno di meridione e disgrazie, disordine e seduzione. Quando si leva un vento forte che scompiglia i mantelli e precede l’eclissi, è già chiaro -a me e alla signora coi capelli grigi- che Igor ha cattivissimi presagi e che noi stiamo per assistere a una delle messe in scena più ammalianti e potenti dell’anno, una vera resurrezione del capolavoro di Borodin dopo cent’anni di assenza dal Metropolitan.
Il fatto è che Borodin era un chimico. Insegnava all’Accademia di Medicina e scriveva musica nei fine settimana, o di notte, o chissà quando. Era nel Gruppo dei Cinque – con Balakirev, Cui, Musorgskij e Rimskij-Korsakov- e senza una preparazione professionistica fondò il romanticismo russo e fece da padre inconsapevole a Prokof’ev, Stravinskij e Šostakovič. Mentre albergava in casa artisti e disperati, e tappandosi le orecchie scriveva musica sugli orli delle prime tavole periodiche, si ripeteva: Io sono un compositore domenicale che si sforza di restare oscuro. Quindi non mise ordine nel suo capolavoro, per pigrizia, per scelta, o per mancanza di tempo; di certo oltre al talento artistico possedeva la disgrazia di una ferrea razionalità, che gli impedì di credere che di musica si potesse veramente campare. Ma il Principe Igor ebbe la meglio su ogni alibi, su ogni promessa d’oscurità, sulla saggezza: magmatico occupò ogni cosa, assorbì al suo interno poemi epici e anni di composizioni, richiese al suo autore la stesura di un lungo, meraviglioso libretto e finì per sopravvivergli, vasto e incompiuto. Perfetto. Sorrido se penso che mentre io e la signora dai capelli grigi assistiamo a un racconto come questo, in tv stanno dando la prima de “La grande bellezza” e c’è ancora un pubblico che dal divano scalpita perché non c’è la trama.
A me pare che spesso una trama è essenziale lascia vivere negli spazi bianchi una storia più bella, capace di continuare a parlare molto a lungo. Il Maestro Gianandrea Noseda, direttore musicale del Teatro Regio di Torino, e il regista-scenografo Dmitri Tcherniakov hanno qui buon gioco su un materiale tanto prezioso e mobile: la loro interpretazione è in qualche modo una riscrittura potente, intimamente fedele e modernissima, come poche volte mi è capitato di vedere su un palco lirico.
Il primo cambio scena toglie il fiato: centinaia di papaveri riempiono il palco ondeggiando, e nulla resta del primo interno monumentale. Guardo la signora coi capelli grigi, si è aggrappata allo schienale della poltrona davanti. È un gran fruscio rosso, una macchia in cui Igor si aggira, ferito al volto, in un disegno onirico che sposta la prigionia nella mente, abitata dal ricordo della moglie e da personaggi, reali o immaginari poco importa, che tracciano tra i fiori traiettorie da labirinto. La prigionia è lo stato di commozione cerebrale del reduce: la guerra è già persa (ce lo ricordano alcuni flash proiettati in bianco e nero sopra la scena) e al Principe rimane la colpa come supplizio, ma anche come rifugio. Igor adesso è medioevale, epico, romantico, dostoevskiano, occidentale, orientale, russo, tartaro. Non sa più dirlo. Suo figlio è prigioniero come lui, ma non sente, non divide un grammo di quel peso: si innamora della principessa tartara e lo abbandona. Le danze polovesiane sono l’apice estetico e di senso, dell’opera e di questa regia. Potevano essere un divertissiment, il momento virtuosistico in cui Borodin ci mostra come funziona la chimica degli elementi, cosa succede a combinare il vigore russo alle sonorità orientali senza farli esplodere, mostrando come l’equilibrio è tensione. Ma questa sera è molto di più: l’esecuzione mi sembra perfetta, Ildar Abdrazakov (Igor) Anita Rachvelishvili (Končakovna) brillano per qualità vocali e presenza scenica, e poi c’è il balletto. Non è una coreografia, penso – e i corpi balenano dentro e fuori dai papaveri – ma una prova per stabilire la soglia di umana sopportazione dello splendore. Sono quindici minuti di tableau vivant, dolce e spaventoso come i cori delle schiave e dei soldati, assoluto come la danza di Matisse, e infatti c’è tutto: la curva della terra, l’azzurro primario del cielo, il rosso fiammante, il rompersi fluido di ogni linea.
Finisce così il primo atto. A New York il pubblico si scuote con impressionante prontezza di riflessi e si disperde proprio come quello delle prime italiane, mentre l’imponente presentatore si lancia entusiasta dietro il sipario, coi papaveri che fanno ala. Abdrazakov che si guarda intorno, poi in mancanza di vie di fuga si sottopone all’intervista. Visti da vicino, i papaveri sono solo fiori finti e il Principe Igor è sudato. Questa non me la dovevano fare, penso, ma distolgo lo sguardo e mi accorgo di essere ancora a bocca aperta. Poche file più avanti c’è sempre la signora coi capelli grigi: si guarda le calze, si liscia il cappotto, fa freddo e forse non riesce a seguire l’intervista in inglese, ma non si alza. Adesso, dopo questo primo atto memorabile, sapere che a Macerata siamo olo in due o tre ad averlo visto mette tristezza.
Penso che non assisteremo a nient’altro questa sera che sia al livello delle danze polovesiane. Invece l’ultimo atto riesce a sorprendermi. Rimane indiscutibile la qualità dell’orchestra e dei cantanti; per esempio Oksana Dyka è una splendida principessa Jaroslavna, con una presenza e un pathos che mai cedono al convenzionale o all’eccesso (rischi in cui cade invece a volte Mikhail Petrenko nel ruolo del fratello traditore). Ma non è solo questo. Il finale non si chiude sul principe tornato a casa, nel palazzo ormai distrutto dai nemici, e neppure con le acclamazioni del suo popolo; il regista fa ritornare in scena i temi musicali, i dubbi e le allucinazioni del principio. Igor sa che ha portato la sua gente alla disperazione perché ha scelto da solo e ha scelto il momento sbagliato, e dice una frase che segna il fondo dello scoramento, qualcosa come: chiunque può fare qualcosa perché non è il Principe Igor. Ma il sipario cala su di lui che con fiera tristezza comincia a ricostruire il Palazzo, sollevando macerie. Gli altri lo guardano, non capiscono, poi lentissimi lo seguono, in una nuova danza più stanca, che langue, oscilla, ma resiste anche all’ultimo buio del palco.
Fuori dal cinema un’aria tagliente invade il porticato. Sarebbe stato quasi bello il chiacchiericcio all’uscita, se non la calca almeno qualcuno con cui scambiare un parere confuso, uno sguardo di circostanza. Immagino che quando dirò di essere stata a vedere un’opera in russo di quattro ore e mezza, e che faceva freddo, e che c’era con me solo una signora coi capelli grigi, qualcuno mi farà la battuta della Corazzata Potëmkin, altri mi chiederanno se la signora respirava, qualcun altro mi dirà che sto solo facendo la stoica, e che non sono nemmeno un’esperta di musica. Molti di loro questa estate andranno allo Sferisterio.
Comincia anche a piovere. Mentre corro a fianco dei palazzi penso più veloce. Penso alle mani della signora aggrappate alla poltrona davanti. Penso che molti potenti sono capaci di un potere strano, immune al senso di colpa o di responsabilità. Penso a Borodin che toglie tempo alla chimica e al sonno per orchestrare le danze polovesiane, magari sentendosi in colpa. Penso che il campo di papaveri esiste ed è nel retro degli occhi di Igor.

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