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cane
di Arianna Guzzini

Jacopo Gassman ha presentato, lo scorso 19 febbraio, al pubblico maceratese del Lauro Rossi il suo spettacolo La pace perpetua, dal testo del drammaturgo contemporaneo Juan Mayorga. Un’ allegoria sul senso di legge, democrazia e moralità che vede come protagonisti tre cani antropomorfi, primordi istintuali del genere umano dotati di raziocinio. John-John (Davide Lorino) è il più giovane, mix di razze da laboratorio fra le più aggressive, ha tutta l’ingenuità della sua tenera età, ma anche poca scaltrezza, obbedisce entusiasta ad ogni ordine del suo padrone convinto che un giorno gli uomini ricompenseranno la fedeltà dei loro cani considerandoli al pari. Odin (Giampiero Judica) è un meticcio cinico che non reputa nessuno innocente, manipolatore e scaltro mercenario dal fiuto eccezionale. Immanuel Kan (Danilo Nigrelli) ,da cane da combattimenti a cane guida, è ora preso da mille elucubrazioni che oscillano fra Hobbes e Kant. Scelti per affrontare una difficile selezione per entrare nel corpo speciale anti-terrorismo del K7, vengono sottoposti a diverse prove prima dal vecchio labrador Cassius (Pippo Cangiano) e infine dall’uomo cui un giorno il prescelto dovrà ubbidire(Enzo Curcurù) . Proprio questo li metterà dinanzi il dilemma della scelta fra l’uso della violenza o del dialogo, in un ultima scena emblematica che interroga sulla chimera della pace perpetua kantiana. Posti i tre cani all’interno di una teca e una volta dichiarata la presenza di telecamere e spie, il pubblico si tramuta subitaneamente nella guardia di sicurezza che osserva meticolosamente le cavie all’interno della stanza dei monitor. Viene così dichiarata sin dal principio il ruolo attivo riservato al pubblico, secondo le direttive di Mayorga per le quali “il teatro accade nel pubblico”. Una parte attiva dello spettatore evidenziata e dilatata anzitutto dal testo drammaturgico in sé, che rinvia a continue domande, sempre e volutamente lasciate insolute. Ci si vede costretti ad un dialogo segreto, ma estremamente vivo e vivace, con i personaggi e le loro posizioni, accarezzandone una a discapito delle altre, o distanziandosi da ciascuna. Fondamento del testo sembra essere l’indeterminatezza che scaturisce dal linguaggio verbale: nel momento in cui si stabilisce l’impossibilità di pervenire ad un linguaggio comune, poiché ciascun soggetto tende ad assumere una personale interpretazione delle parole, ossia un vocabolario personale, nasce il senso di crisi. La diatriba filosofica che emerge va ad amplificare il cortocircuito semantico proprio per il suo incentrarsi sulla sfumatura di significato. Ciascun personaggio ha la sua differente concezione di legge e democrazia ed ogni spettatore viene indotto ad assumere la sua posizione, a colmare gli aspetti tralasciati o appena accennati facendo ricorso alla sua immaginazione, memoria ed esperienza.
Riemerge finalmente il senso di un teatro non tanto indirizzato verso il giudizio tagliente, ma inquisitorio e problematizzante, che pone l’accento sull’anomalia della lingua e quindi della società e delle morali diffuse che da essa scaturiscono. Si odora un ritorno all’antica Grecia e ai coreuti che fermavano lo spettacolo per dar parola al loro pubblico per poi riprendere nuovamente possesso della scena, o, facendo un abnorme volo pindarico nel tempo, al buon vecchio Brecth e al suo teatro civile. Si ha un confronto con la realtà contingente in cui lo spettatore non può tirarsi indietro, ma è caldamente invitato a parteciparvi. Si va a restituire al pubblico la sua dignità critica, fornendogli dubbi anziché risposte.
La regia di Gassman riesce a mantenere l’intento del drammaturgo per quanto riguarda il coinvolgimento dello spettatore, sebbene i movimenti non abbiano avuto una sintesi tale da far in modo che l’atto non fosse sovrastato dalla parola, che il testo fosse un mezzo per il teatro e non viceversa.

fotografia: Antonio Lillo