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la vita di adele

di Eleonora Tamburrini

Roba degli anni Dieci. È molto probabile che in un prossimo futuro si guarderà così, col distaccato stupore che riserviamo al Medioevo o a civiltà sufficientemente lontane sul mappamondo da scansare ogni dubbio di parentela, alle resistenze che continuano a impedire che l’Italia diventi un paese civile.
Ai tanti attivisti che nei secoli, spesso in un regime di solitudine o di pervicace minoranza, si sono battuti perché i diritti civili venissero riconosciuti verrebbe ogni tanto voglia di scrivere: per dire loro che finalmente quelle ingiustizie sono state superate e che il progresso nell’applicazione dell’uguaglianza non suona più come un attentato all’ordine costituito e neppure come una gentile concessione. Vorremmo riferire loro che all’opinione pubblica basta a volte un giro relativamente breve di anni per dimenticare le storture di secoli, e allora ci si riguarda indietro con meraviglia e vergogna e sollievo. Vorremmo dire loro che pur con ritardi imperdonabili le loro idee hanno sempre prodotto una vittoria sull’ignoranza e sulla paura: ma il passato non ha bisogno di noi.
Piuttosto il contrario. Per questo, poiché è certo che la politica dovrà ancora una volta rimettersi al passo con la società e con la vita di chi la compone, c’è da augurarsi che i nostri rappresentanti guadagnino tempo, si sottraggano in extremis alla riprovazione che li ricoprirà nella memoria collettiva, come accade ormai per i censori di libri, i cacciatori di streghe, i razzisti incappucciati, gli avversari del divorzio e giù a scendere nel rapido balzo che separa il tragico dal ridicolo. Un piccolo passo decisivo sarebbe quello di smettere di umiliare il comune buon senso, le cosiddette minoranze e le istituzioni con episodi come quello avvenuto il 30 gennaio nel Consiglio Comunale di Macerata.

È stato infatti approvato un ordine del giorno in cui si esprime il supporto della città alla famiglia sancita dal matrimonio e composta da un uomo e una donna (eterosessuale dunque, ma togliamo quell’inquietante torbida radice, diciamo pure tradizionale, naturale, vivaddio, normale!); il tutto in contrapposizione, si capisce, alle coppie di fatto e alle unioni tra persone dello stesso sesso. La venatura intollerante, omofoba che percorre il provvedimento prende la via larga, e passa per uno dei più odiosi cavalli di battaglia di area catto-conservatrice: la presunta libertà di dissentire dai cosiddetti “tentativi di snaturamento dell’istituto familiare quali ad esempio l’introduzione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, la possibilità di affidamento e adozione di minori da parte di coppie dello stesso sesso”. Snaturamento dunque. Siamo ancora, per la maggioranza del Consiglio Comunale maceratese, all’incirca all’altezza del settimo cerchio, terzo girone, in fondo a destra. Eppure per qualcuno di loro – mano sulla bocca appena aperta in una smorfia di sconcerto – certamente non si tratterà di razzismo: siamo tutti uguali nel nome di Dio, liberi di fare quel che si vuole a casa propria, ma il matrimonio no, e oh cielo, lasciamone fuori i bambini.

