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di Ilaria Piampiani

“Quel giorno del ’45, la “piccola” storia, quella della mia famiglia, e la “grande” storia, il II conflitto mondiale e la Guerra di Liberazione, si incontrarono nella cucina di mia nonna, che attonita esclamò: “Séte Polacchi? E come ce séte ‘rrivati fin’a qua?” -Andrea Caimmi-

Era il 1944 quando la mia casa a Civitanova Marche ha ospitato diversi soldati polacchi.
Alti, biondo cenere, viso aperto e occhi puliti, grandi e limpidi, pieni di immagini, suggestioni, ricordi, incubi. Un viaggio troppo lungo li ha portati qui nelle Marche, una guerra furiosa ha trafitto il loro popolo costringendolo alla fuga e ad abbracciare armi estranee alla propria aspettativa di vita.
Sono mia nonna e sua sorella, mia zia, a raccontarmi, davanti una tazzà di tè, gli occhi e l’italiano più o meno stentato di quei gentili giovani uomini venuti ad alloggiare proprio tra queste mura, ormai una settantina di anni fa. Mi narrano di Joseph, un ufficiale, l’unico che sapeva parlare molto bene la lingua e di cui si rimembrino con esattezza il nome; degli altri rimane il vivido e tenero ricordo di un forte amore tra due giovani, un soldato e una donna minuta che rischiò di morire alla vigilia di Capodanno; restano i meravigliosi quanto preziosi dipinti, ancora oggi conservati in piccolo quaderno di pelle, di un abile artista in uniforme.
Posso solo immaginare vagamente l’aspetto e la voce dei polacchi ma ciò che è “visibile” e tangibile attraverso le parole delle due sorelle civitanovesi, è la riconoscenza nei confronti di questi sconosciuti venuti da lontano per salvare e liberare un popolo non loro. Questa riconoscenza rimane come sospirata dopo tanti anni in questa casa, albergo provvisorio di corpi stranieri e di anime stanche, dall’umanità viva, condivisa e imperitura nel ricordo della nostra famiglia.

Non può, dunque, risultare inevitabile l’estrema empatia che l’intenso racconto-monologo di Andrea Caimmi in “Korpus Polski”, opera vincitrice del Premio Franco Enriquez 2013 per un teatro di impegno civile e sociale, suscita in me, centrando perfettamente il suo obiettivo: risvegliare la memoria, condividere un ricordo, riportarne in vita l’essenza senza comunque indossare la veste dell’asettica lezione di storia.
Solo attore sul palco del Teatro Cecchetti di Civitanova Marche, in compagnia di quanche oggetto di scena, una sedia, un berretto e una coperta di lana, alterna l’accavallarsi delle sue parole alla suggestiva musica composta ed eseguita dal vivo da Adriano Taborro e Andrea Del Signore. Caimmi, illuminato da una luce soffusa e calda, narra la propria storia familiare intrecciata a quella di due soldati polacchi che, tra cioccolata, patate e carne lessa, si fanno volto e voce del II Corpo d’Armata polacco, un esercito di ben 46.000 uomini la cui percentuale di ufficiali risulta insolitamente bassa, agli ordini del generale Anders.
L’interpretazione è talmente intensa da portare l’immaginazione dello spettatore a sfiorare la visione reale di quest’esercito“improvvisato”, composto da uomini sfiniti e sballottati dal gelo della Siberia al durissimo addestramento nel deserto mediorientale, attraverso terribili viaggi in treno, interminabili per il disagio e la destabilizzante inconsapevolezza dei giorni avvenire.

Viaggiamo insieme a loro attraverso paesi lontani e realtà che sembrano essere lontanissime quando nemmeno un secolo è trascorso da tanta atrocità e sofferenza! Nemmeno un secolo è passato dall’eccidio di Katyn, un massacro, questa volta per mano sovietica, di più di 22.000 prigionieri polacchi, un’intera generazione di ufficiali freddati brutalmente nella primavera del 1940 e seppelliti poi in fosse comuni. Tutto è stato insabbiato, tutto è passato indegnamente sotto silenzio fino a quando, con il crollo del regime russo e l’apertura degli archivi, si è potuto dare il valore della memoria a un omicidio di massa non meno importante degli altri. Purtroppo ancora oggi Katyn non dice nulla a molti di noi, purtroppo quelle vite vengono calpestate ancora e ancora dal mancato ricordo e dall’ignoranza ma c’è chi, come Caimmi appunto, ci tiene a parlare al pubblico anche di quest’ennesimo orrore umano, del troppo sangue versato anni fa in una foresta lontana.

Lo sgomento, la paura e la fragilità, ma anche il coraggio e il tenace spirito di sacrificio, caratterizzano questi due soldati polacchi per i quali iniziamo davvero a provare una sincera simpatia, un caldo affetto, così come per la vivace e colorata famiglia anconetana che, al termine della guerra, sprizzante di felicità, si è ritrovata sorprendentamente a condividere le proprie mura con questi due robusti ragazzi dai capelli biondi.

Il viaggio continua e la destinazione è proprio l’Italia. Il 17 Aprile la II Armata era diretta verso Cassino dove sarebbe iniziata un’estenuante offensiva alla fondamentale roccaforte in mano tedesca. Anders, sull’orlo della disperazione, inviava a combattere anche cuochi e autisti, fino a quando la mattina del 18 maggio giunse la grande notizia: i tedeschi si erano ritirati!
Erano le 10.20 quando la bandiera polacca cominciò a sventolare sulle rovine del martoriato monastero, simbolo di una liberazione giunta quando la speranza inominciava ad assumere le vesti dell’utopia.
Nel ricordo di Caimmi c’è il calvario di questi uomini mandati al macello, la paura dei feriti sul campo di battaglia, la preoccupazione di soldati divenuti amici e famiglia allo stesso tempo. C’è la gioia per avercela fatta, l’idea che il sacrificio, per quanto enorme sia stato, non sia poi risultato vano. C’è la “voce di chi diede la vita avendo in cambio una croce”, stringendo tra le labbra parole strozzate, così come canta con dolente malinconia De Andrè.

A fine spettacolo rimane comunque la sensazione di un calore di cui non riusciamo a comprendere l’origine: forse esso si genera dalla magistrale fusione di veracità marchigiana con gli accenti di inevitabile tristezza, fotografata e rappresentata a teatro con coraggio e successo. Rimane un sorriso sul volto dello spettatore ripensando all’arzilla nonna che gioca a calcio, allo zio abbracciato al suo boccione di vino, alla bimba felicissima nel riabbracciare la bambola abbandonata a se stessa. Rimane un lungo e meritato applauso e la commozione dell’interprete che va ringraziato per il coraggio con cui si dona e si spende, senza riserva alcuna, per la Memoria. Rimane l’orgoglio di quei soldati e l’ammirazione per un’umiltà che da sempre li contraddistingue; resta la riconoscenza delle nuove generazioni per chi è morto per dare la libertà a un altro popolo.

A Montecassino rimane un cimitero composto da 1.200 croci. In cima si erge un obelisco sul quale si leggono queste parole:
“Per la nostra e la vostra libertà noi polacchi demmo l’anima a Dio, i corpi alla terra d’Italia, alla Polonia i cuori.”

Mi piace pensare che in quella brulicante folla di croci soffi un vento caldo, che la Primavera omaggi quelle tante vite perse con la veglia di “mille papaveri rossi” e con il suono di canterine e bionde spighe di grano baciate dal sole.

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