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di Marcello La Matina*

Quando Andrea Ferroni mi ha telefonato per chiedermi un pezzo sulla “lezione di San Valentino” non credevo dicesse per davvero. Che interesse può avere, infatti, un simile appuntamento per un pubblico di lettori che, immagino, non ne avrà mai sentito parlare? Non è una lezione canonica, d’accordo; ma non è neppure uno show. È una lezione sull’amore, che mi capita di tenere per la dodicesima volta consecutiva il giorno di san Valentino o la vigilia, secondo il calendario delle lezioni. È rivolta ai miei studenti soliti, e aperta a quanti han voglia di ritrovarsi, spesso in amabile compagnia, attorno ai versi di qualche poeta, alle note di una vecchia canzone, alle pagine di uno scrittore, per parlar d’amore. Da qualche anno c’è anche il pianoforte e qualcuno registra, spesso su richiesta di chi non può venire ad ascoltare. La voce si è sparsa anche nelle scuole e da un po’ di anni si vedono insegnanti col taccuino, ragazzetti alla prima cotta e maturandi resi pensosi dall’incombente versione di greco o di latino. Ma la cosa che mi ha colpito di più è certamente la fedeltà di tanti amici e amiche che mettono in agenda questa lezione come un appuntamento importante dal carattere augurale.

Con un poco d’imbarazzo provo a dirne qualcosa. Ma giusto poche cose, perché questa lezione mantenga quel riserbo e quel mistero che l’ha preservata finora dalle banalizzazioni e dalle imitazioni.

La lezione di san Valentino è nata per caso e un poco per amore. Avevo un corso piuttosto frequentato a Scienze della comunicazione, dodici anni fa. E quel giorno di febbraio avevo fissato una lezione importante e volevo che tutti fossero presenti. Ma c’era la festa degli innamorati. Mi venne in mente di dire “portate il fidanzato o la fidanzata”. Mi presero in parola e l’aula 5 – detta “di vetro” – si riempì come non mai. Naturalmente, quelle amabili carognette non erano lì per la lezione, ma per mostrare con orgoglio i loro amori. I più spaesati erano i fidanzati:entravano guardinghi, quasi mai rivolgevano parole ai colleghi e alle colleghe. Chissà, forse temevano di essere coinvolti, di dover rispondere a domande. Dissi che non era un corso prematrimoniale, ma una lezione in cui si sarebbe parlato d’amore. E scrissi alla lavagna i primi versi in greco, mentre il signor Primo – in quell’occasione mio complice – faceva partire l’audio di un pezzo di Pat Metheny, se non ricordo male.

Seguirono letture da Saffo, con traduzione istantanea: ma i suoni della lingua greca non spaventarono nessuno. Si passò con tenerezza allo sfortunato Catullo, poeta vesanus, e mi venne in mente che forse quei versi, che chissà quante volte avevo ripetuto a me stesso, potevo accompagnarli con le mie parole, con qualche aneddoto. Raccontavo cose semplici, usavo parole divenute per me sempre più preziose con il passare del tempo. Capivo che era difficile trovare una sintonia nei riferimenti musicali, ma sentivo un’attesa in quelle facce arrossate dai caloriferi e dalla vicinanza inaspettata del moroso. Man mano che i minuti passavano, mi pareva che le parole della letteratura ritrovassero un senso vero: parole nate per gli amanti uscivano dai libri e riscaldavano cuori per i quali non erano state pensate. Echi di melodie polverose, riprendevano vigore nell’incontro con una chiosa improvvisata, con una citazione chissà come trovata appropriata.

Una lezione sull’amore è un controsenso: chi può tenerla? E a chi? Con quale scopo? Non basta forse l’amore a se stesso? Perché allora quelle parole di Proust sulle fanciulle in fiore piacquero tanto? Cosa fece piangere la ragazza della prima fila quando attaccai le strofe de Il Chimico di Fabrizio de Andrè? Anche i fidanzati si scioglievano dinanzi alla musica e alla letteratura. Non volevo sovrapporre le mie banalità a quelle parole chiarificatrici. E per un paio di anni feci quasi solo di dj della buona poesia d’amore e della musica che io per primo avevo amato.

