Tag

, , , , , , , , , , , , , , ,

the-doors-ai-bei-tempi

di Alessandro Seri

Sembrerà nostalgico e privo di ogni appiglio questo testo, sembrerà inconsueto e banale, qualcuno sorriderà rispetto ad una probabile regressione, altri non riusciranno a comprenderne il senso e misureranno un po’ del loro realismo quotidiano su queste righe, restando completamente indifferenti. Infine qualcuno, pochi, comprenderà che mantenere viva una mitologia consente di spolverare quei semi di coraggio e incoscienza che fanno della vita un dono, un tendere verso la frontiera. Alla fine mi circolava in testa il ricordo del lungo afflato per i Doors, che nell’onestà più vera, hanno contribuito non poco sulle mie scelte, alle mie passioni, alla mia vita, alla poesia.

E per essere sinceri fino in fondo voglio dal fondo partire. Il dieci luglio del 2012, cantando prima per tutto il tragitto in macchina tra Macerata e Roma ho assistito a quella che oggi posso definire la fine della cerimonia, il mio concerto di ciò che restava dei Doors, cioè Robby Krieger (chitarra) e Ray Manzarek (tastiere) accompagnati da un volenteroso ma inevitabilmente triste emulo di Jim Morrison; per di più come accade da tempo, senza nemmeno il supporto del batterista storico John Desmore. Viaggiando a quarantuno anni in macchina verso il concerto, cantavo senza remore ogni singola parola dei sei album registrati in studio, mi sentivo al tempo stesso cupo ed elettrico, sentivo di andare più verso qualcosa di estremamente mio che ad un concerto. Quasi tutti quelli che sapevano del concerto mi sconsigliavano, puntando sul fatto che i Doors senza Jim Morrison non sono nulla, per me non è mai stato così. La mia adolescenza lamentava la chiusura del cerchio. E quando ho visto in carne e ossa a venti metri da me Krieger e Manzarek, cioè quelli che hanno realmente scritto e musicato “Light my fire”, ho sorriso soltanto, immobile, circondato da sei sette mila persone, per lo più nostalgici, che urlavano come se quello fosse stato un concerto normale. Nemmeno un anno dopo, il 20 maggio del 2013 Ray Manzarek è morto a Rosenheim in Germania e i Doors non suoneranno mai più dal vivo.

La storia in realtà era iniziata molto tempo prima quando su una corriera da gita scolastica del secondo superiore, cioè nel maggio del 1987 un tizio ripetente convinse l’esigua pattuglia di professori accompagnatori a cambiare musica e dal mangianastri del pullman si espanse un live dei Doors che iniziava con la conosciutissima “Roadhouse Blues” e con l’altrettanto conosciuto mantra: “Ladies and gentlemen, from Los Angeles, California, The Doors…”. In quel momento, in quel preciso istante, le mode terminarono di interessarmi, compresi che esiste il concetto di classico e lo feci inconsapevolmente mio. A distanza di anni so che l’interruttore generò una vera e propria scarica, forte al punto di lasciare alle spalle tutta una serie di interessi infantili, da quell’istante imparai a guardare le donne in un altro modo, imparai a parlare con gli amici in un altro modo, a pormi degli obiettivi diversi.

Il passaggio successivo fu intercettare Johnny Liverotti, mio coetaneo, ma già all’epoca molto più avanti di me dato che era in possesso dell’intera discografia dei Doors. Passai molti pomeriggi estivi a casa sua registrando da vinile a casssetta tutto il registrabile. Copiavo un album di pomeriggio e passavo i giorni e le notti delle due settimane seguenti ad ascoltarlo ininterrotamente, partendo dal primo, “The Doors” e poi “ Strange days”, “Waiting for the sun”, “The soft parade”, “Morrison hotel” per finire con “LA Woman”. Nell’estate del 1987 cambiai prospettive, i capelli iniziarono ad allungarsi, il nero divenne, per il vestire, il mio colore preferito e di pari passo con la musica acquistai “No One Here Gets Out Alive”, il libro culto scritto da Jerry Hopkins e Daniel Sugerman e uscito in italia nel 1980 per i tipi della Gammalibri. Avevo una edizione dell’86 poi regalata a una fidanzatina e alla fine ora nella mia libreria c’è una copia del ’90 che tengo come vera reliquia giusto perchè è proprio da quel libro che sono partiti i rami di molte strade.

