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pifferaio

di Camilla Domenella

La saggezza popolare, si sa, offre spesso le parole migliori per raccontare qualcosa. Il detto “se la suona e se la canta” sembra tagliato apposta per descrivere gli “Intellettuali del piffero”, titolo del nuovo libro del giornalista e scrittore Luca Mastrantonio.
L’associazione culturale “ConTesto” di Macerata, in collaborazione con Macerata Racconta, ha infatti organizzato, lo scorso venerdì, presso la Civica Enoteca Maceratese, un incontro con Luca Mastrantonio, autore ed editorialista dell’inserto “Letture” del Corriere della Sera, intervenuto per presentare appunto la sua ultima opera.
Mastrantonio, introdotto da Manuel Orazi, ha spiegato la genesi, a tratti travagliata, di “Intellettuali del piffero”.
Il saggio di Mastrantonio si scaglia contro gli intellettuali di professione, contro i millantatori di una intellighenzia perduta, trombonisti delle parole che hanno perso il proprio posto in orchestra e ora vanno a cercarlo sotto il riflettore. Mastrantonio, tra il serio e il faceto, sembra proporre un grande catalogo in cui figurino i mille e più tipi dell’intellettuale contemporaneo. A metà tra un pamphlet satirico e, per così dire, un dépliant espositivo, “Intellettuali del piffero” passa in rassegna tutti i personaggi che dominano o che hanno dominato, mediaticamente, la presunta cultura italiana. Emergono così le incarnazioni del Cattolibertinaggio di Luca Doninelli e Susanna Tamaro, il Ninfomoralismo di Lidia Ravera e Melissa Panarello; si definiscono quindi le categorie dei Celoduristi, di esclusiva estrazione leghista, e dei Vaffanculotti, figure non proprio mitologiche di stampo grillino; e ancora, “tra demagogia e magia buona” fluttuano i tanto amati Baricco, Travaglio, Pansa, Pasolini, che si dividono la scena coi “dietrologi” alla Vattimo, Giulietto Chiesa, Erri De Luca. Tutti questi intellettuali sono come il pifferaio di Hamelin: ammaliatori, incantatori, “intrattenimentisti”. Quella che Mastrantonio sembra voler denunciare è una specie di corruzione, di prostituzione quasi, che, guarda caso negli ultimi vent’anni, ha inquinato l’ambiente culturale italiano. Ormai l’intellettuale fa tutt’uno col personaggio, lo interpreta, si interpreta, padroneggiando se stesso in vista del proprio tornaconto personale. Così il radicale si mescola al moderato, il cattolico all’ateo, la femminista alla moralista, l’anticonformista al demagogo. È un potpourrì variegato, ricco, ridotto però ad un economico Arbre Magic sul cruscotto.

Mastrantonio prende in prestito l’epigrafe di Kurt Vonnegut – “noi siamo ciò che facciamo finta di essere” – per proporre la propria definizione di intellettuale: “l’intellettuale è quello che finge di essere, cioè ciò che ha scelto di essere e di apparire”. Come a dire che, tra finzione e realtà, c’è solo la scelta di farle coincidere. In questo senso quindi Mastrantonio non vuole porsi come l’outsider detentore della verità, o come il giustiziere mascherato pronto a biasimare. Questo, diciamo, non è il suo intento; forse, è il suo modo. L’autore, nell’offrire i suoi giudizi tranchant, tenta di cautelarsi con la citazione iniziale di Elio Vittorini: “noi siamo contro gli errori, non contro le persone”. Vien da esclamare “vorrei ben vedere!”.
Mastrantonio, comunque, scrive questo libro da intellettuale. Non del piffero, per carità. Ma anche lui rientra nella categoria. Un intellettuale che scrive, citandoli per nome e cognome, di altri intellettuali. C’è qualcosa che stride, un ineludibile diallelo pratico, che qualcuno, come Il Fatto Quotidiano (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/22/intellettuali-del-piffero-libro-sugli-showmen-del-pensiero-ad-ogni-costo/752244/), non ha mancato di far notare. Per noi però, queste, sono piccole ed insignificanti polemiche.

