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adriano

di Valerio Marconi

Venerdì 31 gennaio è andato in scena presso il teatro Verdi di Pollenza “Vita d’Adriano. Memorie di un cecchettaro nella neve”. Il monologo è ad opera del trio Francesco Niccolini, Giorgio Felicetti, Andrea Chesi. In scena Adriano, protagonista e narratore, era interpretato da un bilanciato e linguisticamente ben ambientato Felicetti. Un dialetto civitanovese, talvolta colorito di accenti diversi in base ai personaggi evocati, dà voce alle vicende interiori ed esteriori di un operaio tra i tanti nella storia della “mitica” fabbrica civitanovese Cecchetti. Eppure così comune questo narratore interno non è: si chiama Adriano come il proprietario, il Cecchetti la cui scomparsa segnerà l’inizio della fine di quella fabbrica e delle vite di molti operai. Adriano, l’operaio, fa studiare suo figlio e scopre che di “imperatore” (modo di designare il quasi eroico imprenditore che l’aveva assunto a 13 anni durante la seconda guerra mondiale) Adriano ne era esistito uno vero molto tempo prima. “Le memorie di Adriano” gli saranno regalate dallo stesso figlio,che dopo la laurea sarà costretto ad emigrare per cercare lavoro. Animula blandula vagula queste sono le prime parole riportate nel famoso libro della Yourcenar e la traduzione di queste sarà l’unica cosa che l’operaio potrà capire di quel libro troppo complesso: gli ultimi sospiri di un’anima debole e prossima alla morte gli ricordano il suo stato di malato a causa dell’amianto, materiale irresponsabilmente usato dalla sua fabbrica e causa della chiusura della stessa. E’ proprio in questa anticamera prima dell’ultimo respiro che ha luogo la vivida narrazione di quei 49 anni di inferno che ora sono poco più che un sogno; una realtà cancellata da un mondo imprenditoriale sempre più spersonalizzato e ridotto ad un mero gioco di vendite e acquisti. Dietro il nome di Adriano si nascondono le eroiche figure della storia antica e i contemporanei cavalieri del lavoro, che vissero i loro investimenti come parte di se stessi, venuti fuori dal duro lavoro e da un prestito bancario. Questo modo di fare impresa, quasi da pionieri del Far West sembra alludere ad un altro famoso Adriano: Adriano Olivetti. La storia contemporanea si rivela attraverso un audace gioco di citazioni il luogo dell’attualizzazione di un meccanismo cieco, pronto a prevalicare e ridurre a mero sogno la vita autentica di padroni più simili ad operai che a finanzieri. Lo spettacolo è stato insignito dei prestigiosi premi: il Premio Franco Enriquez per il Teatro Civile: miglior attore e migliore drammaturgia nel 2009 e la medaglia della Presidenza della Repubblica per l’alto valore civile dell’opera. Calato il sipario Felicetti ha ironicamente dichiarato di non comprendere la dicitura “civile”, ricordando che lo spettacolo è dedicato alle morti bianche. Come si può considerare civile un paese in cui non si ha garanzia che si tornerà a casa dopo il lavoro? Eppure, qualcosa di giusto gli svariati premi hanno visto: non solo la bellezza del testo e la pulita esecuzione dello stesso, ma soprattutto il forte impegno e la sfida insite in essi sono stati colti. Nella chiarezza della metafora vi è un silente richiamo a quello spirito del lavoro che si trova immortalato nel primo articolo della nostra Costituzione. L’evocazione del passato romano, oserei dire quirita, non cade casualmente proprio perché se il fondamento della Repubblica è nel lavoro, l’anima stessa della Repubblica risiede nella morale del lavoro. Sebbene legato alla contingenza e ad una storia, per quanto paradigmatica, particolare, questo spettacolo si apre ad una prospettiva universale su cosa siano il lavoro e la cosa pubblica (anche se il riferimento a quest’ultima ci appare maggiormente velato). Il culmine tragico e sublime tanto del testo quanto della messa in scena giunge nello scambio finale di battute tra Augusto ed Adriano, non a caso un altro nome di imperatore. Augusto è stato il migliore amico e compagno, anche nel senso di compagno del partito comunista e di lotta sindacale, di Adriano; il suo sogno di andare a Roma per gareggiare alle olimpiadi come pugile è stato stroncato da un incidente sul lavoro. Per lui la pensione forzata è l’occasione di prendere il treno (non più di costruirne uno!) per la città del suo grande sogno; Adriano, invece, non fa altro che salutarlo in quanto egli vuole restare là dove del sogno non rimangono più nemmeno le tracce. La Cecchetti, ormai relegata solo a spazio immaginario, è stata asfaltata e convertita in un quartiere popolato da scritte senza senso: “Abbronzatura light”.

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