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di Ilaria Piampiani

Quando si entra in un teatro gremito, denso di voci che si affollano l’una sull’altra, pieno di vezzi femminili del sabato sera, come di quelli maschili d’altronde oramai, quando la sala si anima totalmente dando l’impressione che non ci sia un vuoto significativo presente tra le fiammeggianti poltrone rosse, beh, quando accade ciò solitamente chi calca il palcoscenico ha da dire il fatto suo e il pubblico non vuole mancare.

Eccolo! Una semplice entrata in scena la sua: solo davanti al sipario ancora chiuso, immerso nell’occhio di bue, “vestito” principalmente della sua chitarra, una delle tante che gli “ruberà” irrimediabilmente la scena durante le prossime due ore. Semplice, in jeans e camicia nera si presenta: lui è Alex Britti.
Il suo non è il tipico concerto e questo ce lo dice anche attraverso il titolo stesso di questo tour, “Chitarra, voce, piede”. Nessun orpello, niente di più e niente di meno; davanti al microfono c’è un cantautore prima di essere un cantante, che vuole raccontare gli anni di carriera che ha alle spalle, le sue canzoni ma, soprattutto, la sua musica, la bizzarria che la compone, gli strumenti attraverso i quali si è appropriata del presente.

Il sipario si apre e mostra una scenografia fatta di percussioni, di un piano e tanta tecnologia che gli permette di “giocare” e creare al momento un’orchestra invisibile agli occhi ma prorompente sfondo al ruggire delle diverse e affascinanti chitarre di Britti.
Le dita corrono senza alcun affanno sulle corde, non conoscendo stanchezza o sosta, l’abilità è visibile agli occhi oltre che una certezza per le orecchie. Alex dimostra di essere un eccellente chitarrista, formatosi nella pazienza e nella passione, attraverso lo studio, la voglia di volersi perfezionare e l’umiltà di affiancarsi ai grandi. Tra questi Edoardo Bennato, mito poi divenuto anche amico, e Stefano Rosso, romano di Trastevere come lui, grande musicista forse un po’ dimenticato al quale Britti vuole fare un omaggio registrando una sua canzone mai fissata in un disco che però merita di essere ascoltata: “Gli occhi dei bambini”.

Ci sorprendiamo nel constatare con quanta facilità e leggerezza passi da uno strumento all’altro, facendoci conoscere nuove sonorità e raccontandoci la loro storia. Imbraccia fiero la chitarra d’acciaio, gioiello della tradizione blues sudamericana, che, punzecchiata, mette i brividi e ci avvicina allo spirito di quella musica nata tra le inquiete acque del lontano Mississipi. Il cantautore italiano sorride beffardamente ammettendo con ironia che anche la sua musica si sia dovuta necessariamente nutrire di blues avendo come culla lo scorrere del decisamente più modesto Tevere!

Dinanzi a noi troviamo sicuramente un Britti più maturo, consapevole del suo talento musicale e della popolarità dei suoi testi che raccontano con semplicità quei rimpianti, quel dolore, quell’amore consumato nella passione e ricordato da lontano. La pioggia incessante, il traffico, la città e le sue luci, la solitudine e la notte s’infilano nelle sue canzoni le quali hanno indubbiamente tutta la loro forza nella sferzante voracità della chitarra che le accompagna, sempre presente, sempre grande protagonista. Non si risparmia neanche nell’uso della sua voce, riconoscibile, magari non estremamente particolare, ma senza dubbio compatta ed elastica, rispettosa delle diverse note alte come di quelle basse e sussurrate.
Dotato di una virile e intensa presenza scenica, Alex riesce a tenere il palcoscenico da solo senza annoiare, senza ergersi a star bensì lasciando parlare la tangibile e sensuale “elettricità” che lo rende un tutt’uno con le corde e le note che ne vengono fuori. Sul palco si muove e, regista di se stesso, si abbandona allo sperimentalismo, all’esperimento assoluto, alla commistione, tutto con perseveranza e un pizzico di prepotenza. Romantico e delicato in “Una su un milione”, energico e frizzante ne “La vasca”, malinconico e libero nel descrivere il suo “Zingaro felice”, sincero e onesto in “Oggi sono io”, cambia registro ed espressione a ogni accordo, rivelando le molte facce della sua musica che con certezza e, a ragione, senza modestia, oscura le parole e le storie raccontate.

L’entusiasmo degli spettatori del Teatro Rossini si fa sentire e si diffonde al primo silenzio utile, gli applausi sono scroscianti e pieni di apprezzamento per il cantautore romano che ringrazia e sembra quasi sorprendersi del calore con cui questo suo nuovo debutto viene accolto. Un calore meritato che viene dal pubblico perché infuso nello stesso nel corso di due intense ore di un sabato sera spese bene. Un biglietto che vale il talento di questo musicista, romano nelle fattezze come nel parlare, il cui indubbio talento è quello di far cantare una qualsiasi chitarra facendo danzare a una velocità estrema le dita di un’ampia mano su corde impazzite.