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scritture 2

di Camilla Domenella

Ieri è stata la Giornata della Memoria. Tutto il mondo ha ricordato le vittime dell’Olocausto. Solo 69 anni fa l’apparato nazista faceva 15 milioni di morti. Tra questi, non vi erano soltanto ebrei. Ad essere sterminati furono anche gli “indesiderabili”, – comunisti, omosessuali, malati di mente, disabili, e svariati gruppi etnici – colpevoli soltanto di essere rappresentanti di categorie diverse da quella eletta, da quella “migliore”.

C’è qualcosa però, che muove da una matrice altrettanto empia ma che resta nascosto, che si annida in uno spazio e in un tempo più vicino a noi. Dell’altro ieri è la notizia dei 13 immigrati marocchini che al Cie Ponte Galeria di Roma si sono cuciti la bocca in segno di protesta. Sono stati portati nella capitale da Lampedusa, dove erano sbarcati mesi fa. Mesi. E da mesi attendono chiarezza. Loro non vogliono aiuti, non chiedono assistenza, non pretendono sussidi: esigono ciò che dovrebbe essere inalienabile, la dignità.

Nella rete a maglie strette dell’apparato burocratico e giuridico incappano Persone, non fogli di carta, non numeri, come erano quelli stampati sulle braccia dei deportati.
Ancora oggi, nel 2014, dopo decenni di orrori e di errori, non si accettano le differenze, non si accetta l’umanità, intesa come insieme dinamico di rapporti di uguaglianza tra differenze. Differenze etniche e anche di genere.
Chi, a partire dal basso, sta facendo emergere le dissonanze e i controsensi della nostra società è il csa Sisma di Macerata, che sta portando avanti un progetto dal titolo “Scritture irregolari: la felice anomalia della letteratura migrante al femminile”.
Il primo appuntamento, sabato 23 novembre, ha visto protagonista la scrittrice milanese Gabriella Kuruvilla. Lo scorso sabato invece, 25 gennaio, l’ospite è stata Irina Turcanu.
Irina Turcanu, nata nel 1984 in Romania, si è trasferita in Italia, a Piacenza, all’età di 17. E’ andata poi affermandosi come giornalista e scrittrice. Attualmente è direttrice della collana “Rosa dei venti” per la casa editrice Rediviva, scrive per il blog «Sul Romanzo» ed ha all’attivo collaborazioni con «&Co Megazine», «Confidenze», «Vera».
Il suo ultimo romanzo si intitola “La frivolezza del cristallo liquido”, e il tema attorno a cui ruota la trama è quello, fragilissimo e scivoloso, della violenza di genere.
Irina Turcanu, nel suo accento squisitamente piacentino, spiega le tante questioni che attraversano la sua opera. La protagonista è Marta, una ragazza di 16 anni nella Moldavia di oggi. La frivolezza è quella della sua gioventù, di un’adolescenza la cui definizione è sinonimo di sogno, di speranza. Ma i sogni e le speranze di Marta finiscono infranti, violati. Violati come il suo corpo.
Lo stile crudo ma non esacerbato col quale l’autrice racconta le vicende di Marta non lascia spazio a giustificazioni. “Gli uomini sono delle bestie. Ma quel verme, quel verme cambierà”.

