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MATTEI

di Valerio Marconi

Ovvero come infangare in pieno stile prima repubblica: aggiungere Cosa nostra ed agitare ben bene, attenti al botto!

Mi si perdoni il cinismo, ma non è che un adeguarsi alle comparsate di Eugenio Cefis e dei suoi amici mafiosi nel dramma di e con Giorgio Felicetti, andato in scena il giorno dopo San Valentino presso il teatro comunale di Morrovalle. Sempre fedele alla linea del teatro civile, qualunque cosa possa voler dire nella nostra serva Italia, il testo dello stesso Felicetti, in collaborazione con Francesco Niccolini, si snoda con ancora maggior coralità sia mimica che vocale (dunque, dialettale e interlinguistica) rispetto al precedente “Vita di Adriano”, la narrazione di una delle tante storie che accompagnano il cammino dell’Italia dal sorgere al tramontare della prima repubblica. L’espressività del testo è impreziosita dalla partecipazione di Valentina Bonafoni, brava cantante e ottima spalla. Il protagonista è nuovamente un marchigiano, ma di più ben altro carico del cecchettaro Adriano: “l’italiano più importante dopo Giulio Cesare”. E, di fatti, Enrico Mattei morirà per mano della mafia ma pur sempre per volontà, tutt’altro che volta al bene della repubblica, di senatori, come il grande condottiero. Ancora una volta il richiamo mitico è sistemico per un’epica, anzi per una tragedia, di taglio ancora più profondamente latino di “Vita di Adriano”: è in atto il teatro di Seneca, quello della tirannia, del potere, del sangue. L’incidente dell’ISNAP, il veivolo su cui si scoprirà presente una carica di esplosivo con innesco attivato dai meccanismi di atterraggio, è sia ad inizio che a fine spettacolo secondo una macabra ring composition. Non manca l’elenco dei frammenti dei corpi ritrovati nel cratere di fango e rottami d’aereo, e pure il loro destino: lavati ben bene i resti umani e arbitrariamente seppelliti in tre bare come tre erano le vittime (Mattei, pilota e giornalista del Times), stoccati in una caserma militare e poi fusi i rottami. Perfino gli alberi circostanti vengono fatti tagliare e la dichiarazione di un contadino che vide l’esplosione privata metodicamente dell’audio nel segmento più compromettente. È solo grazie a Falcone che Buscetta ammette le responsabilità mafiose del delitto e fa i nomi degli esecutori mafiosi, ma non dei mandanti perché nessuna garanzia può farlo sentire al sicuro dato che essi sono parte attiva dello Stato. Il ricordo della morte degli incauti indagatori si accompagna a quello di Pier Paolo Pasolini, che sa, ma non ha prove e muore ammazzato come un cane perché non parli. Sparisce come la traccia audio del testimone dell’esplosione il capitolo manoscritto del romanzo “Petrolio” che trattava di Cefis. Si scopre chi era il capo della P2: Eugenio Cefis. In scena, dopo il ritiro di Cefis dalla vita pubblica compare un Cuccia deluso che si aspettava almeno un colpo di stato da quest’ultimo. Si sente odore del brechtiano “La resistibile ascesa di Arturo Ui”, eppure la resistibilità che almeno è nel titolo sembra mancare totalmente a questa vicenda italiana. A completare il quadro dei bruti compare un Andreotti intento ad insabbiare la verità: l’ultimo atto giudiziario della vicenda (ossia la chiusura del caso per mancanza di prove sufficienti) prospetta il destino della morte di Mattei non più materia legale ma sollazzo per storiografi … o ingiustizia da denunciare per la letteratura: per Pasolini che sa o per Felicetti che mostra ma non prova (ma certamente convince) e non stana del tutto ma mette sulle tracce. Tragico e sublime –per chi ha letto il mio articolo su “Vita di Adriano” sarà evidente che mi ripeto, ma questi son termini tecnici e designano la sostanza delle cose- è che sia l’arte a doversi accollare l’onere e l’onore della giustizia e che essa sola possa far confessare i colpevoli: l’Andreotti che rivendica la necessità delle vittime per il bene superiore e che solo Dio può creare mentre ai cristiani tocca distruggere per preservarlo questo bene (sic!) nel film “Il Divo” o il più silente ma compiaciuto e a suo modo viscido Cefis che brinda alla fine dello spettacolo di Felicetti.
Ma ora che la mia parte di Marcantonio è finita, ora che i nomi dei bruti nel bene o nel male (soprattutto nel male) sono stati fatti, è tempo di chiederci: chi era Mattei? Era, forse, un Cesare? Sì, di certo quello shakespeariano. Sordi entrambi alle avvisaglie del destino di morte, coraggiosi… eppure tiranni: Mattei appare costruirsi un impero sospeso tra il pubblico e il privato, raccomanda, corrompe, prevarica, sfida e invade (non uccide, certo, se non forse dei barbari venuti dal nord o dei fratelli schierati dall’altra parte, per quanto fosse sbagliata). Ma ciò che sorprende non è nei delitti né nel potere, ma nella morte: egli non aveva accumulato nulla per sé, pensando a suo modo agli altri. Simile al Cesare che fa suo erede il popolo, questo tiranno sanguinario ma fedele al suo popolo, il Mattei che tratta come fratelli i siciliani perché accomunati dalla stessa miseria che infesta le rispettive terre natie. Ironia della sorte, altri direbbero della Storia (che è lo stesso), Mattei non ebbe nessun Augusto al suo seguito e, ironia se non crudeltà del destino tragico, la morte del novello Cesare seguì di poco il risollevarsi dell’Italia dal più basso e imbarazzante scimmiottamento dell’impero che donò la civiltà all’Occidente, quello scimmiottamento che si ridusse a caricatura di un impero e a seviziatore della civiltà -nonché di ogni cosa che sia bella e decorosa.
Dulce et decorum est pro patria mori

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