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Biblioteca-Mozzi-Borgetti

di Lucia Cattani

 

Ogni città conserva gelosamente i suoi segreti per mostrarli a chi osa andare oltre i soliti tragitti, a chi rompe i quotidiani itinerari. A volte non è neanche questione di volontà, e allora ciò che era nascosto sorprende all’improvviso, svelandosi inaspettatamente, lasciando un senso di profonda bellezza. Nel cuore di Macerata, una sera di marzo, si sono dischiuse per me le porte nascoste della Biblioteca Mozzi Borgetti.

Gli ambienti del piano terra sono quelli che un qualsiasi maceratese o studente fuori sede ha sotto gli occhi ogni volta che attraversa la piazza, che sia per andare poco più avanti a fare l’ennesimo mucchio di fotocopie o per perdere qualche minuto in un caffè piuttosto popolare tra gli universitari mondani, o per raggiungere le molte librerie e negozi di musica del corso: il piano terra della biblioteca è ben visibile anche da fuori, con larghe vetrate che permettono alla luce di entrare copiosa nei luoghi adibiti alla lettura. È una costruzione imponente, la Mozzi Borgetti, ed è difficile che nonostante le varie biblioteche d’ateneo non incuriosisca il lettore o lo studioso. Per chi vi entra, non ci sono molte sorprese, a parte la notevole luminosità della sala di lettura, semplicemente ammobiliata con gli oggetti essenziali per renderla tale. Quasi nessuno si sofferma all’ingresso, dove invece ogni maceratese attento può riconoscere le effigi delle sue radici: ad accogliere il visitatore, nell’atrio, spiccano l’insegna con il macero, simbolo di Macerata, ed è anche raffigurato San Giuliano, patrono della città, e i busti marmorei di Benedetto Cairoli, Ercole Rosa e di Papa Gregorio XVI, di Fedele Bianchini. Da questa particolare entrata si evince la non trascurabile rilevanza storica dell’edificio per Macerata e i suoi abitanti, si intravede un passato glorioso e ricco, una grandezza che per secoli ha reso questi luoghi illustri a livello “nazionale” (non che si possa parlare di nazione, nel lungo tempo durante il quale l’Italia era frammentata e per lo più in balìa dei dominatori stranieri). Dalla fine del Quattrocento, infatti, la città di Macerata, sede degli organi di governo della Marca di Ancona, andò affermando una funzione attrattiva e di preminenza culturale che trovò conferma nell’istituzione dello studio generale a opera di Paolo III nel 1540 ed in quella del tribunale della Rota per volere di Sisto V.  Adibita in seguito a Collegio Gesuitico, nel 1773 fu poi recuperata da un antigesuita maceratese, il cardinale Mario Marefoschi, che ottenne che la sede e i libri del Collegio fossero destinati ad uso pubblico dopo la soppressione della Compagnia Gesuitica. La biblioteca ha quindi circa due secoli di vita, dal giorno in cui venne inaugurata dal primo bibliotecario, Bartolomeo Mozzi. Macerata già da molto tempo ospitava gli Studi Giuridici, istituiti nel 1540 ma in realtà coltivati già dal 1290. La biblioteca può essere considerata  la memoria della città,  oltre ad essere un insieme di strumenti di lavoro, ricerca e studio alla portata di ogni cittadino, e non finisce qui.

Oltre ad essere così importante storicamente, oltre ad essere una delle più grandi e antiche biblioteche delle Marche, la Mozzi Borgetti nasconde tre sale di non sempre facile accesso ai curiosi, tre ambienti molto diversi tra loro che contribuiscono a rendere il palazzo un elemento di grande pregio per la città. Al piano terra, un po’ nascosta, si trova la Sala Castiglioni, adibita come le altre ad ospitare conferenze e vari eventi artistici. In questa prima stanza sono i libri a catturare l’attenzione del visitatore: un gran numero di copie molto antiche sembra tappezzare le pareti del locale, rendendo la stanza un prezioso cimelio, un luogo adatto ad ospitare scrittori, poeti e intellettuali.

Continua a  stupire la biblioteca con la splendida galleria traversa del secondo piano, meglio conosciuta come Galleria degli Specchi, per la quale Domenico Marzapani e Domenico Cervini, a fine ‘700, hanno creato una trama di grottesche di matrice raffaellesca e stilemi pompeiani con ritratti di filosofi e scienziati illustri. Vincenzo Martini si è occupato delle quadrature dei soffitti. Il risultato è incredibile: gli enormi scaffali colmi di antichi volumi irradiano un inconfondibile ed inebriante profumo di carta e inchiostro, come voce di milioni di pagine di altri tempi, ancora in attesa di qualcuno che li sfogli. La Galleria è formata da diverse stanze collegate, tutte decorate ad eleganti grottesche e affreschi affascinanti. Colpiscono poi i mobili del XVIII secolo, donati da una contessa: preziosi pezzi di gusto barocco, tra cui molti specchi con cornici in legno rivestito di foglia oro. Non capita spesso di poter accedere a questa meraviglia, che resta la maggior parte del tempo nascosta, celata da un’imponente porta in legno massiccio.

A coronare la visita si presenta agli occhi increduli del fortunato passante l’ultima sala chiusa al pubblico, di difficile accesso. È una lunga stanza longitudinale posta proprio sopra il tetto, al quarto piano della biblioteca, ed entrando non si può far a meno di restare increduli di fronte ad uno spettacolo magnifico: grandi vetrate alle pareti rendono l’ambiente quasi fluttuante, tra i tetti del centro storico della città e l’immenso paesaggio che sulla sinistra risplende delle mille luci della sera. Si può solo immaginare la visuale incredibile che i vetri offrono alla luce del giorno (il bibliotecario spiega che è possibile vedere il Gran Sasso, la mattina). Il legno del pavimento esalta la sensazione di essere in bilico in cima ad un tetto, in uno dei punti più sopraelevati di Macerata.  Suggestivo è l’effetto che la collina su cui poggia la città vecchia crea e l’oscurità che a poco a poco inghiotte le luci, l’orizzonte indistinto, perso chissà dove dietro le luci che costellano le colline vicine e lontane. L’unica cosa che mi chiedo, in mezzo a tanta bellezza, è come sia possibile tenere chiuso al pubblico un posto simile, lasciare che migliaia di turisti, studenti, abitanti stessi passino di fronte al vecchio edificio inconsapevoli dei tesori che vi sono nascosti.

Lasciando finalmente le stanze, finita la visita rubata alla pazienza del bibliotecario nonostante l’ora tarda, sento che mi accompagna ancora l’odore inconfondibile dei libri antichi raccolti nel loro scrigno di vetri, specchi e grottesche. Mentre mi intrufolo nei vicoli, sulla strada di casa, spero che resti ancora un po’ con me prima che il frastuono delle auto e della gente mi riporti alla realtà.

(immagine: biblioteca Mozzi Borgetti, di Andrea Calderone)

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