Ma il senso di quell’attesa mi faceva pensare: “guardate il sorriso, guardate il colore, come giocan sul viso di chi cerca l’amore. Ma lo stesso sorriso, lo stesso colore, dove sono sul viso di chi ha avuto l’amore?” De Andrè aveva scoccato un dardo doloroso: c’è un prima e c’è un poi dell’amore, ma chi vive una storia non sa se si trova al sicuro dalla maledizione di queste parole. Cosa spegne il sorriso dopo che si è avuto l’amore? Alcune mani si stringevano, ma l’atmosfera era calda di commozione sincera. Non ricordo più quante volte mi è capitato di preparare un tema con cura e poi di cambiare idea all’improvviso, solo per avere intravvisto un guizzo negli occhi, o creduto di intuire il desiderio inespresso che quella lezione parlasse di te, o di te, amica mia o amico mio. Era come se ognuno con gli anni cercasse di ascoltare le parole giuste per sé. Ma – mi dicevo – questo poteva ben accadere lontano dall’università: come mai la lezione era richiesta e come mai i frequentatori dell’appuntamento non si erano assottigliati nel numero o nell’interesse?

Stasera ho visto facce che conosco da tempo e che non vedevo da almeno un anno. Ho visto amori che sono cresciuti quasi sotto i miei occhi. E sono grato a questi giovani di aver creduto che le parole, i versi, i suoni possano nutrire chi si ama. Ho anche provato molta tenerezza per chi sogna l’amore e per chi lo ha evidentemente perduto. Devo però dire che l’aspetto emozionale non è quello prevalente in queste lezioni non-lezioni. Chi viene sa che l’amore, l’eros, è una forza che attrae perché appare indomabile e accetta spesso che sia così. Nondimeno, chi è preso da amore si chiede – più spesso di quanto voi ed io saremmo disposti a credere – che posto abbia la conoscenza dell’amore nel paesaggio del mondo che tutti insieme costruiamo. Perché – mi è stato chiesto – questo tema interessa così poco o così male i filosofi? Che cosa conosciamo quando conosciamo nell’amore? Che rapporto c’è tra la vita teoretica e la via dell’eros?

Cerco di non dare risposte. Propongo – come uno tra i tanti che hanno amato e amano tuttavia – di non convertire le domande in frustate intellettuali che marciano diritte verso la loro risposta. Invito con l’esempio all’esercizio della pensosità: facciamo le domande; ma poi stiamo ad attendere. Una cosa posso testimoniare: che questa generazione di giovani è tristemente calunniata dai media. Quante volte non abbiamo sentito dire lo psichiatra di turno che i giovani sono cotti o dopati o insensibili o vuoti o ignoranti? E quante volte, invece, abbiamo sentito smentire queste troppo facili credenze? Ho visto tanti occhi fiduciosi, non so cosa sperando né cosa chiedendo alla vita. Ma li ho visti amare la poesia, la musica, il parlamento d’amore che per dodici anni abbiamo insieme convocato per una sorta di stato generale scanzonato. Io posso testimoniare che, se ci sono state e ci sono tante persone venute ad ascoltare, il futuro non è ancora disperazione, la storia non è finita, la cordialità non è straniera per sempre.

Questo è il messaggio che ho tratto dalla mia veste di ospite e corego. L’amore è atteso, e ogni parola che lo racconta o lo evoca è una parola che compie un poco del disegno che questo amore va tessendo nella nostra storia. Le parole che parlano d’amore – questo mi hanno insegnato le dodici St.Valentine’s day lectures – non descrivono la condizione dell’amore, ma ne fanno parte. Parlare d’amore è una forma di contagio del fuoco amoroso. Ed è un antidoto contro la sterilità di una vita solo teoretica e imbolsita, sussiegosa e imbalsamata. L’amore mostra il linguaggio nella figura del significante, mentre la teoria affida alle parole di veicolare il significato. Chi fa scienza può cambiare le parole perché “rem tene, verba sequentur”. Ma a chi ama, non serve il contenuto di una proposizione. Serve il significante amoroso, cioè la voce dell’amato.

Tutti dicono I love you; e tutti vogliono sentire quelle parole, non già un enunciato conoscitivamente uguale a “Ti amo”. Non basta che io risponda “anch’io” a colei che m’ha detto “ti amo”. Serve la carne linguistica. Questo ho imparato, che l’amore non si misura dal senso di quel che diciamo o facciamo. Perché è lui a misurare tutte le cose. E l’amore redimerà anche la scialbatura di queste mie parole, che non dicono né mostrano, eppur son vere per chi c’era.

* N.d.r. Marcello La Matina è Professore di Filosofia del Linguaggio all’Università di Macerata.Ha accettato, con estremo garbo e ritrosia, di raccontare la sua storica “lezione sull’amore”: nota per chi negli anni vi ha assistito, preziosa, crediamo, per chi non ha potuto esserci.

(In foto,il celebre bacio nello specchietto retrovisore di Elliott Erwitt, 1955)

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