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di Sergio Labate e Andrea Ferroni

Il 16 febbraio scorso Macerata ha inaugurato una tradizione: un pubblico incontro in memoria del filosofo Giordano Bruno.
Da circa un anno e mezzo c’è una Scuola Popolare di Filosofia che, nata in seno all’Adam, coinvolge un gruppo di coraggiosi amanti del sapere: tutti i giovedì ci si raduna per studiare insieme la storia della filosofia e per discutere appassionatamente. Quest’anno, in programma c’era anche Giordano Bruno e si è pensato di rendergli omaggio con una lezione, da tenersi vicino alla lastra marmorea incastonata in una delle colonne del Municipio di Macerata. Sì, è così: nella stessa facciata in cui c’è il notissimo stemma (notissimo ai maceratesi, naturalmente) con la scritta “Civitas Mariae”, si trova anche un marmo dedicato al filosofo di Nola, bruciato come eretico a Roma, in Campo de’ Fiori, in un rogo acceso all’alba del 17 febbraio 1600.
Nessuno degli organizzatori ne vuole fare una bandiera dell’anticlericalismo: in questa tradizione annuale di omaggio, la figura di Giordano Bruno, cantore dell’infinito e di un Dio infinitamente diverso da quello del Cristianesimo, è soprattutto un invito al ragionamento e al libero pensiero, che oggi, forse, trova più ostacoli interni a noi stessi che esterni.
Cos’è dunque Giordano Bruno per noi? Un martire dei filosofi (o della verità)? Ma abbiamo ancora bisogno di martiri per sentirci speciali? Allora è un martire delle religioni? Forse vale più il contrario: un martire di ogni oscurantismo.
Giordano Bruno è più di questo. E la sua figura può essere un vero e proprio “programma politico” per ripensare alla radice il rapporto tra la città di adesso e la cultura. La vera questione è dunque questa: “come rendere onore oggi a Giordano Bruno, dentro una città?”.

1. Il potere.
Vale la pena di mettere in discussione il ruolo dell’intellettuale in tempi di conformismo. Giordano Bruno ha girovagato per mezza Europa senza pace, ha passato gli ultimi otto anni della sua vita imprigionato prima di finire al rogo. Ma tutti hanno le loro prigioni e anche gli intellettuali hanno le loro: si chiamano, ad esempio, “televisione” e “mercato dell’editoria”. Gli intellettuali, oggi, non sono diventati potenti: semplicemente accorrono sempre di più per essere amici dei potenti. Giordano Bruno parlava con tutti, senza essere amico di tutti. Parlava con i potenti, senza esserne amico. Ecco: da questo punto di vista, Giordano Bruno è il tentativo di non confondere la verità con il potere.

2. L’Università.
Qual è il ruolo dell’università nella città? Non può essere di solo profitto. In generale si può affermare, con Benjamin, che il capitalismo è la nuova religione del nostro tempo, una religione per certi versi oppressiva e intollerante. L’università, piegata al capitalismo e ossequiosa verso i suoi pontefici, è sempre meno libera, sempre più chiusa. Oggi omaggiamo Giordano Bruno in una pubblica piazza, ci incontriamo di persona, ci ascoltiamo, ci confrontiamo, ragioniamo insieme. Questo è un buon modo con cui l’università può incontrare davvero la città. Invece, solitamente, sembra quasi che l’unico medium sia diventato il “non luogo” del mercato, non più la piazza. Giordano Bruno ci ricorda che l’Università è un luogo in cui non si confonde il sapere con un saper-fare, il sapere con un prodotto da vendere.

3. Il vitalismo.
Per Giordano Bruno vitalismo significava una filosofia della vita, essere una cosa sola con la Natura. Siamo parte di un grande organismo e il filosofo sa che è impossibile distinguersi come individuo separato da quest’organismo. Facciamo parte di qualcosa di più grande e in questo c’è anche la grandezza infinita, addirittura divina, dell’uomo. Nella nostra epoca, invece, assistiamo a un ribaltamento della concezione bruniana: se per Bruno il cosmo comprendeva e realizzava appieno anche la prospettiva umana, oggi una visione dell’uomo decide della visione del cosmo. In particolare si è giunti al prevalere della tecnica sulla natura. E non c’è alcun vitalismo né alcun senso della natura in questo sviluppo insostenibile, in questa irrefrenabile dipendenza degli affetti. Emblematico il vitalismo contemporaneo: ci si sente vivi su Facebook, dove si pubblicano tanti frammenti di vita forse proprio per ritrovarvi un’unità perduta. Ma l’unità, ci dice il nostro filosofo, è con la natura, non con un illusorio surrogato. Bruno viene in soccorso della nostra consapevolezza: stiamo diventando tutt’uno con la tecnica, non con il cosmo.

4. La memoria.
Giordano Bruno insegnava in tutta Europa la mnemotecnica, era un esperto dell’arte della memoria. Non certo come mera ripetizione, ma come acquisizione del nuovo. La memoria era anche e soprattutto capacità di distinzione, comprensione di ciò che può o non può, deve o non deve essere assimilato, memoria come unificazione, come sintesi dell’eterogeneo. Memoria come capacità di pensare. Ecco, noi oggi non sappiamo più nemmeno dove stanno i nostri archivi. La memoria digitale ha scolorito la nostra memoria. Ci scordiamo tutto perché la memoria ci controlla, non la controlliamo più. Viviamo in un’epoca di enfasi sulla memoria, che, però, non serve a più pensare. Giordano Bruno ci ricorda che la memoria non è un processo di conservazione, ma un processo di distinzione, non serve a ricordare, ma a capire, a essere capaci di distinguere il giusto dall’ingiusto, l’equo dall’iniquo: non c’è memoria senza pensiero.

5. L’eresia.
Un ultimo spunto ce lo offre la condanna per eresia. L’eresia ha sempre avuto una relazione con il potere, che gli prestava, infatti, la massima attenzione. Ma, oggi, c’è anche un’eresia comoda, che, nonostante i buoni propositi, è al servizio del potere: è quell’anticonformismo fine a se stesso, quel vago senso di libertà che, alla fin fine, si riduce a pochi gesti individuali di ribellione, senza incidere sul potere e sul modo di gestirlo. E’ la ribellione, ad esempio, di alcuni artisti, le cui opere vengono poi esposte nelle Gallerie di Stato o ammirate dai politici e dai potenti di turno. Giordano Bruno ci ricorda che l’eresia vera sta sempre contro il potere. Gli eroici furori, che sono lo slancio morale verso una verità profonda, più naturale e, per ciò stesso, più umana, non servono a stare dalla parte del potere, ma servono, casomai, a criticarlo. L’esercizio dell’eroico furore bruniano significa ripristinare la ragione come quel segno umano che ci rende disinteressati a ciò che ci tiene sottomessi, in nome della verità della natura.

Una città che non si fa luogo di eroici furori seppellisce i propri eroi sotto le lapidi. Li dimentica, magari precisamente durante l’esercizio della propria memoria.

(in foto, l’inaugurazione della statua dedicata a Giordano Bruno di Ettore Ferrari, eretta in Campo de’ fiori nel 1889)