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di Ilaria Piampiani

“Il sentimento più diffuso oggi è quello della perdita. Perdere il sentimento del tempo, perdere il lavoro, l’ozono, il sapore della frutta, il valore della verginità, la Primavera, la democrazia, le elezioni, (…).” -La misteriosa scomparsa di W- Stefano Benni

Cosa significa perdere? Cosa significa perdere qualcosa, perdere qualcuno?
Parlando in termini generali, la perdita può essere più o meno assimilabile alla malaugurata routine: smarrire un ombrello, le chiavi di casa, il cappello o una sciarpa, smarrire un guanto, un orecchino, un libro, il tanto essenziale smartphone.
Più drammatico, decisamente, è la perdita di una persona cara, strappataci dalla morte o da un’incomprensione, allontanata dal rancore, da un amore finito, da un’amicizia tradita, dalla delusione, dalla paura o dalla fiducia violata.

Il destino dell’essere umano, che lo si voglia o meno, è indissolubilmente legato alla perdita e al vuoto che essa lascia, a quella sensazione di profondo abbandono, d’ingiustizia che accogliamo con tangibile riluttanza. Inevitabilmente, in un giorno qualsiasi, essa ci piomba addosso, così, senza alcun gradito preavviso e quando accade rimaniamo fermi, smarriti e colti in flagrante dalle nostre più celate fragilità.
Ciò che però, ancor di più, incute un gelido fremito di panico e terrore, spiazzandoci immensamente, è perdere se stesso, guardarsi allo specchio e non riconoscersi, chiedersi dove sia finito il nostro “Io”, in quale buio antro si sia rifugiato e perché.

Nel prezioso teatro Annibal Caro ci ritroviamo, così, uniti empaticamente a V, donna dall’umanità contorta e funambolica, occhi grandi e cangianti, uno spirito prigioniero e al medesimo tempo desideroso di una libertà da vivere totalmente. V, creatura venuta fuori dalla surreale scrittura di Stefano Benni, interpretata dalla camaleontica Ambra Angiolini, si presenta ai nostri occhi in maniera vivace e buffa, sagoma di bianco vestita e con il rame ruggente tra i capelli, in un “mondo” dalle fattezze irreali e immacolate, un mondo di neon e coniglietti con le orecchie tese, una scenografia che sceglie la luce per illuminare le più assurde ombre dell’animo umano.
La storia di V narra la bizzarra vicenda di una bimba nata come un prodigio poi divenuta una fanciulla sveglia e acuta, la cui debolezza più grande, forse, è quella di aver creduto troppo nella sua ingenuità in un mondo abbruttito dall’egoismo e dall’indifferenza, tanto da inciampare, in un giorno imprecisato, nel buio tunnel della follia (reale o attribuitale dagli altri, chissà!) come un’Alice pensierosa caduta nel vuoto della profonda e ignota buca.

V ci racconta, un fuorviante ma assai familiare vortice di emozioni contrastanti, le sue paure, le paranoie che l’assillano e la svegliano di notte per poi seguirla senza sosta o pietà alcuna fin dalle prime luci del giorno, le perplessità e il rammarico capzioso. Si e ci interroga con ansia sulle verità quotidiane, le più banali e, al contempo, insidiose; sul perché non riusciamo ad andare d’accordo con gli altri, sul perché molte persone riescano ad indossare l’ipocrisia con una certa classe e disinvoltura, sul perché condividiamo intimamente quell’orrida e isopportabile cosmica compassione per chi ha meno di noi per poi trattarlo come un peso della società. Insieme a lei giungiamo ai quesiti più duri e pesanti da digerire come ad esempio: la guerra è evitabile? E soprattutto: “perché ci innamoriamo sempre di chi poi ci ucciderà?”.

L’amara realtà è che dinanzi a queste domande siamo soli, soli davvero! Ce ne rimaniamo immobili, tra una bolletta da pagare e il latte da comprare, dando le spalle a quelle che sono le incertezze più grandi temendo di crollare nella follia. V si reputa pazza, o perlomeno in molti la considerano tale. Il “calmador”, uno psicofarmaco che le risucchia la vita, è una costante delle sue funeste giornate, una fallace soluzione che la culla nell’illusione. Bipolare, a volte particolarmente isterica, la fanciulla dai capelli rossi vuole semplicemente trovare quella V che tanto le manca, che disperatamente sente lontana, muta e triste. La rivuole indietro e la ricerca nel suo passato e nelle persone incontrate, in quei ricordi, più o meno dolorosi, che iniziano tutti con una “W”: suo nonno Wilfredo, il matematico e insensato ex ragazzo Woimer, il rapporto d’odio e amore con la compagna di banco Wilma, custode della conclamata perfidia femminile, la tenerezza provata per il candido coniglietto Walter, dolce compagno d’infanzia.
Lentamente e burrascosamente, tra ironia dissacrante e sfumature di tragica sconfitta, V ripercorre anni interi, una vita spesa fino ad allora a rincorrere il nulla, rimanendo sempre più sola, nuda dinanzi al desiderio di un riconoscimento, di un affetto duraturo e sincero. Si chiede il perché di tanta infelicità e incompiutezza, dove si trovi la sorgente di un tale rimpianto latente, sempre sussurrato ad orecchie stanche e sorde alla gioia altrui.

Non l’affetto familiare, tanto meno l’amore e l’amicizia sono le risposte alla sua angoscia.
Si giunge alla “certezza” dell’inconciliabilità del vecchio con il nuovo, alla insensata smania di tenerli così saldamente separati tra loro per evitare il contagio dell’uno sull’altro. Perché? Beh, nessuno ancora lo sa ma va così di moda l’idea di diventare “rottamatore” del passato che ci si abitua prima o poi ad essere d’accordo a priori con chi poi ci riesce.
V non vuole rottamare; confusa raccoglie le sue memorie, le confronta, urla, si placa, chiede aiuto, scoppia a ridere. Lei non è folle, non può esserlo. Anzi esprime estrema lucidità nello stesso momento in cui si rende tragicamente e pienamente conto di essersi persa. I folli sono coloro che camminano e non sanno cosa stanno cercando, che sopprimono i timori senza capire che questo è solo il modo più lento di morire, passo dopo passo, inghiottiti nell’indifferenza verso se stessi.

Ed è così che, come guidata da un imprevedibile e invisibile Bianconiglio, V si ridesta. Incontra l’immagine salvifica di questa giovane donna giocosa stesa su un prato, all’ombra di un albero. Il calmador, ormai, è solo un contenitore vuoto; ragazzi privi di sentimento, amiche accecate dall’invidia e la cattiveria della gente sono solo vecchie punte di spillo.
Davanti a lei c’è V, la sua parte mancante, il suo impetuoso coraggio, c’è lei con gli occhi lucidi, la voce rotta e la serenità nello sguardo. Sul palco c’è il suo riflesso, la sua anima, quello che aveva perso.

Seduti sulle poltrone, avvolti da uno sordo e scrosciante frastuono di applausi, ci siamo noi, spettatori colpiti da una verità scomoda, per un’ora e mezza filosofi di noi stessi, intrappolati nel “caso oscuro” della realtà per eccellenza: la nostra Umanità.

Foto: Chiara Marinelli

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