Alla conferenza di Macerata Racconta, l’editorialista di Lettura espone il filo conduttore che ha motivato il suo saggio. Mastrantonio apre “Intellettuali del piffero” con una dedica al padre. Racconta quindi il loro rapporto, semplicemente caratterizzato da lontananza fisica e di conseguenza affettiva. Questa figura lontana, Mastrantonio l’ha immaginata come un intellettuale, un saggio, un uomo da cui attingere, da cui imparare. Poi, come se subentrasse una delusione a scalzare un tale mito, Mastrantonio conclude il suo libro con una citazione sul parricidio. “Il parricidio”, prosegue, “è concetto del ’68 ma anche della cultura di oggi”. Il libro, che per l’autore stesso sancisce l’“uccisione” del mito dell’intellettuale, o almeno il suo ridimensionamento, diviene quindi il traghettatore della discussione, che si sposta sul tema generazionale.
Il ’68 ha rappresentato, dal punto di vista educativo-culturale, un innegabile punto di svolta. I giovani del ’68 hanno rifiutato e condannato tutto quell’apparato categoriale che li costringeva entro limiti che loro giudicavano anacronistici, tramontati, inattuali e assolutamente lontani dallo scenario mondiale sul quale le nazioni stesse andavano muovendosi. Quella generazione, quella generazione nata tra gli anni ’50 e gli anni ’60, ha fatto emergere le dissonanze di un sistema sociale che, è vero, non poteva più funzionare. Ne ha quindi abbattuto gli idoli, ne ha scardinato i portoni dorati, ne ha demolito le mura, picconandole con idee. L’errore è stato considerare queste idee come sempre attuabili, come seguite da azioni eternamente coerenti ed eternamente valide. Idee che guardavano al futuro, meta alla quale solo una forza giovanile può permettersi di guardare, ma che in realtà restavano così radicate al passato da non riuscire neppure ad ottenere una visione d’insieme del presente. I grandi ideali della libertà e dell’egualitarismo, gli slanci utopistici, la condanna di quel regime “classista” che vigeva nelle Università, a cosa portò? Portò al 18 politico, e ad un enorme vuoto. La generazione del ’68 aveva abbattuto gli idoli, per salire al loro posto sullo stesso piedistallo. Gli intellettuali di oggi, gli intellettuali del piffero appunto, sono proprio gli stessi che si formarono in quel periodo, la cui mentalità è plasmata da quelle idee irrealizzate, il cui 18, forse, è politico.
Mastrantonio non sbaglia, quindi, quando afferma che il parricidio è concetto del ’68. Fa però un errore ermeneutico quando lo estende al mondo di oggi. I giovani del 2000, degli anni ’00, non vogliono spodestare i propri padri intellettuali: non inneggiano a cambiamenti radicali, non reclamano in piazza il proprio posto nel mondo culturale. Il fatto è che, in primis, è cambiato il mondo. Oggi viviamo in un villaggio globale, immersi in un cosmopolitismo dinamico, in un oceano di comunicazioni fluide in cui “il mezzo è il messaggio” (di ciò s’accorse il sociologo Marshall McLuhan proprio negli anni ’60-’70. Profetico? No, realista). L’orizzonte entro il quale si muovono i giovani d’oggi si estende fino a (s)coprire l’intera superficie mondiale. Non ci interessa più emulare nostro padre, nostro nonno, o il nostro professore: sarebbe riduttivo. Non abbiamo bisogno di spodestare nessuno: perché non c’è un podio. Forse non abbiamo idoli, o forse ne conosciamo troppi. Questo lo vedremo.
La neo-attenzione ai giovani, a guardare bene, è caratteristica dalla generazione del ’68. Sono proprio coloro che attualmente hanno tra i cinquanta e i sessant’anni a infilare la questione giovanile in tutto. Non che questo sia sbagliato, è solo, anche questo, anacronistico. Parlare di giovani, non significa lasciar loro spazio di manovra per agire. I giovani creano allora nuovi spazi, alternativi, diversi, paralleli. Mentre i loro genitori discutono ancora di futuro, i figli, in sordina, lo costruiscono.
La generazione ’68 sembra oggi affetta da nostalgia e da sensi di colpa, entrambi autocausati. Da ciò, mi sembra, siano nati gli intellettuali. Intellettuali del piffero appunto, che, da soli, se la suonano e se la cantano.

(Foto da: liquida.it)

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