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di Camilla Domenella

Di molte persone si dice che siano “senz’arte né parte”, intendendo così quel non saper far nulla, quell’ebetismo inconcludente di chi non sa, di chi non vuole, di chi proprio non ce la fa ad imparare qualcosa.
Fa sorridere la notizia di tre giorni fa, di un John Elkann, presidente della Fiat, che con tanto sconcertante candore dichiara: “Molti giovani non colgono le tante possibilità di lavoro che ci sono, o perché stanno bene a casa o perché non hanno ambizione ”. Come a dire, appunto: questi giovani non hanno né arte né parte. Fa sorridere il fatto che ad affermare ciò, sia proprio il nipote dell’arcinoto Gianni Agnelli, quel John Philip Jacob Elkann che a soli ventun’anni, per volere del nonno, faceva già il suo ingresso nel Consiglio di Fiat e dell’Accomandita Giovanni Agnelli e C. Insomma, ad Elkann, piombarono, con gran colpo di fortuna, sia l’arte che la parte.
Per questo avrei invitato il caro John agli Opens Days dell’Accademia di Belle Arti di Macerata, dove le cose si insegnano, si imparano, l’economia non conta, i giovani stanno bene, hanno ambizioni. E l’Arte dimostra di fare la sua parte.

Il 13, 14 e 15 febbraio, da giovedì a sabato, l’Accademia di Belle Arti ha tenuto aperte le sue porte per offrire agli studenti delle scuole superiori (e non solo), una panoramica sulle attività dell’accademia stessa. La splendida aula Svoboda, ex chiesa del monastero di San Vincenzo, ha ospitato la presentazione generale dei corsi e dell’offerta formativa. Da lì, i visitatori si sono mossi, ordinati in un serpente che andava snodandosi e annodandosi lungo i corridoi, salendo e scendendo le scale, osservando con curiosità l’arredamento e le suppellettili dell’interno. Ad ogni angolo, spuntavano fotografie, quadri, riproduzioni; ad ogni pianerottolo, vi era, a far da guardia, una scultura di stampo classico o un colosso colorato e ironico degli scenografi.
Da qui, si entrava nelle aule, tutte dedicate a qualche grande artista, nelle quali professori e studenti esponevano il proprio lavoro, spiegavano i contenuti della propria attività e rispondevano anche alle domande meravigliate degli alunni ospiti.
L’aula di fotografia è diventata un set permanente, con le sue luci, i suoi riflettori, i pannelli, gli sfondi; l’aula di pittura accoglieva con calore gli sguardi dei visitatori timidi e stupiti; nell’aula di scultura, l’incredibile Franko B. lasciava i giovani alunni a bocca aperta. Tra croci e piercing, la superficie del corpo di Franko è quasi completamente occupata dai simboli tatuati e da quel metallo infilato nei buchi della carne. La sua appariscenza non impediva però di ascoltare le sue parole, semplici e chiare, circa l’organizzazione del suo corso.
L’ambiente dell’Accademia è fatto così: fonde una palese ispirazione creativa alla serietà dell’insegnamento tecnico.

In occasione degli Open Days, l’Accademia ha inoltre ospitato due serate d’eccezione. Giovedì 13, è infatti andato in scena l’ “Ubu Roi”. La commedia più famosa di Alfred Jarry ha preso vita all’interno dell’aula Svoboda, grazie al progetto di Pierfrancesco Giannangeli, docente di Storia dello Spettacolo, e della direttrice dell’Accademia Paola Taddei, che hanno collaborato con la Compagnia della Rancia per realizzare questo spettacolo.
Il testo è un adattamento di Saverio Marconi, che ha tradotto l’opera di Jarry rimaneggiandola fino a sottolinearne il senso di assurdo e di grottesco che attraversa l’intera commedia. Oggetti inanimati, apparenti rifiuti, oscuramente manovrati, prendono vita e danno mostruosa forma ai sentimenti mostruosi dell’umano. Padre Ubu, istigato da Madre Ubu, organizza una congiura per spodestare re Venceslao e prenderne il posto. Ubu uccide re Venceslao; annienta poi la nobiltà e tutti i sostenitori del vecchio monarca. Solo, al golpe sopravvive il figlio di Venceslao, Bugrelao, che riuscirà a cacciare Ubu e a riprendere il trono. Ambizione, potere, crudeltà, si mescolano in un sommario visivo paradossale, a tratti ridicolo. Cucchiai, caffettiere, ringhiere del letto, sono i personaggi e i paesaggi di questa opera patafisica, perché, come affermava lo stesso, Jarry, c’è bisogno di “soluzioni immaginarie”.
Meno immaginario o immaginifico e più concreto, è stato invece l’appuntamento serale successivo.
Lucrezia Ercoli, filosofa, figlia del presidente dell’Accademia Evio Hermas Ercoli e promotrice di Popsophia, ha condotto, insieme con Vando Scheggia, un’analisi storico-filosofica della musica leggera italiana. Il titolo dell’incontro era “Il nichilismo nella canzone italiana da Modugno a Vasco Rossi”. Ercoli, aiutata da una band e da filmati d’epoca, ha rintracciato il rapporto tra pensiero e musica, guardando alla società e alla cultura italiane, dagli anni ’50 ad oggi. La musica, che da sempre è diretta espressione degli umori socio-culturali di un Paese, è stata, nel caso italiano, attraversata da un nichilismo a volte invadente, a volte mite, a volte incalzante. Dalle canzoni di Modugno a quelle di Vasco Rossi, passando attraverso le opere di Guccini, di Paolo Conte e anche dei Pooh, Ercoli ha messo in luce questo sentimento, questo concetto, che lega tra loro questi artisti, e che a sua volta lega questi ultimi al pubblico.

Un nichilismo, quello della canzone italiana raccontato da Ercoli, che non sembra invece caratterizzare chi l’Accademia la frequenta già.
Il 1 febbraio è stata infatti inaugurata “Punto.”, una galleria temporanea, in via Tommaso Lauri, fortemente voluta e completamente gestita da un gruppo di ragazzi dell’Accademia. Pittori, illustratori, scultori, e, più in generale, artisti organizzano performance e mostre d’arte personali o collettive “Punto” è l’espressione di un’esigenza creativa che nasce proprio dalla categoria forse più inaspettata: quella dei giovani. Giovani intraprendenti, capaci, appassionati, a tratti folli, che riescono a coinvolgere per sentirsi a loro volta coinvolti. Giovani, insomma, con arte e parte.
Con buona pace del caro Elkann.

(In foto: un frammento di “Ubu Roi”, foto di M. Catani, da abamc.it)

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