Va detto che tornando ai meri fatti ci si accorge che le premesse di ampio respiro, gli appelli alle grandi speranze, gli aneliti egualitari e progressisti sono completamente stonati: siamo qui a livelli microscopici.
Tanto per cominciare, l’ordine del giorno viene proposto da Giuliano Meschini che milita, come nelle più originali distopie, in un partito agonizzante per non dire inesistente (Idv). In cerca d’autore, si sa, il politico medio annaspa, si sbraccia, si ricolloca e in genere non trova di meglio da fare che prodursi in una gigantesca bolla (d’aria), qualcosa insomma di bellamente inutile, ma che metta quanto più possibile in rilievo divergenze e spaccature della sua area di riferimento e quindi ridia un certo peso al proprio voto. Niente di meglio in questi casi di una sparata sui diritti civili: sì, proprio quelli di cui la politica non si occupa in tempi di benaltrismo imperante e che invece tornano così utili nell’agone come extrema ratio, tema libero, merce di scambio, asso che spariglia la partita.
Così accade: giunti alla seconda convocazione, col numero legale che si è abbassato, vota a favore dell’odg creato ad hoc da Meschini un gruppo sparuto quanto eterogeneo per provenienza politica: non solo Deborah Pantana e Francesco Luciani (Forza Italia), Ivano Tacconi (Udc) e Anna Menghi (lista omonima), ma anche Guido Garufi di Centro Democratico, i consiglieri del Pd Luigi Carelli, Maurizio Romoli, Maurizio del Gobbo e il Presidente del Consiglio (sempre Pd) Romano Mari, in plateale, grottesco disaccordo con il Sindaco Romano Carancini che si oppone. Come lui votano contro Mauro Compagnucci, Marco Menchi e Marco Morresi del Pd, Luciano Borgiani e Stefano Blanchi dei Comunisti Italiani e Pierpaolo Tartabini di Sinistra per Macerata.
Da Roma arriva lo sdegno della Parlamentare di riferimento del Pd maceratese l’Onorevole Irene Manzi, mentre piovono da giorni le proteste dell’Arci, dell’Anpi, di Sel, del Coordinamento delle Donne del Pd e del mondo dell’associazionismo, dal Centro Sociale Sisma, all’Ambasciata dei Diritti Onlus, a Diritto Forte, fino alle consulte studentesche. Si spera ora che troverà accoglienza l’invito della Regione ad annullare l’ordine del giorno, magari in occasione della prossima convocazione del Consiglio del 10 febbraio per la quale è già prevista la mozione Borgiani in merito al riconoscimento delle unioni civili. Resta il fatto che è ormai passata questa specie di dichiarazione d’intenti, si è consumato lo schiaffo simbolico, la presa di partito (in tutti i sensi) è andata in scena, col suo carico di ridicolo nonsense.
L’approvazione non comporta infatti, di per sé, alcun esito pratico immediato (non sono ovviamente i Comuni che legiferano in materia); ma c’è da escludere, se permarranno queste linee guida, che il Comune di Macerata sarà tra quei virtuosi che pur nell’insipienza dei dirigenti nazionali, tentano di applicare a livello locale alcune misure a minima tutela delle coppie di fatto (omosessuali ed eterosessuali) attraverso i registri delle unioni civili. Provvedimenti timidi, e certo insufficienti a garantire un’equiparazione seria e organica; ma comunque apprezzabili in un Paese in cui persino il maggior partito di centro sinistra (per tacere degli altri) considera i diritti civili una materia secondaria, su cui ciascuno può esprimersi “a livello personale”, in un’obiezione di coscienza generalizzata che suona infantile e ridicola di fronte alla complessità sociale con cui dovrebbe confrontarsi. La politica si piega continuamente all’ideologia, o addirittura finge di farlo, perché l’ideologia stessa diventa a sua volta merce da contrattazione, strizzata d’occhio, blandizia a questo o quel blocco di voti. Roba da anni Dieci, roba da campagna elettorale permanente, e comunque di quart’ordine.

L’esito della manovra è una generica, inaccettabile provocazione, che non fa che dimostrare su scala ridotta la sinistra spaccatura di un partito, di una classe dirigente, di un Paese. È tutto un lanciare avvertimenti, segnare il territorio, e c’è in questo, come nella sintassi approssimativa dell’ordine del giorno, una povertà del discorso politico che fa rabbrividire. È poi semplicemente odioso che vengano strumentalizzati da questa politica, provinciale ben oltre la geografia, temi di tale portata e che continui, senza remore e senza benefici condivisi, l’ingerenza nella vita delle persone, nello spazio privatissimo delle loro libertà, degli orientamenti sessuali, delle scelte sentimentali e di vita. Il panorama maceratese offre in questo momento uno scorcio ridotto eppure rappresentativo dell’offesa che chi deteneva il potere ha arrecato alla causa dei diritti civili in questi ultimi decenni. Sottovalutando la piaga dell’omofobia e della violenza di genere, il loro essere annidate nei gesti e nei retropensieri di una società ripulita ma arretrata, inetta alla tutela giuridica e refrattaria alla maturazione culturale. Dimostrandosi non intenzionata a scrollarsi di dosso la sudditanza alla componente cattolica e quindi in imbarazzante ritardo sul riconoscimento delle coppie di fatto. Negando l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, e calpestando l’articolo 3 di quella Costituzione che in caso di feste comandate continua ad essere chiamata “la più bella del mondo”.

(in foto una scena da “La vie d’Adèle”, di Abdellatif Kechiche, 2013)

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