Irina Turcanu spiega come sia “nata” la protagonista Marta. “Ascoltando il notiziario, scoprivo che tutti i giorni almeno una donna arrivava all’ospedale” vittima di questioni famigliari, che di famiglia in realtà non hanno niente. In questi paesi dell’est-Europa, in cui il maschilismo è ancora radicato e predominante, le donne vittime di violenza domestica sono indotte addirittura a sentirsi colpevoli. La figura maschile, paterna fraterna coniugale che sia, non concede spazio, non offre respiro, soffoca fino a comprimere la libertà della donna, che si sente minuscola, insignificante, superflua, inutile. Spesso è costretta ad adeguarsi, anzi, ad aderire alla volontà dell’uomo, come una pianta di edera è costretta ad adattarsi alla forma della materia alla quale s’aggrappa per poter sopravvivere. Questa deformazione umana, questo svuotamento, conduce la donna a sottostare al marito, ad abiurare la proprio indipendenza, arrivando spesso a giustificare le violenze subite. Ribadisce Turcanu: “In Romani, la donna si sente colpevole, non vittima. E soprattutto non si sente indipendente. Si chiede: qual è la mia alternativa?” Tornare a casa, dalla madre? Impossibile. Come sarebbe vista una donna, una moglie, che torna alla casa materna, stanca del proprio marito? Male: è una fallita, un’incapace. E’ un disonore per l’intera famiglia, per la madre stessa, che non ha saputo educarla.
E’ il caso di Vica, la madre di Marta raccontata nel romanzo di Turcanu. Vica è una donna timorata di Dio, fedele al marito, ma nella figlia trova motivo di vergogna, di ignominia. Lei, la figlia, è corrotta: è andata a letto con un uomo prima del matrimonio, ha ucciso una creatura di Dio. Lei, la madre, non ha saputo educarla, e alla fine, si sa, “un uomo non violenta una donna se questa non lo provoca.”

Un’affermazione del genere, assurda, apparentemente inconcepibile, era stata espressa invece nel 2012. Il parroco della chiesa di San Terenzio, in provincia di La Spezia, aveva affisso un volantino dal titolo “Donne e il femminicidio facciano sana autocritica. Quante volte provocano?”. Non stiamo qui ora a sviscerare i contenuti deliranti di questo inammissibile vademecum. Basti il titolo, per far comprendere quanto la questione di genere sia tragicamente attuale, sempre presente, sempre minacciata.
Non si tratta neppure di essere femministe o no; qui si tratta di libertà, di dignità, di giustizia. “Femminismo” è una parola già troppo corrotta, e che per giunta contiene in sé una componente animalesca che non rende dignitosa nessuna definizione. “Femmina”? Io non sono una “femmina-di” qualche specie : io sono una Persona, e sono una donna.

E’ anche vero però che anche in Italia – non serve arrivare in Moldavia o Romania – la differenza di genere vige ed esiste a più livelli. Come sottolinea bene, esemplificando, Irina Turcanu, “un uomo non si è mai chiesto «cosa scelgo: carriera o famiglia?» Una donna sì.”

Dopo l’intervento della scrittrice Irina Turcanu, la parola è passata ad Amir Issa.
Amir è un rapper italiano: padre egiziano, madre italianissima. Lui sarebbe un ottimo rappresentante di quella che è stata definita “seconda generazione”, o anche “italiani col trattino”. Ma è lo stesso Amir a raccontare di aver scoperto questa categorizzazione solo qualche anno fa. Che significa “seconda generazione”? “Se entri in un classe, i bambini sanno di essere di prima o seconda generazione?” è la nota, non proprio a margine, che Amir fa.
Amir Issa porta nelle sue canzoni tante sue esperienze di vita. Quelle del quartiere di Torpignattara di Roma, quelle del padre che finì in carcere quando lui era ancora piccolo. Amir è riuscito, tramite la musica, a veicolare una serie di messaggi che riguardano e devono riguardare i giovani. E lo ha fatto spontaneamente, naturalmente, come conseguenza necessaria della sua vita. Ci è riuscito appunto perché la musica è “un linguaggio diverso da quello della politica”. Spiega il rapper: “Un ventenne non va ad un comizio politico, ed è un peccato. Ma la responsabilità non è solo dei ragazzi, è anche di chi sta più su.”
Con la canzone “Straniero nella mia nazione”, Amir si è reso conto di essere “la voce di tanti altri ragazzi”. Di Italiani appunto, la cui sfumatura di colore della pelle è solo qualche pigmento più in là di quella comunemente “accettata”.

Il giorno dopo la Giornata della Memoria, allora, cerchiamo di ricordarci di ciò che è presente. Viviamo in una società multietnica, libera – almeno sulla carta -. Forse è il caso di cominciare a cambiarci, per cambiare.

(Nella foto, da sinistra: il rapper Amir Issa, la scrittrice Irina Turcanu, e le due curatrici del progetto Nicoletta Mandolini e Gabriella Ciarlantini)

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