Ho sempre pensato che quelli a cui piacciono i Doors sono divisi in maniera molto netta, la maggior parte sono attratti dal mito di Jim Morrison, dall’epopea del bello e dannato, poi ci sono quelli che oltrepassando la leggenda hanno approfondito e si sono ritrovati ad aver a che fare con un ragazzo morto a 27 anni e con tre suoi amici che scrivevano canzoni partendo da influenze altissime come quelle di William Blake, Dylan Thomas, Aldous Huxley e Antonin Artaud. In culo ai punti di riferimento della musica pop rock contemporanea. Quando dalla seppur bella biografia su Morrison e i Doors sono passato ai testi di Huxley e di Artaud mi si è aperto un mondo. Quello era il percorso, la via da seguire, perchè con loro poi c’erano gli artisti che giravano intorno a Andy Warhol e la musica degli anni ’70 da scoprire, c’erano le storie dei miti greci e l’Edipo Re di Sofocle e si finiva con la poesia della beat generation cioè: Kerouack e “Sulla Strada”, Allen Ginsberg e “Urlo” , William Burroughs e “Pasto Nudo”, Gregory Corso, Neal Cassady, Gary Snyder, Norman Mailer, Lawrence Ferlinghetti fino a Jack Hirschman che insegnò letteratura proprio a Morrison alla Ucla.

Dalla musica dei Doors alla poesia il passo fu inevitabile perchè nella figura di Morrison e nella poetica dei Doors si poteva scorgere anche la poesia di Rimbaud e di Baudelaire, ovviamente accompagnati da Verlaine, sfociando poi su alcuni testi di Apolinnaire. Fu così che la prospettiva divenne Parigi. Nel frattempo si accumularono sulla catasta i miei vent’anni e il film di Oliver Stone uscito giusto nel ’91 che vidi in religiosissima solitudine voluta al cinema Tiffany di Macerata. Mi innamorai di Meg Ryan, pensavo che Val Kilmer fosse bravino ma soprattutto che Kyle MacLachlan nella parte di Ray Manzarek era perfetto. Guardando il film mi esaltai per i Carmina Burana e compresi il valore delle streghe sia vere che finte. Piansi sull’adagio di Albinoni e iniziai a trovare attraenti i cimiteri, soprattutto Santa Croce a Firenze e il Pére Lachaise, mettendo quest’ultimo sulla lista come inevitabile prossima tappa.

La tappa si fece vita nel 1996 quando, come tutti, feci visita alla tomba di Morrison nel cimitero parigino con l’accortezza di donare tempo anche a tutti gli altri morti che mi avevano segnato, sepolti in quel fazzoletto di terra francese, da Chopin a Oscar Wilde, da Bizet e Balzac, fino a ripararmi dal temporale di fine agosto sotto la tomba di Rossini. Come al solito intorno alla tomba di Morrison c’era un sacco di gente e qualche deficiente si faceva canne e tracannava vino rosso versandone un po’ sopra la lapide di granito. E allora compresi persino le motivazioni di una rock star che cerca di smettere di essere rock star perchè mai avrebbe voluto che qualcuno andasse a bere sopra la sua tomba versandogli del vino addosso.

Il primo album dei Doors che ascoltai, quello dove c’è la mia canzone preferita (“Queen of the highway”) è stato “Morrison Hotel” e la sua copertina è per me un capolavoro assai vicino ai quadri di Hopper. La cover ritrae il gruppo dietro la vetrata dell’omonimo Morrison Hotel a Los Angeles ma esiste a New York, nei pressi dell’altrettanto noto Chelsea Hotel, uno studio fotografico che ne riproduce in toto la vetrina. Così nel 2003, quando feci un salto nella grande mela, fu inevitabile andarlo a cercare e sostarci per qualche istante davanti, sorridendo amaro. Poi passai un’ora nei divani della hall del Chelsea Hotel pensando a quelle volte che immaginavo Morrison non morto (proprio come raccontato nel controverso libro “Vivo” del francese Jacques Rochard) e in giro per l’Europa a godersela, magari bevendo una birra a Madrid confuso tra i tavolini di Plaza Mayor.

Tornando in Italia mi venne in mente di poter almeno per un istante incrociare lo sguardo con chi aveva conosciuto Morrison e Manzarek alla Ucla e così invitai a Macerata per il Licenze Poetiche Festival del 2008 proprio Jack Hirschman, grandissimo poeta e come scritto sopra professore di letteratura di Ray e Jim ai tempi dell’università. Nel viaggio in macchina da Fabriano a Macerata con Sara, Jack e la di lui moglie, la poetessa svedese Agneta Falk, parlammo di poesia, di Pasolini, di Urbino e delle colline marchigiane. Soltanto il giorno dopo a cena scambiammo qualche battuta sui Doors; Hirschman non amava ricordare quel periodo, parlava di Morrison giusto come uno studente e virò sulla sua conoscenza casuale, per lui più emozionante, con Fred Astaire.

Alla fine di tutto, oggi nel 2014, ogni tanto penso che Ray Manzarek se n’è andato senza tanti clamori, che John Desmore è ben nascosto, che Jim Morrison è sicuramente morto e che ho Robby Krieger tra gli amici di facebook. Ogni tanto in macchina ascolto ancora “Love street” immaginando i capelli rossi di Pamela Curson seguiti sulla spiaggia di Venice da un ragazzino che scriveva poesie.

Annunci