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di Lucia Cattani

Le nostre gioie, i nostri dolori, tutto è vuota illusione. (Irrlicht)

Nel cuore dell’inverno nasce un sussurro doloroso e sublime. Il Lauro Rossi di Macerata infatti continua la sua stagione di Appassionata il 26 febbraio, con una delle più famose e affascinanti composizioni di Schubert, la Winterreise, o Viaggio d’inverno, un ciclo di 24 lieder costruiti su altrettanti testi poetici di Wilhelm Muller, poeta semisconosciuto ma di grande empatia con il compositore.Franz Schubert compose l’opera un anno prima della morte e può essere considerata il suo testamento artistico nonché uno dei suoi più grandi capolavori: secondo lo spirito della seconda generazione romantica viene rappresentata la metafora del viandante e del vagabondare, un viaggio d’inverno privo di qualsiasi consolazione o speranza e dalle tinte poco nitide, sempre oscillanti tra realtà e pensiero, eros e tanathos, vita e non vita. Non si tratta d’altro, naturalmente, che dei travagli interiori dello stesso Schubert materializzati in un viaggio sospeso nel silenzio della neve e nella solitudine di chi ama e non viene corrisposto, ma anche di chi non riesce più a vedere luce davanti a sé. Il lamento è costante e straziante: l’universo è ostile, la natura leopardianamente matrigna, tutto ciò che il futuro può riservare è l’inganno di foglie primaverili dipinte sul vetro, l’unica compagnia è quella di un uccello seguace -non aspetta che di cibarsi di cadaveri.

Esecutori di questo ciclo schubertiano sono il tenore Marcello Nardis, che spicca tra gli interpreti italiani di riferimento per il repertorio liederistico, e il pianista di fama internazionale Enrico Maria Polimanti: insieme riescono ad offrirci un’esecuzione impeccabile dal punto di vista tecnico e molto espressiva, quasi si fosse trattato di un’opera teatrale, un teatro musicale in cui pianoforte e voce colloquiano, rivestendo ruoli di pari importanza. Il pianoforte è infatti tutt’altro che mero accompagnamento: sottolinea continuamente il sentimento poetico, esalta la potenza e la drammaticità della voce ed è impossibile non pensare al film di Michael Haneke, La Pianista, in cui quelle note risuonano in maniera quasi 0ssessiva, sono al centro di una psicosi borghese ed è comprensibile il motivo. Ad accomunare le due diversissime espressioni artistiche è l’ombra, la prigionia costruita dal mondo, una cieca desolazione che non ammette vie di fuga, dove tutto è gelido e invernale, doloroso. Certo,  nella Winterreise i sentimenti sono alla base di tutto, come avviene nella tradizione Romantica, mentre nel film di Haneke non compaiono affatto, venendo degradati a lampi di autodistruzione nel mezzo della repressione totale dell’individuo. Schubert ci presenta un animo che si tormenta, invece: è allo stesso modo in cerca dell’autodistruzione ma non quella effimera dell’autolesionismo. Si tratta di una pulsione continua verso la morte: il viaggiatore è stanco, non riesce più a sopportare il peso del dolore e all’insensibile inverno volge continuamente il grido, l’invocazione della fine, della cessazione di quelle indicibili sofferenze.

I maestri Nardis e Polimanti sembrano immersi in questo metaforico errare: il piano crea effetti onomatopeici, continuamente richiama i vari elementi raccontati ed esplicitati dalla voce, come la tempesta violenta, il verso dei corvi, l’ululato del vento, l’acqua che scorre, gli uccelli che cantano, in un progressivo allontanarsi dalla natura per proiettarsi nella prospettiva di quella morte che pian piano si palesa, spogliandosi dalle maschere iniziali. Marcello Nardis sembra perfettamente credibile nelle sue vesti di tenore Romantico e interpreta ogni Lied con una delicatezza naturale, sincera, priva di forzature: la sua voce di tenore riesce a tingersi delle più diverse e sottili tonalità di ansia, dolore, solitudine e attesa amara, oscillando tra impalpabili pianissimi e passaggi più violenti, i suoi movimenti sono teatrali e coinvolgenti, la dizione sempre chiara e soprattutto le sfumature melodiche rendono il dialogo con il pianoforte un  perfetto gioco di specchi.

Grazie alla bravura dei musicisti l’incanto invernale della più nascosta e inconfessabile interiorità schubertiana diventa materica e sublime, determinata da un rapporto morboso con la natura e gli elementi di cui è composta, con un aggrapparsi disperato ai luoghi del ricordo, alla memoria dell’amore perduto. L’eroe Romantico vaga in una solitudine che sembra infrangersi nell’ultimo Lied, in cui appare una figura misteriosa e malinconica: un vecchio che suona la ghironda fuori dal villaggio, anch’esso emarginato, escluso dalla vita, mendicante senza ambizioni, senza più desideri da realizzare. È nella musica che per entrambi i personaggi della Winterreise sembrano trovare una soluzione al dolore: il protagonista si ritrova a rivolgere al suonatore sconsolate domande che restano senza risposta : « Vecchio misterioso, e se venissi con te? Accompagneresti i miei canti col tuo organetto? ». D’altra parte, chi si cela davvero dietro le vesti del vecchio suonatore? A noi non resta che accettare la sospensione di tutto. La musica finisce, ma che sarà del viaggiatore?

Il viaggio resta senza una conclusione, scivolando in un’indeterminatezza peggiore di qualsiasi epilogo: non è l’uomo ad essere quindi al centro della natura, viene inghiottito dall’inverno senza lasciare traccia quando la musica finisce, quando il mondo gelido si allontana con la sua purezza che cela la nebbia, l’inquietudine e il dolore.

(Immagine: Caspar David Friedrich, Cloyster Cemetery in the Snow)

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