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di Maria Silvia Marozzi

Il centro città di Macerata è ormai da qualche tempo preda di una varicella: le attività commerciali spuntano inaspettate e capitolano in breve tempo senza lasciar cicatrici del loro passaggio.
E le vetrine a bordo strada ricordano sempre più qualcosa di contrastante in sé stesso, come delle strisce pedonali: ora piene, ora grezze senza riempimento in un’alternanza vertiginosa.
Osservare il male che affligge il centro è guardare nello specchio del nostro tempo assai critico, e un certo gruppetto di artisti ha deciso di girare il prospetto: se ci sono locali rimasti vuoti, loro li riempiono di installazioni; se la coppia della domenica a braccetto sospira davanti alla ormai ex “Casa del Parrucchiere”, lamentando la crisi manco fosse un dolore intercostale, ci torni adesso.
Le ragazze della “Punto. Temporary Gallery” sono lì dall’inizio di questo mese e vi hanno allestito già tre mostre! Mostre che, è bene sottolinearlo, sono in tutto indipendenti: non vi sono curatori, non si rientra in una qualche associazione-appoggio. Unico apporto esterno, il patrocinio del Comune, per procedere con le affissioni pubbliche. L’arte si fa e l’arte si espone, per quanto li riguarda.
Dalle parole di Cecilia Ferraro, organizzatrice di centrale importanza nel progetto e curatrice dello stesso assieme a Veronica Vitali, emerge il senso, finalmente entusiasta, di una cosa così stimolante come la Responsabilità: “La figura dell’artista è necessaria e, sopra tutte le altre, riesce a cogliere il presente, in quanto questo è il suo lavoro: osservare la realtà per rappresentarla.” E più questo lavoro di rappresentazione del reale è efficace, più sussiste l’elemento di stimolo to cross our present, come il titolo della mostra ci suggerisce.
La Punto. Temporary Gallery usufruisce dello spazio vuoto sito in via Tommaso Lauri grazie al beneplàcito del proprietario, che ha concesso la stanza fino a data da destinarsi, ovvero fin quando qualche locatore non venga avanti a richiedere il locale.
Dopo le mostre “Occupazione di spazio” e “Horror Vacui”, si inaugura con “Cross my present” il sotto evento “Due artisti a confronto”: Beniamino Strani e Giuliano Mammoli espongono a braccetto la loro comune idea di denuncia sociale. Da brividi i trecento sassolini sospesi da fili rossi, “Three hundred missing” (Strani) sono le riconosciute vittime della ‘Ndrangheta. E non se ne coglie appieno il senso se si ignora la lontana tradizione calabra, secondo cui chi va a far visita ad un amico e non lo trova, lascia davanti alla porta un sassolino significativo di: “ci sono stato”. Ed è proprio questo il senso delle installazioni: far cogliere anche questa realtà, qualora essa fosse nascosta agli occhi di qualcuno. Turba l’animo pure “Obiettivi” di Mammoli, rappresentazione di obbiettivi meccanici a loro volta bersagli, per non dimenticare l’ operazione NATO “Allied Force”, che nel 1999 bombardò la Jugoslavia. In quel tempo, simbolo della protesta erano delle magliette con la scritta “target” e il disegno di un bersaglio, a significare: “avanti, sparate a un altro bersaglio senza nome”.
La serialità di tutta l’esposizione significa qualcosa che va ben aldilà di ciò che un profano potrebbe ritenere, magari meramente in virtù dello stile a volte oscuro dell’arte contemporanea. Nella terminologia psicanalitica, il termine “ripetizione” (ted. Wiederholungszwang) indica la tendenza incosciente (secondo S. Freud, biologica) a ripetere tipi di comportamento passati o peggio abbandonati, anche quando ciò va contro il principio del piacere che tale comportamento, o osservazione di esso, procura. Vero e proprio atto creativo nonché strumento fondamentale dell’apprendimento dunque; serialità come atto di imprimere per apprendere e proseguire con un senso negativo di certe espressioni di tragicità.
Più intimistiche le altre due opere esposte, cui appartiene il concetto di avulso dall’esterno, sia esso terreno che astratto. “Lullaby” (Strani), una trentina di piccoli cuscini di cera modellati giornalmente a due a due, come farebbe un ape, che costruisce un giaciglio che la protegga e separi dall’immenso Fuori e “Bozzoli” (Mammoli), grembi luminosi di nuove fragili esistenze, possibilità ancora inespresse e celate nel sottile involucro che ne preserva la purezza dal Mondo e dalla sua consorte Corruzione mascherata da Compromesso.
Degna di nota pure la collaborazione, all’interno del programma, con l’Associazione livornese “Carico Massimo. Contenitore di arte contemporanea”, che espone un video-documentario della durata di 31 minuti sul lavoro a dir poco mirabile dell’inglese Colin Darke: una Natura Morta, un’istallazione che dipende dai ritmi biologici di decomposizione di ben 566 mele, su cui è trascritta la lettera inviata da Antonio Gramsci a Leon Trotsky nel 1922, riguardante informazioni sul Movimento Futurista italiano. La lettera si va a collocare in un momento cruciale del XX secolo per il dibattito sul rapporto tra arte e politica, dibattito che secondo l’artista inglese rimane tuttora da risolvere o che forse è irrisolvibile.
Numerosi Origami costruiti come scatoline senza coperchi sono il benvenuto alla mostra e il segno di questa collaborazione con “Carico Massimo, Contenitore di arte contemporanea” visto che, riferisce ancora la Ferraro vogliono dire : “Benvenuti dentro l’arte, c’è posto per tutti.” (amabile il linguaggio che usa un artista alle volte!). E se osserverete con attenzione la vetrina tutta così inscatolata di bianco, ne noterete facilmente una verde: quelli sono gli artisti della nostra città che vi salutano, decentrati, anti-tendenza, verdi acido, concreti e precisi perché quella stanza è anche una messa alla prova e di fatti, per citare l’assessore alle politiche e ai beni culturali Stefania Monteverde, “hanno anche coperto le prese!”.
Foto di: Giada D’Addazio

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