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di Arianna Guzzini

5 febbraio. Un manifesto di un giallo fiammeggiante e fluorescente affiancava l’ingresso del Teatro Lauro Rossi. Stonatura cromatica fra antichi mattoni rassicuranti. Dubbiosa e sigaretta alla bocca  mentre gli occhi scorrono il titolo “Pretty. Un motivo per essere carini” di Neil LaBute, per la regia di Fabrizio Arcuri. La trama dello spettacolo desunta dal libretto evocava la bellezza come feticcio contemporaneo, misura parametrica del successo o quanto meno dell’approvazione sociale, un’ossessione che permea le relazioni personali  fino a disintegrarle, e di qui mi giungeva la prima remora. Insomma quando si ha la fortuna o la sfortuna di nascere in un’epoca in cui tutto, ma proprio tutto, dalla quotidianità, ai miti moderni, ad un certo tipo di politica, inneggia ad una bellezza costruita e fittizia, fondata su una sessualità pronunciata e mai implicita, a sentire ancora dire che la bellezza debba avere un ruolo decisivo all’interno delle relazioni viene un certo sfogo di nausea. Sfiduciata nei riguardi di questo tema, mi aspettavo una di quelle solite riflessioni altisonanti che finiscono frettolosamente per dare una risposta sbiadita del tipo -la bellezza non conta-. LaBute invece ci mostra un esempio di quanto essa conti, ma in negativo qualora non le si dia la giusta accezione . Una risposta semplice, non troppo pretenziosa, ma quanto mai l’unica giusta. La seconda preoccupazione riguardava invece la messa in scena: temevo un disastroso capitombolo al di sopra delle righe, alla resa macchiettistica o esagitata, poiché non sempre per un attore la provenienza dal mondo televisivo o cinematografico è sintomo necessario di bravura e spesso sono incappata in commedie che facevano perno sul personaggio famoso di turno. Anche il secondo dubbio è però stato sventato. Da una parte per una regia equilibrata che ha ben saputo sfruttare le caratteristiche di una scenografia mobile, senza approfittarne in maniera eccessiva, dall’altra per gli attori concentrati soprattutto sulla comicità dei paradossi delle situazioni, piuttosto che nell’imprimere maschere ai personaggi.

Tutto ha inizio con un furioso litigio di coppia fra Greg (Filippo Nigro) e Steph (Fabrizia Sacchi), la quale è venuta a conoscenza di una conversazione in cui il suo uomo l’aveva definita normale. Steph finirà con il lasciarlo poiché non sopporterebbe di passare la vita con qualcuno che guardandola non la considera bella. Un altro rapporto destinato alla dissoluzione è quella dei loro amici Kent (Giulio Forges Davanzati) e Carly (Dajana Roncione). Il primo è un eterno ragazzino un po’ al di sopra delle righe che tradisce la sua donna con una diciottenne, pur essendone estremamente geloso, cioè non geloso di lei in sé, ma di come altri uomini  guardino e desiderino il suo trofeo. All’interno di una scenografia girevole e mutevole i personaggi si rivelano direttamente al loro pubblico, uno alla volta, fra un litigio e l’altro. Tutto si ferma e Steph si piazza davanti una web cam. Vediamo il suo primo piano proiettato su pareti lucide , mentre si confida in un soliloquio apertamente pubblico, come fosse un video amatoriale scaraventato in rete, insediando i germi dell’inquietitudine dell’impossibilità ad una reale privacy odierna. Sa di non essere bella, ma la bellezza è un insieme di fattori, chi ama lo sa e non può e non dovrebbe accontentarsi. Nel monologo di Kent non ci sono molti risvolti, la sua superficialità è così come appare sin da subito, mentre invece sarà Carly a dare alla virtù della bellezza diversa faccia. La bellezza è una condanna tanto quanto la bruttezza, non un dono. Il suo peso è pressante e non c’è nulla di piacevole nell’essere desiderati per un bel viso, nel leggere negli sguardi altrui continuo desiderio di possesso. Bisogna arrivare al monologo finale di Greg  perché finalmente sia svelata la piccola e semplice parabola dell’autore. L’unico personaggio quasi completamente inabile a spiegare in maniera chiara le sue ragioni, che perde la donna amata per una futile incomprensione, solo ora riesce a razionalizzare il significato di bellezza attraverso La Venere alla Specchio di Velàzquez. Qui manca la classica tradizione dello specchio rivelatore dell’anima: il viso è oscurato, si può solo immaginarlo.  Tutto è rinviato alla soggettività, alla percezione relativa e personale, la vera bellezza non può costringersi a canoni fissi e ciò che rende una persona ciò che è il suo complesso e non la banale estetica.

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