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Chet-Baker

di Simone Palucci

C’era una tenda piantata saldamente, un bambino che piangeva, una donna che ogni tanto si affacciava e andava a parlare all’orecchio di Don Cherry. Una moglie premurosa, che si divideva tra il figlio e il marito dal quale voleva sapere se aveva voglia di un caffè. Evidentemente sì, considerato che poco dopo la donna uscì di nuovo con in mano una tazza e un sorriso da atmosfera familiare. Don Cherry con il suo sestetto nel frattempo suonava, come era suo solito amava portare la famiglia al seguito, tra improvvisazioni, jam session, la bellezza di una sporcatura, il jazz. Solo che in quel momento, nei lontani anni settanta, quella tenda, quel bambino, quella donna, quel caffè, quel sestetto e quella musica si trovavano all’arena Sferisterio. Con il pubblico. Anni vivi e vivaci, per molti caduti nel dimenticatoio, erano gli anni in cui Paolo Piangiarelli aveva fatto diventare Macerata internazionale, portando in arena e nei teatri dei veri e propri mostri sacri del jazz. Erano gli anni del Festival del jazz allo Sferisterio, un festival che attirava pubblico da tutta Italia, e dopotutto è normale quando in tre giorni puoi trovare nomi quali Miles Davis, Chet Baker, Stan Gatz o Phil Woods. Perché questi sono alcuni tra gli artisti che dal 1971 al 1977 hanno incantato l’arena, attirato pubblico, turisti, reso viva una piccola città di provincia. Non esisteva ancora l’Umbria jazz e Macerata era importante. “Anzi – aggiunge Piangiarelli – in quegli anni invitai al festival proprio Carlo Pagnotta, che poco dopo fondò l’Umbria jazz e ne cura ancora oggi la direzione artistica”. Ecco, avevamo il futuro in tasca, avevamo inventato l’Umbria jazz prima dell’Umbria jazz, con Paolo Piangiarelli che muoveva tutto con la passione e, finalmente, con qualche contributo comunale. Ma il volontariato e la passione prima di tutto, non a caso “andavamo a prendere gli artisti all’aeroporto con le nostre macchine sgangherate – prosegue Piangiarelli – addirittura una volta mi ricordo che, dopo aver preso Horace Silver e il suo quintetto, rimanemmo con la macchina in panne e i musicisti furono costretti a scendere e a spingerla per farla ripartire”. Erano tempi diversi, dove tutto era possibile, dove non servivano poi chissà quanti soldi, e c’era la tenacia, la passione e un’amministrazione comunale che si era convinta a finanziare, salvo poi ritrattare al primo intoppo. Già, l’intoppo, in fin dei conti c’è un motivo per cui un festival importante, che stava decollando più che bene, sia stato chiuso e abbia ceduto il testimone al futuro Umbria jazz.
“Era il ’77 – ricorda Piangiarelli – e quell’anno ci fu un’esplosione di pubblico, vennero Chet Baker, Phil Woods, Stan Getz, Enrico Rava. Però erano anche gli anni delle contestazioni, mi ricordo che c’erano gli auto riduttori, questi gruppi politicizzati che volevano i biglietti gratis, anche se i biglietti erano economici, costavano cinquemila lire. Insomma, per cercare di tenerli buoni li facemmo entrare in arena, anche se disturbarono un po’, fumarono qualche spinello, ruppero alcune bottiglie. Per farla breve il giorno dopo l’amministrazione comunale decise che in seguito a questi fatti era meglio chiudere il festival”. In pratica qualche coccio aguzzo di bottiglia, dei mozziconi di canna e qualche protesta, che nel 1977 non erano proprio infrequenti, decretarono l’impossibilità a procedere. Macerata città della pace, eterna come sottolinea qualcuno, decise che la stagione operistica era più che sufficiente, che bisognava stare buoni, che la tranquillità era la prima dote. Un festival appena sbocciato e già reciso, senza la lungimiranza del nome di Macerata nel libro dell’internazionalità, senza pensare allo sviluppo della cultura locale, ai flussi turistici.
Paolo Piangiarelli non ha mai smesso di amare il jazz, travolgente passione scaturita dalle note di Charlie Parker negli anni cinquanta e mai sopita, così come all’epoca continuò ad organizzare serate nei teatri e nei club, dopotutto è stato lui a portare Chet Baker al Pozzo, nelle atmosfere fumose e nostalgiche, caserecce e chiassose che non potevano non piacere al jazzista americano. Piangerelli nel 1987 fondò anche la sua etichetta discografica, la Philology, in onore proprio di Phil Woods, un omaggio. In oltre venticinque anni ha prodotto qualche centinaio di dischi, addirittura si può dire che abbia scoperto Stefano Bollani, perché proprio il primo album del pianista, Mambo italiano, fu prodotto dalla Philology. “E pensare che tra i tanti nomi – dice Piangiarelli – Bollani, che in Mambo italiano ha Ares Tavolazzi come contrabbasista, non siamo ancora riusciti a portarlo allo Sferisterio, perché sembra non esserci più spazio, Musicultura, l’Opera e poi i concerti pop”. Sicuramente una questione di volontà, più che di tempi e di spazi, considerato che tre giorni di festival non sarebbe impossibile incastrarli tra gli eventi già esistenti. Già, la volontà, quella volontà che nel 1971 fece arrivare il pianista Marcel Solal a Macerata, pagato di tasca propria da Piangiarelli. Quel Solal che pur avendo a disposizione un pianoforte a coda allo Sferisterio, non lo suonò, perché piovve a dirotto e trasferendo la serata al Lauro Rossi, non fu possibile trasportare anche il piano. Fortunatamente Borgani fornì un pianoforte, ma quelli che aveva erano verticali, non a coda, e Solal non si fece scrupolo, suonò il piano verticale facendone uscire il suono di uno a coda, salvo poi confessare che si era quasi rotto le dita. La volontà permette tutto, e se la rassegna di jazz, organizzata dai bravissimi ragazzi di Musicamdo ai quali Piangiarelli ha passato il testimone, è già una realtà a Macerata, uno Sferisterio jazz non sarebbe impossibile, anche perché se si è riusciti negli anni settanta ad eliminare l’oceano e avvicinare la piccola provincia agli States, oggi potrebbe risultare ancora più facile.

(Nella foto Chet Baker)

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